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mercoledì 27 settembre 2017

Comunque costano

Venerdì pomeriggio, camminando in via Roma a Treviglio e passando a lato di una coppia madre-figlia (50 e 15 anni su per giù), mi è capitato di sentire quest’ultima concludere così un discorso: “Comunque i preservativi costano”.
A parte che il sottoscritto pensa di aver utilizzato con i propri genitori per la prima volta il termine ‘preservativi’ giusto un paio di mesi fa (mi era scappato chiedendo se avessero in casa dei sacchetti da freezer “preservativi…” – silenzio , imbarazzo, rossore in faccia – “…ma sì dai, quelli che preservano i cibi deteriorabili dalla corruzione del tempo”).
A parte ciò, ho avanzato le seguenti ipotesi:
- due attrici, calate perfettamente nei ruoli, stavano ripassando il copione di una qualche commedia dell’assurdo (tipo ‘Aspettando godo’);
- la figlia si opponeva alle insistenze con cui la madre la pregava di rinunciare al salto della quaglia come pratica contraccettiva;
- la figlia stava vagliando tutti i metodi anticoncezionali conosciuti soppesandone pro e contro;
- la figlia, emancipata, si stava lamentando in pubblico dell’incidenza di quella voce di spesa nella propria paghetta settimanale e questo in ragione dell’ampio ricorso al prodotto in questione (la madre, in silenzio al suo fianco, camminava combattuta tra l’orgoglio di avere una figlia un po’ donna e il dubbio di avere una figlia un po’ zoccola);
- la figlia, appassionatasi alla lezione scolastica di economia, stava calcolando il valore sul mercato del profilattico una volta tenuto conto del costo di partenza del lattice grezzo, del conseguente processo di fabbricazione, della manodopera volta a testare la qualità del prodotto finale;
- la figlia stava ricordando la soluzione di un problemino di matematica che ancora la assillava dai tempi delle Elementari: “Un bambino entra in farmacia e compra una scatola di preservativi. Calcolando che in tasca ha 20 euro, che 5 li ha già spesi per le sigarette e che i preservativi costano cadauno…”;
- la figlia stava condividendo lo stupore nei confronti dell’inflazione galoppante attestata dal vertiginoso rialzo del prezzo dei condom (dati Istat alla mano), per la serie: “Ricordi mamma? Solo una settimana fa venivano…”;
- la figlia, studentessa di giorno e cameriera di sera, stava negando alla madre disoccupata e imbronciata i soldi per l’acquisto degli anticoncezionali.

Oppure, semplicemente, la figlia è figlia dei tempi e la madre è ignota.

mercoledì 20 settembre 2017

Ito?

Con Fede siamo passati alla fase "pappagallina", vale a dire alla ripetizione pedissequa delle parole sentite.
O meglio alla ripetizione della parte finale delle parole sentite.
"Ite"
Capito?
"Ito"
Esatto!
"Atto"
Questo è l’andazzo…
"Azzo"
Il problema è proprio "azzo" ripetuto una decina di volte.
"Azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo"
Il disagio aumenta nei luoghi pubblici.
Sabato sera al ristorante, dopo che Irene mi aveva detto di vedermi un po’ paonazzo, Federico ha così risposto al “Desiderate?” del cameriere: “Azzo azzo azzo azzo azzo ...”
Da allora stiamo cercando di evitare tutti i termini che finiscano in forma fallica: mazzo, lazzo,
paparazzo, arazzo, Durazzo…
Quantomeno di non collocarli in fondo alla frase.
Esempi di sintassi alternativa: “Un mazzo ne vorrei”, “Magnifico arazzo quello è!”, “Stati a Durazzo voi siete?”
Impegnativo, non immediato, grammaticalmente discutibile ma alla lunga efficace.
Fino al mio imperdonabile errore di ieri sera a tavola: “Nooo, mi è caduto il sale... Che sfiga!”

mercoledì 13 settembre 2017

Se non allora quando

Con un bimbo piccolo che gironzola per casa, salta, s'inerpica, lancia e si lancia, è praticamente impossibile trovare un momento per volersi bene.
Intimamente bene.
Di notte non se ne parla perché dal lettone, dove s'assopisce, impossibile smuoverlo pena risveglio traumatico (per lui e per i vicini).
Di giorno, ora pennichella, si potrebbe anche fare ma finisce sempre che ci addormentiamo pure noi (maledetta digestione!).
Allora ogni tanto, quando l'ormone ha il sopravvento, prendo la pallina di pezza, la faccio rotolare lungo il corridoio fino alla stanza in fondo e incito Federico ad andare a prenderla.
Lui si esalta, scatta, recupera e torna.
Per lui 30 secondi di puro divertimento.
Per me e Irene idem.
Compresi i 20 per rivestirsi.

martedì 5 settembre 2017

Il sorpasso

Non sono mai stato un tipo sportivo.
Zero calcio, un po’ di tennis quando ancora le racchette erano di legno, quella volta che corsi i 100m inseguito da uno sciame.
A scuola, in Educazione Fisica, un 6 risicato.
Ancora oggi il massimo che mi concedo sono poche flessioni e un paio di addominali così da poter rispondere, nel caso me lo chiedessero, “Ultimamente faccio palestra”.
Tutto improvvisato, si intende: salotto di casa, tappettino-puzzle del bimbo e conteggi taroccati per accelerare la fine.
La cosa si è fatta divertente da quando l’altro giorno Federico si è fermato al mio fianco, mi ha scrutato incuriosito, si è sdraiato e si è messo ad imitarmi nei movimenti.
La cosa si è fatta meno divertente da quando quello stesso giorno Federico andava avanti negli esercizi mentre io già ansimavo.
Si fletteva e rideva, si fletteva e rideva.
Arrancavo e imprecavo, arrancavo e imprecavo.
Un’umiliazione, un “sorpasso” padre-figlio in anticipo rispetto alla tabella di marcia (avevo calcolato sui vent’anni, non venti mesi).
Ieri sera una piccola soddisfazione a ristabilire l’ordine naturale delle cose: lui in bagno che si sforzava sul vasino da notte; io che l’ho affiancato, mi sono seduto sulla tazza e ho seraficamente espletato.
Tutto ciò senza mai guardarlo in faccia bensì fischiettando un simpatico motivetto.
Prima di uscire l’ho fissato e gli ho detto: “Schiaccia tu visto che ti allunghi così bene”.
Irene dice che sono immaturo, orgoglioso e infantile.
Io dico che ha cominciato lui.

martedì 29 agosto 2017

Che tu hai clacsonato?

Non essendo alla fine successo niente di male confido nella comprensione di Irene, ma questo outing lo devo proprio fare.
Direi che, più che una relazione platonica, si è trattato di una scappatella clacsonica.
Tutto ebbe inizio a fine maggio quando, nei pressi dei campi sportivi di via Bergamo, a pochi metri d’asfalto dall’ingresso di Treviglio, una ragazza a spasso col cane aveva risposto con un sorriso al mio clacsonare ripetuto.
Una ragazza già notata nei giorni precedenti ma nulla più di una comparsa sullo sfondo dell’abitudinario itinerario verso il lavoro.
Nell’occasione specifica la ragazza aveva scambiato il mio gesto nervoso, direzionato a quello della macchina davanti che non si muoveva nonostante la coda da mo’ si fosse sbloccata, come un apprezzamento grezzo ma insistito.
Tanto da tornare a cercarmi con lo sguardo e sorridermi il giorno dopo, e quello dopo pure, e quello dopo ancora.
Quasi un sesto senso le sussurrasse il mio sopraggiungere.
Oppure era la mia delicata clacsonata di qualche metro prima a suggerirle che stavo arrivando.
Non so, fatto sta che da persona educata quale sono non ho potuto che contraccambiare e aggiungere di volta in volta espressioni facciali a ravvivare una conversazione di fatto impossibile in quei pochi frangenti di rallenti tra il mio scorrere in auto e il suo attendere i bisogni del cane.
Un repertorio di smorfie e mimar di mani a significare “Come siamo eleganti oggi!”, “Mi sa che si mette a piovere”, “Guarda, mi attende una giornata…”.
Fino al giorno degli shorts inguinali, resi ancora più aderenti dalla posa di lei china sulle deiezioni del cane, che hanno provocato un’istintiva ancorché prolungata clacsonata da parte mia che ha a sua volta provocato la reazione risentita del tizio della macchina davanti che ha tirato il freno a mano ed è sceso a chiedermi spiegazioni.
Tempo di indicare all’energumeno la ragione della clacsonata e lei era sparita, lasciandomi solo in un misto di paura ed eccitazione che mai più voglio riprovare.
Anche se è ciò che mi ha salvato dall’energumeno: l’evidente eccitazione intendo…

mercoledì 23 agosto 2017

Casottino Club

Ogni anno trascorro almeno una settimana in montagna ospite di suoceri, cognate, nipotine, parenti acquisiti, Lilly.
Incantevole l'habitat, estraniante il contesto, paradisiaca l'atmosfera, ma non propriamente silenzioso l'appartamento.
"Toc toc! Manca tanto? Mi scappaaa!", "Zio, zio, ziooo! Ti svegli per giocare con noi?", "Scusa se interrompo la tua lettura: faresti un salto a piedi sotto la pioggia dal fattore all'altro capo del paese a prendere un po' di latte fresco?", "BAU, BAU, BAU, BAU!!!".
Allora da qualche tempo, verso sera, esco con la scusa della spazzatura e mi rifugio in un posto segreto che il resto della famiglia non sa.
Che è poi il casottino del parco-giochi dove al mattino i bimbi si divertono a imitare i grandi.
Tre assi di legno in croce, una tettoia all'altezza di un metro circa, una panca interna dove sedersi.
Sto lì al buio, rannicchiato, un po' scomodo, e penso ai pensieri miei.
Niente di che, ma come ricarica-energie è più che sufficiente.
Due sere fa s'è avvicinato un tizio, sulla quarantina pure lui, che mi ha confessato di avermi notato da almeno una settimana senza però darsi spiegazioni.
Tic nervoso all'angolo dell'occhio destro e faccia tirata parlavano da sé: un simile, un pari, un'altra vittima delle circostanze.
Allora, mosso da solidarietà, ho preso a raccontargli il perché e il per come di quel mio imboscarmi.
Alla fine saluti e conoscenti come prima.
Ieri sera, al solito, mi avvicino al casottino ma un mormorio di sottofondo mi mette sul chi va là.
Un altro passo e scorgo all'interno i contorni indistinti di più teste oscillare e una sussurare: "È lui! È l'iniziatore! Ssst! Forse vuole dirci qualcosa".
E io, investito di un ruolo non richiesto, mi son sentito in dovere di parlare: "Prima regola del casottino: non parlate del casottino. Seconda regola del casottino: non dovete parlare del casottino. Terza..."

giovedì 17 agosto 2017

Non chiedete ai bambini

Irene non fa il bagno se nel mare ci sono le meduse.
Irene chiede sempre ai bambini a riva se ci sono le meduse.
Non lo chiede al gestore dello stabilimento balneare, non al bagnino, non al vecchio lupo di mare col berretto da Tonno Nostromo seduto a prua di un vecchio scafo abbandonato.
Un bambino in riva al mare dirà sempre che ci sono le meduse.
Anche il bambino, come Irene, ha paura delle meduse ma allo stesso tempo ne è attratto: a quell'età rappresentano il mostruoso, l'ignoto.
Irene chiede anche a Federico (un anno e mezzo) se ci sono le meduse.
Lui non sa nemmeno cosa siano le meduse ma, tutto eccitato, ripete 'DUSE!" e indica un generico là nel mare.
Naturalmente Irene gli crede.
Io non chiedo mai ai bambini se ci sono le meduse; mi tuffo e basta nel mostruosamente ignoto.
Irene nessun bagno, io diversi.
Irene nessun oooh di stupore dei bambini, io diversi.
Irene nessuna abrasione, io diverse.

lunedì 14 agosto 2017

Sensibili

Mare, solleone, pelli sensibili.
Scordato a casa l'ombrellone fantozziano da spiaggia libera (ero lì lì per fare inversione a U in autostrada quando Irene mi ha fermato: "In qualche modo ce la caveremo").
Che poi lei la fa facile: problemi di scottatura non ne ha (mezza calabra è).
Io e Federico invece ci contendiamo la Crema 50 Protezione Bimbi.
Appena in spiaggia, facciamo gara a chi la sfila per primo dalla borsa-mare (una specie di 'bandierina' per non ustionarsi).
Tutto è lecito: spintoni, diversivi, guardalàincielochebello!
La quantità che serve per il suo corpicino è appena sufficiente a schermare il mio naso.
Di questo passo finirà presto.
Irene dice di sacrificare il naso così da lasciare a Federico un po' di crema in più.
Io dico che gli è già andata bene che non prendo il sole integrale.

domenica 6 agosto 2017

Qualis pater, talis peto

"Tuo figlio, quando fa la cacca, ti somiglia proprio".
Non so cosa Irene intendesse dire, ma io l’ho preso come un complimento.

giovedì 3 agosto 2017

Ci vediamo più tardi

Da dove parcheggio a dove lavoro ci sta un tratto a piedi.
Lungo quel tratto affaccia un'Onoranze Funebri.
Ogni mattina vedo al suo interno gente indaffarata alle prese coi primi 'clienti' della giornata.
A volte però, raramente, i titolari se ne stanno inoperosi sull'uscio con le mani dietro la schiena in perfetto proverbio cinese: "Siediti lungo la riva del fiume in attesa del cadavere etc.".
Quando questo capita, sento i loro occhi addosso stile check-up completo.
Allora accelero il passo e fingo anche una corsetta tipo "Che volete da me? Non vedete quanto sono in forma?".
Mi riprometto addirittura per il pomeriggio un paio di addominali che non farò mai.
L'altro giorno sono inciampato praticamente davanti al negozio, complici l'andatura affrettata e un cubetto di porfido sporgente.
Con la coda dell'occhio, poco dopo l'impatto, ho visto i titolari avvicinarsi.
Non so se per darmi una mano o il colpo di grazia.
Nel dubbio, mi sono alzato di scatto e ho ripreso a camminare.
Senza neanche voltarmi ho detto loro: "Non è ancora il momento".

venerdì 14 luglio 2017

Boccuccia della verità

Federico è appena tornato da una vacanza con la mamma in un villaggio della Sardegna.
Appena arrivata, la mamma c'ha tenuto a dirmi che in una settimana il piccolo ha imparato un sacco di paroline nuove.
"Ormai basta che dici una cosa e lui la ripete. E più tu la ripeti, più lui la ripete".
Da quando è rientrato il piccolo in questione replica all'infinito solo la parola 'animatore'.
Uhm...

sabato 8 luglio 2017

Prosecco a Gesù

Scorrere rapidamente i titoli di uno scaffale pieno di libri.
Sgranare gli occhi su uno in particolare.
Aguzzare la vista e accorgersi di aver letto "Prosecco a Gesù" anziché "Processo a Gesù".
Ridere sotto i baffi della propria idiozia.
Preoccuparsi un po' delle ragioni recondite della propria idiozia.
Fregarsene delle ragioni recondite della propria idiozia e fantasticare su una storia della Chiesa, e quindi dell'umanità, alternativa: "prese il flûte e rese grazie", "il Vangelo secondo giro", "Ricordati di sciabolare le feste".
Essere richiamati bruscamente alla realtà dalla propria compagna che chiede "Perché quel sorrisino idiota?".
Prendere pausa ad effetto stile Ultima Cena, fissare con sguardo compassionevole e rispondere: "Tutto è bene quel che finisce Valdobbiadene".

giovedì 29 giugno 2017

Pazza idea

La placidità pantofolaia della domenica mattina bruscamente interrotta dalla voce eccitata di lei: "Ho un'idea per dopo", allorché pensando a 'dopo' sei già tutto un fuoco ma scopri che per 'idea' lei intende pomeriggio all'Ikea.

domenica 25 giugno 2017

Pecché?

Adesso siamo nella fase “perché?, anzi “pecché?”.
“Pecché questo?”, “Pecché quello?”, “Pecché così e non cosà?”.
È l’ingenuo desiderio di capire le ragioni di ogni cosa; è il candido stupore di fronte ai meccanismi che governano il mondo.
Ed ogni volta è la mia cocciuta incapacità di dare una risposta alle sue domande, dalle più semplici alle più complicate.
La scorsa notte, in piena notte, non ho fatto in tempo a mettere piede in camera che mi son sentito chiedere: “Pecché (alla calabrese) sei rientrato così tardi quando mi avevi detto che scendevi giusto un attimo a portare fuori l’umido?”.
E anche in quell’occasione non ho saputo cosa risponderle (anche pecché avrei biascicato parecchio).

lunedì 19 giugno 2017

Barbatrucco

Ogni giorno che passa Federico arricchisce il proprio vocabolarietto.
Magari non pronuncia tutto alla perfezione, ma ogni giorno aggiunge una parolina al repertorio.
Giusto ieri s'è inventato 'Trumpupu' (mica gliel'ho corretto).
Fin qui le soddisfazioni.
Ora il mio personale dramma: non spiccica 'papà'.
Dice 'papagalo', 'papaya', perfino 'papatacio' (l'inquietante insettino che d'estate plana sotto la manopola dell'acqua calda mentre uno si fa la doccia).
Ma di 'papà' neanche l'ombra.
Basterebbe accorciasse uno dei termini precedenti, ma col cavolo che lo fa.
L'altro giorno ho perciò giocato d'astuzia e mi sono "appoggiato" a uno dei suoi cartoni preferiti.
Sono entrato in un negozio di giochi e ho comprato un faccione-maschera di papà barbapapà (quello pacioccone rosa tanto per intenderci che muta forma e dimensioni).
L'idea era: se non "papà" almeno "barbapapà".
Obiettivo centrato: da quel momento per lui sono "barbapapà" (e pace per la maschera in faccia e il "barba" davanti).
Da allora però, per non perdere credibilità, devo trasformarmi in tutto ciò che Federico vuole.
"Papagalo" mi esce bene, "papaya" abbastanza (ho improvvisato ma sembra gradire), "papatacio" no, quello proprio non mi viene.BarbapapBarbatrucco

mercoledì 14 giugno 2017

Sussurri in piena notte

Arcene, ieri notte, sussurri in piena notte.

“D! D! Sei sveglio?”
“Adesso sì. Cosa c’è?”
“Federico è rimasto nel lettone...”
“Me ne sono accorto: sto dormendo praticamente sullo spigolo del materasso. Neanche a Guantanamo!”
“E allora spostiamolo dai!”
“No”
“Come no? Ma se hai appena detto…?”
“Scelgo il male minore”
“Cioè?”
“Le zanzare lo stanno prendendo di mira”
“Il nesso, scusa?”
“Risparmiano noi: sangue fresco invece del nostro rappreso”
“Mi stai dicendo che non vuoi spostare tuo figlio solo perché funge da ricettacolo naturale per le punture?”
“Sì”
“Questo, questo… Questo è spaventoso … Questo è…”
“Ti dico io cosa è questo: io sposto Federico, le zanzare se la prendono anche con noi, noi dormiamo poco e male, ci svegliamo nervosi, causa nervosismo e sonnolenza non siamo all’altezza delle sue aspettative diurne di vitalità, la creatura si convince di un pericoloso equivoco del tipo ‘Mamma e papà non mi vogliono bene’, primi segni (suoi) di contestazione, prime forme (nostre) di autoritarismo, secondi segni (suoi) di contestazione, seconde forme… insomma circolo vizioso, psicologo, fuga da casa, mista spuma-lambrusco, spinelli. E questo a soli 7 anni. Dopodiché…”
“Ok, ok. ’Notte. Buono spigolo”
“ ’Notte. Buoni sensi di colpa”

venerdì 9 giugno 2017

Chi ha ucciso Lalla Palmel?

È da 25 anni che aspetto il sequel di Twin Peaks e Irene che fa?
Mi molla a casa da solo col pupo!
Stasera proprio!
Le alternative sono due.
O mi dedico completamente alla creatura, il che significa: spoliazione, inseguimento per mezza casa per completare la spoliazione, doccia, cambio, nuova doccia perché aspettava solo che lo cambiassi per evacuare, nuovo cambio, coccole, nanna e addio appuntamento atteso da 25 anni.
O lo costringo con me a vedere la puntata.
Uhm, fammici pensare...
Da domani credo comincerà a chiamare l'orsacchiotto Lalla Palmel.

sabato 20 maggio 2017

Giustiziere della notte

Vista la confusione imperante, un po' di chiarezza su a chi si può sparare impunemente di notte in casa propria:
- Babbo Natale, Befana, Santa Lucia e altra gente che si ostina a non chiamare Bartolini per le consegne in giornata;
- Batman e ogni risma di supereroi notturni che in teoria dovrebbero dare una mano contro i cattivi ma distinguili tu avvolti nelle tenebre (da qui l’idea di uno smanicato identificativo tipo Anas nonostante i mugugni del sindacato supereroi, Hulk in testa);
- l’Uomo Tigre (ci sarà pure una losca ragione se solitario nella notte va);
- vampiri, babau degli armadi, fantasmi e mostri vari che però si sono fatti furbi e hanno adottato uno smanicato identificativo tipo Anas per passare da supereroi;
- i licantropi di Geova, esseri mitologici che portano la parola di Dio solo con la luna piena;
- i Gremlins (a patto che li becchi nella dispensa dopo mezzanotte);
- il cinghiale che si accuccia sulla vostra pancia dopo aver mangiato pesante;
- i guerrieri che vogliono giocare alla guerra;
- l'olio di palma che s'insinua ovunque;
- il postino trimestrale in realtà studente universitario fuori corso che deve imparare ancora bene il giro e allora passa a consegnarvi il telegramma un po’ sul tardi (peccato… mancavano pochi esami);
- il vicino che commette l’imprudenza di venire a chiedere un pizzico di sale a sole già tramontato;
- il figlio ventenne impasticcato post-sabato sera del vicino che sbaglia per l’ennesima volta soglia e cerca di entrare in tutti i modi;
- la vicina che viene a chieder notizie di marito e figlio;
- le protagoniste dell’ immaginario erotico notturno perché si eccitano di fronte alla canna di un fucile;
- the haters in generale, because the night belongs to lovers;
- la notte stessa, che il poeta ebbe a definir “crucca e assassina”.

sabato 13 maggio 2017

Ia-ia-ooo

Siamo in piena fase "vecchia fattoria ia-ia-ooo".
Federico ne va matto e controcanta alla grande.
Abbiamo però esaurito gli animali di campagna e Irene ha boicottato tutte le mie iniziative (tra cui il verro sventrato nell'aia e il gambero di fosso).
Allora stamattina ho intonato il verso del contadino bergamasco a cui è caduta la zappa sui piedi.
Irene non ha gradito e mi ha dato del cretino.
Fede ha gradito e adesso sa dire anche "cletino".

domenica 7 maggio 2017

Oddìo Odio io

Ieri, dopo aver assistito per strada a uno spiacevole episodio di razzismo, sono giunto alla conclusione che odio i razzisti.
Odio cioè quelli che odiano i diversi da sé.
Quindi odio fondamentalmente un diverso da me.
Il che significa che sono razzista pure io.
Ne consegue che odio me stesso.
Il che spiegherebbe un paio di cose.
Per di più odio persone che, scoprendomi simile a sé, in realtà non mi odiano ma mi amano.
In pratica odio chi mi ama.
Sono proprio una brutta persona.
La prossima volta rinasco direttamente razzista.
Almeno mi faccio meno pippe mentali: odierei gli altri, amerei me stesso, la domenica mattina dormirei invece di scrivere post paranoici.

lunedì 1 maggio 2017

Mio figlio è un luddista

Mio figlio è un luddista.
Non ho detto rugbista, non ho detto nudista, ho detto luddista.
I luddisti erano quegli operai che nell’Inghilterra d’inizio XIX secolo si scagliavano contro le prime macchine automatizzate del ciclo manifatturiero-industriale perché temevano di essere sostituiti da esse e perdere quindi il posto.
Non so se mio figlio tema di perdere il posto, fatto sta che distrugge tutto quanto gli capiti sotto tiro.
Stamattina è toccato alla zuccheriera.
Scaraventata sul pavimento in un frangente di distrazione genitoriale: cocci ovunque e zucchero sparso a invitare a nozze le pioniere formiche di stagione.
Il luddismo nell’Inghilterra d’inizio XIX secolo venne represso nel sangue.
Io mi sono limitato a rotolare mio figlio nello zucchero riversato per terra e ad aspettare che provasse sulla sua pelle le conseguenze formicolanti delle sue azioni.
Punirne uno per nutrirne cento.

lunedì 24 aprile 2017

Come una comica

La cosa più buffa che fa ultimamente è questa: cerca di raccogliere da terra la cosa su cui ha appena messo il piede e che quindi, inevitabilmente, non riesce a tirare su.
La scena risulta esilarante nella sua semplicità.
Più tira più il piede fa pressione e la situazione non si sblocca mica.
Si sforza, s'intestardisce, s'arrabbia ma non ce la fa.
Allora Fede si avvicina, le sposta il piede e raccoglie la cosa per la mamma.

martedì 18 aprile 2017

Bum, bum, bum

Sin dal primo giorno di paternità una cosa che mi piace fare è origliare da dietro la porta le filastrocche che Irene canta a Federico mentre lo prepara per la nanna.
Non ho mai fatto caso alle parole; è l'idea in sé che mi rasserena, come se l'umanità intera, cattivi compresi, condividesse un momento di ancestrale armonia.
Molto Mulino Bianco lo so (non la fase Banderas-gallina parlante, quella precedente della famigliola felice), ma è il mio lato mieloso che prende il sopravvento.
Ciò fino a ieri sera, cioè fino a quando ho fatto caso al testo della filastrocca, che fa pressappoco così:

"Là sulla montagna pum pum pum
lavorano i sette nani pum pum pum
Là sulla montagna ronf ronf ronf
dormono i nanetti ronf ronf ronf
Là sulla montagna drin drin drin
si svegliano i nanetti drin drin drin..." e così via.

Nulla di male.
Ma quando la creatura non si addormenta e al genitore tocca improvvisare, puoi sentire strofe del tipo:

"Là sulla montagna bum bum bum
si sfondano i nanetti bum bum bum".

Da dietro la porta ho immaginato Federico da grande sdraiato sul lettino dello psicologo scavare nel proprio subconscio e raccontare di un vago ricordo d'infanzia: Eolo che inchiappetava Pisolo (che manco si svegliava), Mammolo che guardava eccitato, Brontolo che tontognava "Quando tocca a me? Quando tocca a me?", Cucciolo che ammutoliva (appunto), tutta l'allegra compagnia impegnata insomma in un'orgia fiabesca al ritmo di "Andiam, andiam, andiam a sodomizzar".


Sono entrato di getto nella stanza, ho strappato Federico dalle braccia di Irene e c'ho pensato io a ninnarlo, raccontandogli della gallina parlante e del mugnaio macho e virile.

giovedì 13 aprile 2017

Adesso può sciacquare

C’è una canzone nella mia vita che ascolto solo dal dentista.
Cioè, non è che mi presento con un dj set e la metto su io.
No, passa in radio solo quando sono sdraiato sul lettino del dentista.
Non è un cd messo su dal dentista, tipo il greatest hits del suo cantante preferito.
No, no, è proprio una radio, famosa anche.
Al di fuori dallo studio del dentista non mi è mai capitato di sentire quella canzone, neppure sintonizzandomi per una giornata intera su quella radio.
Si chiama qualcosa come “The river”, un pezzo anni ’80 stile soul malinconico.
Io la trovo una coincidenza incredibile, o meglio: la trovavo.
Ieri ero in treno per Milano e all’improvviso quella canzone soffusa è uscita dalle cuffiette del ragazzo vicino a me.
Mi è partito un trip paura tipo porta spazio-temporale a due passi dal senso della vita.
La signora seduta davanti mi deve aver chiesto una cosa del tipo “La prossima è Lambrate?” e io giuro di aver capito “Adesso può anche sciacquare”.
Finita la canzone non ho fatto in tempo a chiarire l’equivoco: deve essere scesa lo stesso anche se non era Lambrate perché mi sa di averla guardata con lo stesso sguardo carico d’odio con cui fulmino l’assistente del dentista quando fa la finta-gentile finito il trapanamento lento e sanguinolento.
Comunque sì: era Lambrate.

sabato 8 aprile 2017

Igiene in famiglia

Pranzo dai suoceri.
Premessa: Federico è in piena fase smanacciamento–pistolino.
Io con Federico in braccio: “Uhm, che odorini buonoloni… Pronti per la pappa!”
Nonna materna in modalità chioccia: “Prima però andiamo a lavarci le manine che sanno di pisellino”
Io: “Me le sono appena lavate”
Gelo antartico.
Orsi polari ovunque e pinguini nel tinello.
Confido nello scioglimento dei ghiacciai prima del dessert.

lunedì 3 aprile 2017

Primi pazzi

Ieri sera stavo facendo non so cosa in stanza quando Federico ha infilato all’improvviso dieci passi di seguito e ha scoperto di poter camminare da solo.
L’ha fatto col sorriso stampato in faccia.
Io, quasi per nasconderlo a me stesso, mi sono girato di scatto a vincere un fiotto di lacrime affiorato senza preavviso.
Dovuto, credo, all’infinitesimale associazione di idee: cammina – non ha più bisogno di me – un giorno andrà per la sua strada.
So che messa così sembra una pippa mentale e che normalmente avrei infradiciato di sarcasmo chi m’avesse rivolto analoga confidenza.
Ma vissuta in prima persona, così alla bugiarda, la situazione ha determinato il suo porco effetto.
Un contropiede emotivo che neanche il gol di Maradona contro l’Inghilterra ai Mondiali dell’86.
Trattenuto il magone, mi sono allora rigirato per sorridere con lui dell’impresa, ma lui nel frattempo si era schiantato al suolo e piangeva.
E io ridevo.
E lui piangeva.
E più lui piangeva, più io ridevo.
Finché le due cose son diventate una sola.

domenica 19 marzo 2017

Festa del Mammà

È la mia seconda Festa del Papà.
L’anno scorso Federico aveva praticamente dormito tutto il giorno. E ci stava perché la creatura aveva solo tre mesi.
Per quest’anno mi ero fatto qualche aspettativa in più: tipo sorrisetto appena sveglio, carponata impacciata nel lettone a darmi un abbraccino, farfugliamento stile “Guli pà!”.
C’è mancato poco: sorrisetto appena sveglio, carponata impacciata nel lettone a darmi un abbraccino, sillabazione lenta e cadenzata… “Mamma!”

sabato 18 marzo 2017

Plaid 'n roll!

Qualche sera fa avevo due alternative: concerto Afterhours dal vivo o finale Masterchef dal divano di casa.
Fino a poco tempo fa zero dubbi: musica live, pogo in prima fila e lividi del giorno dopo da esibire come medaglie.
Quella sera, al massimo, ho pogato con Irene per contenderle il plaid della nonna.
A distanza di giorni le rinfaccio ancora i lividi.

mercoledì 15 marzo 2017

Lappalalalà

Federico cresce di giorno in giorno e richiede sempre maggiori attenzioni.
Se fino a poco tempo fa riuscivo a correggere i temi mentre lui poco distante giocava in autonomia, ora la cosa si è fatta più complicata.
Vuole interloquire, si aspetta un confronto, attende una risposta.
Non che parli ancora, ma è nella fase freudiana 'cagami anche se non ci capiamo'.
Nonostante ciò mi incaponisco a gestire contemporaneamente le due faccende: scrivo i miei commenti di fine-tema e replico ai versetti di Federico.
Ultimamente mi confondo e mi è capitato di dire a Fede: "Lessico ripetitivo, sintassi ingarbugliata, ortografia carente" (penso abbia comunque afferrato perché ha fatto un musino deluso).
Ho intuito però che la situazione mi era sfuggita di mano quando l'altro giorno un alunno ha alzato la mano e mi ha chiesto: "Prof, perché a un certo punto mi ha scritto 'gnagnagna-gnignigni-lappalalalà'?".