L’altra sera eravamo ospiti da amici di Irene nella loro nuova casa.
A un certo punto della serata chiedo di andare in bagno.
Uno shock visivo: il water non era scontatamente in fondo vicino alla finestra ma subito dopo la porta. Attaccato praticamente. Come nei pub.
Ok, non era una turca da pub ma la distanza water-stipite era pari a quella dei bagni da birreria. Minima.
Quanto basta per non chiudere a chiave e premere con la suola (col piede pigiato in avanti o appoggiato all’indietro a seconda della postura) perché nessuno possa entrare.
Quanti ricordi di quante serate.Chiudere a chiave faceva fighetta sfigato, urlare “Okkupatooo!” e respingere a scarpate faceva vissuto figo.
Che è poi il motivo per cui ho sbattuto la porta in faccia al figlio della coppia quando ha cercato di entrare per lavarsi i dentini.
E più il bimbo spingeva, più io respingevo.
Fino a quando è scoppiato a piangere e l’ho sentito sbattere la porta della cameretta.
Non che la cosa mi turbasse: troppo calato ormai nel me ventenne in quel lontano contesto di fumi, pinte e cessi alla Trainspotting.
Tanto da lasciare volutamente qualche goccia sul bordo della tazza, gettare un mozzicone al centro perché galleggiasse nel giallognolo stagnante e scrivere una frase porca sull’asse con annesso numero di telefono.
Poi sono tornato di là a riprendere la conversazione sulla fragilità emotiva delle nuove generazioni e sull’essere genitori oggi.
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