Fede cresce fisicamente ma non verbalmente.
Ancora pochi termini per di più mal sillabati.
A colpirmi, forse per deontologia professionale, è soprattutto la povertà lessicale.
Un bacino d’una ventina di parole combinate tra loro in modo poco logico.
Esempio: “Luna luce buio bau ‘nduja” (tana per il nonno calabro).
Allora ho fatto autocritica, ho rinunciato al bergamasco in casa e ho cominciato a utilizzare un lessico più ricercato/ambizioso.
Al posto di “Mòchela che ta sa fet del mal!” un più aulico “Contieniti al fin di evitar a te stesso nocumento!”.
Invece di “Dòm che l’è ùra dela pappa!” un più lirico “Suvvia che il desinar s’appressa!”.
In sostituzione di “O signùr, sent che odùr!” un più biblico “Onnipotente, quale malefico lezzo!”.
In dieci giorni nessuna apparente evoluzione.
Fino a stamattina.
Appena sveglio, mi è corso incontro, mi ha abbracciato e all’orecchio mi ha scandito affettuosamente: “Padre”.
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