Che poi non sai mai come salutarli e rischi gaffe colossali che rischiano di deflagrare in una faida fra clan rivali destinata a perpetuarsi di generazione in generazione.
Sono quegli individui appartenenti alla categoria "lo conosco di vista, forse c'ho anche parlato insieme un volta, ma non so mai come cazzo comportarmi quando lo incrocio per strada o in qualsiasi altro posto implicante un minimo cenno di riconoscimento".
È infatti in occasioni del genere (per le vie del paese, tra le corsie del supermarket, in fila al cinema o alla posta) che, nel giro di una frazione di secondo, dovete decidere quale atteggiamento assumere: da un lato il timore di passare per maleducati e dall'altro l'imbarazzo frutto della mancata confidenza, specialmente in contesti alieni dove una faccia nota fa davvero la differenza (fa eccezione l'incontro casuale in vacanza allorché si è tutti compagnoni anche se al borgo natio non ci si è mai cagati di striscio).
Scartato quindi il saluto plateale che si riserva naturalmente a parenti e amici, rimangono le seguenti opzioni:
- muto sorriso di cortesia con gli occhi ben attenti a non fissare troppo a lungo lo sguardo di chi potrebbe allo stesso tempo interpretare il vostro ghigno come ebetismo incipiente, piacere autoindotto o cannabinoide agente;
- celere cenno della mano rapidamente commutabile, in caso di mancato riscontro, in raptus articolare declinante in tic nervoso (il che vi obbliga a ripeterlo a cadenza regolare almeno per un altro paio di metri);
- osare l'inosabile gorgogliando il nome altrui nella speranza sia quello giusto, da cui un bofonchiante "Ciao ...rlo", "Ciao ...ita", "Ciao ...igi", "Ciao ...nzo" (il più ambiguo) fino allo sgamevole "Ciaoooooooo" con quella "o" prolungata all'infinito in attesa giunga un'illuminazione dall'Alto (che non arriverà mai).
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