Emilio Fede a caccia del suo stalker
Una denuncia col rischio della gattabuia piuttosto che un premio. E se non un riconoscimento ufficiale, quantomeno un abbraccio compassionevole. È l’incredibile spada di Damocle che pende sulla testa dello stalker di Emilio Fede, come se una vita da pedinatore dell’attempato giornalista non comportasse già la sua buona dose di contrattempi e grattacapi. Svegliarsi ogni giorno al solo scopo di atterrire la vittima designata e ritrovarsi invece alle sue calcagna di buon’ora mentre si dirige a passo spedito verso il cancello d’ingresso di non si sa quale istituto scolastico milanese. Una volta lì attendere con pazienza condita da una punta di imbarazzo che la vittima abbia finito di prendere appunti da passare a qualche appassionato di minorenni maggiorate. Approfittare del caos della campanella per avventarglisi addosso ma vederselo svicolare in un baleno destinazione Palazzo di Giustizia. Raggiungerlo col fiatone ma, un attimo prima di acciuffarlo, fermarsi a guardare nella stessa direzione. Quindi commuoversi in empatica simbiosi di fronte alla postazione che anni addietro aveva visto un indefesso Paolo Brosio sopportare raffiche di pioggia e sterzate di tram pur di rendicontare in diretta sull’operato del pool di Mani Pulite. Compiangere all’unisono l’ex inviato prima della sciagurata conversione sulla via di Medjugorje e accorgersi solo a distanza di qualche minuto che il perseguitato si è già mosso. Rincorrerlo, individuarlo in lontananza e intrufolarsi quindi nei poco rassicuranti vicoli della Milano da bere per dimenticare. Scendere con la strizza i gradini di uno scantinato tetro e ritrovarsi a rischiare la pelle in una bisca clandestina cinese solo perché da tempo l’ex direttore non è più ospite gradito dei casinò patri. Rinunciare scorati all’inseguimento, attendere che il “bersaglio” torni a casa e decidere di ossessionarlo con una sfilza di chiamate minatorie da un’anonima cabina del telefono. Trovare tuttavia la linea sempre occupata perché a sua volta la vittima si sta prodigando in una serie di telefonate ansimanti nei confronti di tutte le ex Meteorine che avevano negli anni rallegrato le pagine culturali del suo telegiornale. Darsi allora coraggio, presentarsi alla porta dell’abitazione, suonare armati delle peggiori intenzioni ma immancabilmente restare a bocca aperta di fronte all’anziano incartapecorito senza maquillage che timidamente apre l’uscio. Riprendersi dallo shock solo a seguito dello spostamento d’aria provocato dall'infastidita chiusura dei battenti. Avvilirsi al punto tale da rinunciare a suonare nuovamente il campanello e lasciarsi cullare dalla fantasia di scavalcare la cinta della villa di Arcore, varcare la soglia del mausoleo e appostarsi speranzoso di fronte al loculo destinato a ospitare un giorno, per volontà espressa dell’ex datore di lavoro, le logore membra della mancata vittima. Ricacciare la fantasia nel mondo dei sogni e infondersi nuovo coraggio in vista del giorno appresso. Addormentarsi sfiniti al termine della snervante giornata ma rivoltolarsi a notte fonda tra le lenzuola tormentati dal vago sospetto di essere diventato vittima e non più carnefice. E non sapere neppure che quel vecchio incartapecorito nel frattempo ha sporto denuncia per essere stato scocciato senza motivo sull’uscio di casa, quanto basta per essere accusato di stalking.
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