Pomeriggio sul tardi.
Poco prima della chiusura dei negozi.
Panetteria per un paio di michette per cena.
Prima del mio turno tocca a una signora in vena di doppi sensi con la commessa: "Ne vorrei uno lungo e duro".
Sgrano le orecchie e penso a una gaffe lessicale.
Il sorrisetto sulla faccia della signora mi smentisce.
Spero finisca lì.
Carico da 90 della commessa: "Lo preferisce scuro che dicono essere migliore?"Dentro di me trasecolo: "Ehi, fermatevi! Sono qui! Sento tutto! Capisco per di più! Il vostro non è un codice linguistico precluso a noi maschietti, anzi! Mi imbarazzo! Chi vi conosce? Lei poi signora, magari nonna fuori dal negozio e volontaria all'oratorio nel tempo libero... Stop, please!"
"Non lo so... Ho paura mi riempia troppo... Lei lo ha provato?"
"Ok, giovane e assennata inserviente, conto su di te: hai la tua occasione per fermare questo gioco perverso. Ti scongiuro"
"Io no. Ma la mia collega ne va matta: da quando l'ha provato prende solo quello"
"Fai che non spunti la collega, fai che non spunti la collega"
"Sarà, ma mi fa un po' specie. Preferisco una cosa meno scura"
"Ah, razzista anche!"
"Mi faccia quello lì più piccolo che dovrebbe bastare. Sa, ne ho già preso uno stamattina"
È il momento di palesare la mia presenza e interrompere a voce alta la surreale conversazione: "A me invece uno molle che dura di più"
"Mi dispiace ma l'abbiamo finito"
"No, no, cos'ha capito? Come pane vorrei invece..."
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