Quale modo migliore di finire la giornata a scuola incrociando il sorriso di uno sconosciuto.
Sarà il buonumore per il lavoro finito, sarà quella gentilezza imprevista, fatto sta che pensi: "Che bello il mondo!".
Quindi contraccambi volentieri ma capisci ben presto che la dentatura esibita nasconde altro: un invito a fermarsi e a scambiare due chiacchiere.
L'hai già visto. In passato c'hai anche parlato. Ma certo, è il genitore di un alunno! Sì, ma quale alunno?
Troppe classi, troppi nomi, troppa voglia di essere già altrove.
Cerchi di guadagnare l'uscita ma, puntuale, ti raggiunge la domanda: "Allora?".
L'orgoglio professionale (in classe hai fatto una testa quadra sull'importanza della memoria) ti impedisce di esordire con un imbarazzante: "Scusi, lei sarebbe...?".
Cominci a schiudere le labbra sperando in un nanosecondo di associare quella faccia da genitore alla corrispondente faccia da studente.
Chiami in soccorso Mendel e l'ereditarietà dei caratteri genetici.
Un ultimo sforzo fisionomico... Niente, tempo scaduto.
E allora vai di repertorio: "Diciamo che va meglio".
Sguardo impenetrabile.
"Va meglio ma può ancora migliorare...".
Un viso fatto perplessità.
"Va meglio, può ancora migliorare e la volontà mi pare che non manchi".
Centro! Imperturbabilità scalfita: "Speriamo... quantomeno che impari a improvvisare da lei".
Colpito e affondato.
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