Come nella scena iniziale di American Beauty, quando il protagonista da poco sveglio si masturba sotto la doccia e sostiene essere il momento più esaltante della sua intera giornata, pure io raggiungo l’apice al mattino.
Non titillandomi l’ammennicolo però.
Mentre faccio colazione da solo - il resto della dorme ancora – butto un occhio alle notizie e ai social.
Puntualmente Facebook mi ricorda quale dei miei contatti compia gli anni.
In quel momento, biscotto inzuppato in mano, decido se fare o no gli auguri.
Pochi secondi per influire sulla felicità altrui. O almeno mi pare.
I criteri possono essere i più diversi: l’umore post-risveglio, una sincera empatia verso il festeggiato o una benemerita indifferenza, se il festeggiato si era a sua volta premurato di scrivere sulla mia bacheca al mio di compleanno, etc.
Fatto sta che in quei frangenti mi sento come l’imperatore che dalla tribuna del Colosseo decide col pollice verso della vita o della morte del gladiatore, come il re che affaccia la mano guantata dalla carrozza e concede un cenno al popolo in attesa, come un dio che elargisce a proprio piacimento gioia o dolore, premio o castigo, presenza o assenza.
Ci sono e mi sono ricordato di te, ci sono ma non mi sono ricordato di te.
Un fremito mi prende lì per lì, la tazza mi trema.
Un delirio di egopotenza.
Poi, finita la colazione e spento il computer, torno alle quotidiane miserie.
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