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domenica 28 gennaio 2018

Lessico famigliare

Fede cresce fisicamente ma non verbalmente.
Ancora pochi termini per di più mal sillabati.
A colpirmi, forse per deontologia professionale, è soprattutto la povertà lessicale.
Un bacino d’una ventina di parole combinate tra loro in modo poco logico.
Esempio: “Luna luce buio bau ‘nduja” (tana per il nonno calabro).
Allora ho fatto autocritica, ho rinunciato al bergamasco in casa e ho cominciato a utilizzare un lessico più ricercato/ambizioso.
Al posto di “Mòchela che ta sa fet del mal!” un più aulico “Contieniti al fin di evitar a te stesso nocumento!”.
Invece di “Dòm che l’è ùra dela pappa!” un più lirico “Suvvia che il desinar s’appressa!”.
In sostituzione di “O signùr, sent che odùr!” un più biblico “Onnipotente, quale malefico lezzo!”.
In dieci giorni nessuna apparente evoluzione.
Fino a stamattina.
Appena sveglio, mi è corso incontro, mi ha abbracciato e all’orecchio mi ha scandito affettuosamente: “Padre”.

venerdì 26 gennaio 2018

Rock'n doll

Come se Torero Camomillo piacchiettasse sulla spalla di Bruce Springsteen e gli dicesse: "Scansati che tocca a me".
Da un paio di sere, finita la cena, niente rock (colonna sonora ideale mentre lavo i piatti - ne ho già rotti una decina) perché scatta tassativa la baby-dance.
La pasta al forno non è ancora bolo che già son chiamato a fare le mossette.
Non si discute.
Nessuno può mettere baby-dance in un angolo.
Non è tanto Federico a volerla (lui se ne starebbe placido in disparte a digerire e giocare coi cubotti).
È Irene a imporla.
Tipo animatrice in bamba matta dei villaggi vacanze al momento del gioco aperitivo: nessuno la caga ma lei impone ugualmente la pantomima a tutti.
Fatto sta che un attimo prima che attacchi "Il caffè della Peppina' vado ai vinili dei Led Zeppelin, li giro contro la parete e sussurro: "Robert, Jimmy, John, Bonzo... Perdonatela, perché non sa quello che fa".
E nel momento in cui sculetto verso il centro della pista mi pare di sentire ovattata ma potente una schitarrata elettrica di solidarietà.

sabato 20 gennaio 2018

La figlia del carrozziere

Il papà di Irene, prima della pensione, faceva il carrozziere.
Embè?
Io sto con Irene perché suo papà faceva il carrozziere.
Ah, il solito guidatore maldestro-cinico approfittatore!
No, per stare con Irene bozzavo volutamente la macchina almeno un paio di volte al mese così da portarla da suo papà che faceva il carrozziere.
Il nesso?
Che Irene studiava nell'ufficio attiguo al garage dove suo papà faceva il carrozziere ed era l'unica occasione per me di poterla vedere.
Romantico, ma perché ce lo racconti?
Perché Irene questa settimana è tornata a casa per ben due volte con la macchina tamponata.
Credo abbia un altro.

sabato 13 gennaio 2018

Andate e twittatene tutti

Verifica di Storia su Impero Romano del I-II secolo.
Uno degli argomenti era nascita e diffusione del Cristianesimo.
Nello specifico una domanda recitava: “Scrivi in sintesi il messaggio di Cristo”.
Risposta di uno dei ragazzi: “Ci ved dp. Fate i brvi! ;-)”.
L’evangelizzazione ai tempi di WhatsApp.
Massimo dei voti.

mercoledì 10 gennaio 2018

Che fisica!

Prima legge dell'infante costipato (detta anche Legge di Federico): la quantità di kleenex a disposizione in casa è inversamente proporzionale agli ettolitri di muco sciabordanti dal nasino del bambino raffreddato.

Seconda legge dell'infante costipato: la quantità di muco esondata dal nasino di un bambino raffreddato è direttamente proporzionale alla quantità di muco secco raschiabile dal maglione del genitore.
Questa legge fisica è anche nota come Legge di cambio dello stato della materia (da viscido a incrostato) o Seconda Legge di Federico.

Terza legge dell'infante costipato (della Mucosa Appiccicosa o Terza di Federico): la quantità di muco di bambino raffreddato rappreso sul maglione è direttamente proporzionale all'alchimia di fatica e imprecazioni impiegata per raschiarlo.

domenica 7 gennaio 2018

Stop waterboarding!

Avevo sentito parlare per la prima volta del waterboarding ai tempi della guerra in Iraq.
Si tratta praticamente della tecnica di interrogatorio-tortura che consiste nell’immobilizzare una persona a volto in su e versarle acqua sulla faccia in modo da rendere molto difficoltosa la respirazione.
All’epoca la notizia mi aveva colpito ma non scandalizzato più di tanto, nel senso che, trattandosi di un contesto di guerra, non ero stato lì a sottilizzare tra legittimo e illegittimo, morale e immorale.
Poi la scorsa notte ho cambiato idea.
Ho assistito ai lavaggi nasali di mio figlio.
Più che assistito, l’ho tenuto da dietro all’americana mentre la mamma procedeva con l’intervento invasivo.
Pipette di soluzione salina da far schizzare su per il naso per purgare le mucose e agevolare il respiro.
Encomiabile nella finalità, condannabile nella pratica, esecrabile nella reazione.
Creature inermi che si divincolano come dei posseduti invocando come dei posseduti Dio.
Stamattina, mentre a stento mandavo giù bocconi a colazione, ho firmato su Internet una petizione internazionale contro il waterboarding.
Fatelo anche voi: www.nowaterboarding/savefederico/stopirene/ioeseguivosolodegliordini.onu

mercoledì 27 dicembre 2017

Il giallo del giallo

Piena fase pennarelli.
Anzi, piena fase pennarelli tranne uno.
Prima ancora di impiastricciare fogli e pareti, Fede scarta il giallo.
Non è che gli toglie il tappino, lo prova e, insoddisfatto, lo accantona.
No, no: lo scaglia a prescindere verso l'altro lato della stanza.
Ipotesi:
- lo associa alla fase itterica dell'inizio, alla claustrofobica culla di vetro, ai faretti intensi e abbaglianti;
- ha notato che non va di moda (la Peppa ad esempio lo calza raramente);
- lo collega all'antipatico canarino di Gatto Silvestro (come dargli torto);
- odia i Cinesi perché sa che un giorno faticherà sottopagato per loro;
- gli ricorda la maglia della Svezia;
- lo abbina ai cibi che lo schifano: banana, purè, zuppa di zucca, limoncello;
- fa pendant col maglione giallo crosta di polenta su sfondo di pentola di rame per cui al nido l'hanno bullizzato sin da subito (peccato, a noi piace);
- non ne può più del mantra rastafariano-autorigenerante che la mamma va ripetendo da un mese: "Jah Love", "Jah Love", "Jah Love";
- gli rimanda foneticamente la parola 'gallo' in odio da quando il nonno calabro l'ha fatto combattere con un vero gallo da pollaio per testarne la virilità;
- è stufo di sentir parlare del giallo su chi sia suo padre.

martedì 19 dicembre 2017

L'essenziale

Irene inaugura la domenica mattina con un "Abbiamo un garage che fa schifo".
Io bofonchio un buongiorno e poi dico: "Non ce l'avrà progettato Renzo Piano ma mi sembra funzionale e ineccepibile".
Quindi mi siedo perché 'funzionale e ineccepibile' mi costa fatica la domenica mattina.
Lei si accanisce: "Intendo il caos che vi regna sovrano".
Resta irrigidita in piedi in attesa di una conferma ('vi regna sovrano' non le costa fatica la domenica mattina).
Fatto sta che a me non pare, ma dallo sguardo capisco che è il caso di alzarmi e fare un sopralluogo.
Macchina parcheggiata dritta, parete-scaffali ricolma e ordinata, bici appoggiate al muro, angolo-ramazza con due cose due da portare in discarica, qualche fogliolina secca in zona saracinesca che fa colore e stagione.
Roba da rivista patinata 'Belli garage'.
Risalgo e riferisco.
Lei scuote la testa: "L'essenziale è invisibile agli occhi".
Tocca risedermi.
Stoccata finale: "Ho avuto ex che passavano il weekend in garage".
Mi sollevo di scatto, trattengo a stento 'chiediti perché', l'abbraccio stretta stretta e la rassicuro: "Tranquilla, adesso ci sono qua io".

mercoledì 13 dicembre 2017

Mùca!

Fede è nella fase delle paroline gnagnose.
Per 'gnagnose' intendo buffamente sgrammaticate.
Ad esempio dice 'mùca!' sia per indicare la mosca che per intendere la mucca.
La cosa non agevola.
Ieri gli stavo dando la pappa a mulinello: un'imboccata dietro l'altra senza soluzione di continuità.
A un certo punto ha cominciato ad agitarsi e a dirmi 'mùca! mùca! mùca!'
E io: "Sì, certo. E la pecorella, il maiale, la gallina, il miao, il bau..." e vai di animale-cucchiaiata, animale-cucchiaiata, animale-cucchiaiata.
Ho capito che intendeva 'mosca' solo quando me l'ha sputata in faccia.

venerdì 8 dicembre 2017

Piccole trasgressioni

È da un po' di giorni che Federico si trascina una brutta tosse.
Credevo fosse malanno di stagione.
Da quando ha cominciato il nido poi.
Virus meo, cazzi tua.
Stamattina la svolta: frugo nella tasca superiore dello zainetto rosa-fucsia di Hello Kitty e trovo un pacchetto di sigarette.
Non percepisco subito la gravità della scoperta.
Troppo grossa per essere vera.
Poi, all'improvviso, la consapevolezza.
Com'è potuto succedere?
C'entra forse sua madre?
Qualcuno l'ha condizionato o trattasi di scelta libera e volontaria?
Se così, cosa mi rappresenta: confusione, provocazione, esibizione?
Quando è cominciato?
Come ho potuto non accorgermene prima?
Non mi par proprio una cosa trascurabile, eppure non c'avevo fatto caso.
Fino a stamattina.

Rosa-fucsia?
Hello Kitty?
Esigo spiegazioni.

domenica 3 dicembre 2017

Contropiede

Prima o poi doveva capitare.
Federico è incappato nella morte e ne ha chiesto ragione.
Camminavamo mano nella mano a bordo strada quando ha notato quello che rimaneva di un riccio spiaccicato.
Si è intristito, mi ha guardato e ha chiesto: "Pecché?".
Io, preso in contropiede, ho improvvisato la storia meno dolorosa e più fiabesca che potessi immaginare: "Vedi, in realtà quel riccio è vivo e ora si trova sotto l'asfalto in compagnia della talpa che ha sempre amato. Non riuscendo ad andare lei da lui, il riccio ha rinunciato alla propria corazza e ha scavato fin sotto dove ora la talpa e il riccio si vogliono bene".
Preso dall'ispirazione ho cesellato con una morale: "Il bitume non separi ciò che l'amore unisce".
A quel punto Fede, sgranati gli occhi, mi ha detto: "Pensavo fosse colpa di una macchina che col suo moto uniformemente accelerato ha centrato in pieno un corpo troppo lento e fragile per reggere l'impatto con un corpo, per l'appunto, più veloce e pesante".
A quel punto io, sgranati gli occhi, ho indicato i moscerini spalmati sui parabrezza delle auto e ho chiesto: "Perché?"

domenica 26 novembre 2017

Buon viaggio

Stamattina Federico ha cominciato il nido.
Ce l'ha portato la mamma; io l'ho salutato prima di andare al lavoro.
Significa che da oggi ha cominciato a stare con gli altri.
Senza di noi.
Fino a ieri, casa o nonni, era sempre stato con le persone che gli vogliono bene.
A prescindere.
D'ora in avanti non necessariamente. A torto o a ragione. Per ora i bambini.
Io, ad esempio, con gli altri non ci so sempre stare.
Il più delle volte a torto, in qualche caso a ragione.
Gli auguro meno diffidenza e maggiore predisposizione, minor scontrosità e più apertura.
Quantomeno gli auguro di non aver asciugato una lacrima infingarda come il sottoscritto stamattina una volta in macchina.
Anche perché una macchina ancora non ce l'ha.

A parte il mezzo, buon viaggio in compagnia ;-)

sabato 18 novembre 2017

Stagiorni

Mi piace l'autunno.
Mi piace perché mi ricorda la caducità delle cose.
Mi riporta alla cruda e non per forza frenetica realtà.
La luce che stinge, gli alberi che congedano le foglie, le rogge che alitano condensa.
Mi piace andare al lavoro e sapere prima o poi di incontrare, in pausa dalla transumanza, il gregge di pecore nel prato incolto a bordo strada.
Succede ogni anno e ogni anno l'evento mi concilia.
Non è che l'attenda, semplicemente a un certo punto accade.
E infatti all'improvviso eccole lì.
Io in auto già in ritardo, loro sdraiate belanti e pasciute.
Mi piace sapere che vengono da lontano e vanno lontano.
Senza stress, senza urgenza, senza doveri incombenti.
Mi piace quando la natura ricorda a noi umani indaffarati la placida scansione dell'esistenza.
Mi piace meno quando 'ste stronze portamicrobi e cagabagole decidono di attraversare la strada proprio mentre passo io.
Scansatevi maledette: in ritardo, sono in ritardooo!

domenica 12 novembre 2017

San Martini

Il nebbiolo negl'arsi colli
gorgogliando scende,
e sotto il duodenale
sciabola e rosseggia il negrar;

ma per le vie del gozzo
dopo i cacciatorini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' passi offesi
il brillo straparlando
sta l’ubriacon cercando
la tazza di mirar

tra le rossastre labbra
stormi di calici neri,
com'esuli pensieri,
aspettano il cynar.

venerdì 3 novembre 2017

Allora? Com'è andata?

Io e Mirko (nome di fantasia per rispettare la privacy) non ci conoscevamo.
Stessa età all'incirca, paesini diversi a pochi chilometri di distanza, mai frequentati nelle scorribande di gioventù (forse incrociati ma chi se lo ricorda).
Io e Mirko abbiamo cominciato a conoscerci 6 mesi fa.
Puntualmente, ogni domenica mattina sul presto, ci trovavamo a prendere il latte fresco al distributore automatico della cascina a metà strada tra Arcene e Castel Rozzone.
Più che "trovavamo", che presuppone casualità, venivamo spediti dalle rispettive compagne a prendere il latte scordato la sera prima.
L'accusa era identica, manco condividessero un copione: "Padri degeneri più bravi coi bicchieri che coi doveri".
Solo perché il sabato ci eravamo magari attardati con gli aperitivi (senza il magari).
Fatto sta che all'inizio era pura formalità: un cenno del capo, un saluto assonnato, un 'buona domenica' finale di circostanza.
Poi, col tempo, abbiamo preso a parlare con un grado di confidenza via via maggiore.
Dalla settimana appena trascorsa alla vita in generale.
Gioie, fatiche, ricordi, errori, paure condivise con chi non si conosce ma ascolta senza giudicare.
A volte succede.
Senza neanche bisogno di pagare.
L'appuntamento, a un certo punto non più casuale (e chi se ne fregava delle puntuali tiritere: "Ancora ti sei dimenticato!?! Adesso ti alzi e vai in cascina!"), era diventato sempre più informale: pigiama malamente coperto da giacchetta improvvisata, capelli spettinati, visi non sciacquati.
Noi due, il nostro momento di chiacchiere e solo le mucche a origliare sullo sfondo.
Stamattina Mirko mi ha detto che presto cambierà regione per motivi di lavoro.
Ancora oggi, 6 mesi dopo, non so bene che lavora faccia, come si chiami sua moglie, se abbia dei cani, per quale squadra faccia il tifo.
So molto invece di cos'ha provato, che idea s'è fatto, quali desideri ancora per il futuro.
E viceversa.
Buon viaggio Mirko!
Mi piace pensare che un giorno ci ritroveremo da nonni in pensione a prendere il latte per i nipotini e la prima domanda sarà:
"Allora? Com'è andata?"

sabato 28 ottobre 2017

Giuro che non cero

Da un paio di giorni sto frugando nell’archivio on line dell’Eco di Bergamo.
Ho bisogno di risalire a cose che forse all’epoca mi erano sfuggite.
All’epoca significa da due mesi a questa parte.
Da due mesi a questa parte Federico ha maturato un’insana passione per i lumini.
Quelli da chiesa, da processione, da estremo saluto.
Quelli rossi con la fiammella in mezzo.
Quelli da accendere quando si fa un voto o si domanda una grazia.
Federico non fa in tempo a entrare in santuario che vuole accenderne uno, e poi un altro, e poi un altro ancora.
A volte lo spazio a disposizione è già pieno e allora bisogna spegnerne uno, e poi un altro, e poi un altro ancora.
Guai a smorzare i “suoi”.
I “suoi” sono intoccabili, quelli degli altri un po’ meno.
Frignerebbe da far scendere Cristo dalla croce.
Da buon agnostico non mi ero mai posto il problema delle conseguenze.
Fino all’altro giorno.
L’altro giorno abbiamo atteso che l’anziana signora davanti a noi si girasse e subito le abbiamo spento il lumino perché ci stesse il nostro.
Tempo di far soffiare Federico sulla fiammella e l’anziana signora ha cominciato a tossicchiare, poi tossire convulsamente, quindi rantolare-scatarrare fino allo spasimo.
Il sacrista l’ha soccorsa e tutto si è risolto per il meglio.
Io e Fede ci siamo guardati e siamo tornati a casa pensierosi: che la donna avesse chiesto un’intercessione per lo stato di salute precario? Che il nostro gesto avesse smorzato sul nascere la supplica? E prima di allora? Quante volte? Chi? In che misura? Fino a che punto?
Ho controllato: sull’Eco non danno notizia di tragedie ad Arcene da due mesi a questa parte.
Ma se io e Fede siamo in giro e vediamo un compaesano con il braccio rotto, in carrozzella o con la testa fasciata, allora abbassiamo gli occhi.
Di fronte ai manifesti funebri, poi, acceleriamo il passo per non incrociare lo sguardo delle immaginette.
Che a volte ci appare incazzoso.
Come di chi sa come sono andate le cose.

lunedì 23 ottobre 2017

I got IT!

Ieri, facendo un po’ di cambio-guardaroba, ho ritrovato un vecchio impermeabile giallo con cappuccio di quando consegnavo la posta sotto l’acqua e la neve.
Stamattina, uscendo di casa, ho adocchiato sul pavimento un palloncino rosso portato a casa da Federico dopo non so quale festa di compleanno.
Due più due e illuminazione fu.
Sono entrato in classe nascondendo la faccia dietro il palloncino e ho detto con la voce più inquietante che mi riusciva: “Interroghiamo quello che con le verifiche fa sempre le barchette di carta…”

sabato 14 ottobre 2017

Misantropia ottobrina

Giornata no.
Misantropia ottobrina.
L’inferno sono gli altri.
L’inverno sogno gli altri.
Ma in autunno, oh in autunno...

Sarà la prima nebbia del mattino,
sarà il sole pallido e stinto di vino,
sarà la sera che cala imperiosa come una fiumana,
sarà il sacco dell’umido che torna a essere ritirato solo una volta a settimana,
saranno il compleanno che si avvicina e l’età che avanza,
sarò io,
sarà jevo,
saranno gli altri…

Mi stanno
come d’autunno
sui coglioni
le mosche.

sabato 7 ottobre 2017

Peppa porca

Non mi riesce più di vedere i cartoni con Federico.
Ad essere precisi un cartone: Peppa Pig.
Non è un discorso di qualità (i protagonisti parlando grugnendo) o quantità (le puntate alla fine son sempre quelle).
È che a un certo punto entra in scena Suzy Pecora.
Se ho ben capito nell'originale inglese gli amichetti di Peppa hanno nome e cognome che iniziano tutti con la stessa lettera: Freddy Fox, Pedro Pony, Rebecca Rabbit...
Suzy Sheep da noi è diventato Suzy Pecora.
Non Serafina, non Simonetta, non Sebastiana.
Che poi il problema non è tanto il nome quanto il cognome.
Potevano tradurlo con Suzy Agnella, Suzy Ovina, Suzy Quadrupede Lanoso.
No, proprio Suzy Pecora.
A Fede fa ridere, a me fa sesso.
Susy Pecora nel mio immaginario è tutt'uno con Moana Pozzi, Milly D'Abbraccio, Jessica Rizzo.
È un nome da privé, da night club, da paginone centrale di Playboy, da categoria monografica su Yuoporn, da film di Tinto Brass (tipo Rocco nei panni dell'idraulico che le dice: "Tu sei Susy, vero? Pecora?" e non capisci se è il cognome o una richiesta).
Sarò degenerato io, ma dal momento in cui Susy compare smetto di guardare e parto di fantasia.
Immagino che mi strizzi l'occhio e accenni all'ovile, che si tosi tutta per me, che beli da porca (provocando una crisi d'identità in Peppa: "Ma allora - oink oink - io chi sono? Cosa - oink oink - rappresento? E soprattutto - oink oink - perché ho un nome da vecchia ubriacona?).
Fede se ne accorge e comincia a tirarmi la maglietta per riavermi "presente" al suo fianco.
Mi vuole complice, non supplice; scherzoso, non focoso; divertito, non pervertito.
Allora mi concentro e scaccio i pensieri birichini.
Fino a quando fra le amichette animate fa capolino Wildy Wolf.
Selvaggia Lupa.
Lì spengo e trascino Fede a fare la doccia fredda con papà.

domenica 1 ottobre 2017

Allievo e maestro

Zona cattedra poco prima dell'inizio della lezione
"Posso una domanda?"
"Certo"
"No, perché la fonte mi pare autorevole in materia"
"Grazie, spero di essere all'altezza. Quale materia?"
"Donne"
"Ahia..."
"Appunto: ahia..."
"Provo a indovinare: scottato ripetutamente senza venirne mai a capo"
"Diagnosi impeccabile"
"C'avrei scommesso"
"Quindi?"
"Quindi benvenuto nel club. Non so cosa rispondere. Su altro sono preparato, ma su questo..."
"E l'esperienza?"
"Come il due di picche a briscola"
"Nel senso?"
"Nel senso che chi le capisce è bravo. Ogni volta è come se fosse la prima: un umore diverso, un comportamento imprevisto, una reazione inattesa. Volubili, imprevedibili, spiazzanti. Impossibile prevenirle, deleterio contraddirle"
"Tinte fosche"
"Mi dispiace, ma a qualcuno toccava farlo"
"Eppure avrei giurato..."
"Fingo sicurezza, ma sulle donne m'infrango"
"Chi l'avrebbe mai detto?"
"Già"
"Qualche trucco almeno?"
"A.NI.A"
"È un'associazione? Tipo l'Alcolisti Anonimi per il supporto psicologico?"
"Per quello c'è il bar. L'Alcolisti Anonimi è lo step successivo"
"E allora cos'è?"
"Un acronimo"
"Che sta per?"
"Ascoltare, Non Interrompere, Assecondare"
"Chiaro"
"Ah, ancora una cosa"
"Cosa?"
"Valorizzare, sempre e comunque. A prescindere"
"Direi che per oggi basta così"
"Direi di sì, anche perché sta per suonare"
"Perfetto, grazie mille"
"Si figuri prof"

mercoledì 27 settembre 2017

Comunque costano

Venerdì pomeriggio, camminando in via Roma a Treviglio e passando a lato di una coppia madre-figlia (50 e 15 anni su per giù), mi è capitato di sentire quest’ultima concludere così un discorso: “Comunque i preservativi costano”.
A parte che il sottoscritto pensa di aver utilizzato con i propri genitori per la prima volta il termine ‘preservativi’ giusto un paio di mesi fa (mi era scappato chiedendo se avessero in casa dei sacchetti da freezer “preservativi…” – silenzio , imbarazzo, rossore in faccia – “…ma sì dai, quelli che preservano i cibi deteriorabili dalla corruzione del tempo”).
A parte ciò, ho avanzato le seguenti ipotesi:
- due attrici, calate perfettamente nei ruoli, stavano ripassando il copione di una qualche commedia dell’assurdo (tipo ‘Aspettando godo’);
- la figlia si opponeva alle insistenze con cui la madre la pregava di rinunciare al salto della quaglia come pratica contraccettiva;
- la figlia stava vagliando tutti i metodi anticoncezionali conosciuti soppesandone pro e contro;
- la figlia, emancipata, si stava lamentando in pubblico dell’incidenza di quella voce di spesa nella propria paghetta settimanale e questo in ragione dell’ampio ricorso al prodotto in questione (la madre, in silenzio al suo fianco, camminava combattuta tra l’orgoglio di avere una figlia un po’ donna e il dubbio di avere una figlia un po’ zoccola);
- la figlia, appassionatasi alla lezione scolastica di economia, stava calcolando il valore sul mercato del profilattico una volta tenuto conto del costo di partenza del lattice grezzo, del conseguente processo di fabbricazione, della manodopera volta a testare la qualità del prodotto finale;
- la figlia stava ricordando la soluzione di un problemino di matematica che ancora la assillava dai tempi delle Elementari: “Un bambino entra in farmacia e compra una scatola di preservativi. Calcolando che in tasca ha 20 euro, che 5 li ha già spesi per le sigarette e che i preservativi costano cadauno…”;
- la figlia stava condividendo lo stupore nei confronti dell’inflazione galoppante attestata dal vertiginoso rialzo del prezzo dei condom (dati Istat alla mano), per la serie: “Ricordi mamma? Solo una settimana fa venivano…”;
- la figlia, studentessa di giorno e cameriera di sera, stava negando alla madre disoccupata e imbronciata i soldi per l’acquisto degli anticoncezionali.

Oppure, semplicemente, la figlia è figlia dei tempi e la madre è ignota.

mercoledì 20 settembre 2017

Ito?

Con Fede siamo passati alla fase "pappagallina", vale a dire alla ripetizione pedissequa delle parole sentite.
O meglio alla ripetizione della parte finale delle parole sentite.
"Ite"
Capito?
"Ito"
Esatto!
"Atto"
Questo è l’andazzo…
"Azzo"
Il problema è proprio "azzo" ripetuto una decina di volte.
"Azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo azzo"
Il disagio aumenta nei luoghi pubblici.
Sabato sera al ristorante, dopo che Irene mi aveva detto di vedermi un po’ paonazzo, Federico ha così risposto al “Desiderate?” del cameriere: “Azzo azzo azzo azzo azzo ...”
Da allora stiamo cercando di evitare tutti i termini che finiscano in forma fallica: mazzo, lazzo,
paparazzo, arazzo, Durazzo…
Quantomeno di non collocarli in fondo alla frase.
Esempi di sintassi alternativa: “Un mazzo ne vorrei”, “Magnifico arazzo quello è!”, “Stati a Durazzo voi siete?”
Impegnativo, non immediato, grammaticalmente discutibile ma alla lunga efficace.
Fino al mio imperdonabile errore di ieri sera a tavola: “Nooo, mi è caduto il sale... Che sfiga!”

mercoledì 13 settembre 2017

Se non allora quando

Con un bimbo piccolo che gironzola per casa, salta, s'inerpica, lancia e si lancia, è praticamente impossibile trovare un momento per volersi bene.
Intimamente bene.
Di notte non se ne parla perché dal lettone, dove s'assopisce, impossibile smuoverlo pena risveglio traumatico (per lui e per i vicini).
Di giorno, ora pennichella, si potrebbe anche fare ma finisce sempre che ci addormentiamo pure noi (maledetta digestione!).
Allora ogni tanto, quando l'ormone ha il sopravvento, prendo la pallina di pezza, la faccio rotolare lungo il corridoio fino alla stanza in fondo e incito Federico ad andare a prenderla.
Lui si esalta, scatta, recupera e torna.
Per lui 30 secondi di puro divertimento.
Per me e Irene idem.
Compresi i 20 per rivestirsi.

martedì 5 settembre 2017

Il sorpasso

Non sono mai stato un tipo sportivo.
Zero calcio, un po’ di tennis quando ancora le racchette erano di legno, quella volta che corsi i 100m inseguito da uno sciame.
A scuola, in Educazione Fisica, un 6 risicato.
Ancora oggi il massimo che mi concedo sono poche flessioni e un paio di addominali così da poter rispondere, nel caso me lo chiedessero, “Ultimamente faccio palestra”.
Tutto improvvisato, si intende: salotto di casa, tappettino-puzzle del bimbo e conteggi taroccati per accelerare la fine.
La cosa si è fatta divertente da quando l’altro giorno Federico si è fermato al mio fianco, mi ha scrutato incuriosito, si è sdraiato e si è messo ad imitarmi nei movimenti.
La cosa si è fatta meno divertente da quando quello stesso giorno Federico andava avanti negli esercizi mentre io già ansimavo.
Si fletteva e rideva, si fletteva e rideva.
Arrancavo e imprecavo, arrancavo e imprecavo.
Un’umiliazione, un “sorpasso” padre-figlio in anticipo rispetto alla tabella di marcia (avevo calcolato sui vent’anni, non venti mesi).
Ieri sera una piccola soddisfazione a ristabilire l’ordine naturale delle cose: lui in bagno che si sforzava sul vasino da notte; io che l’ho affiancato, mi sono seduto sulla tazza e ho seraficamente espletato.
Tutto ciò senza mai guardarlo in faccia bensì fischiettando un simpatico motivetto.
Prima di uscire l’ho fissato e gli ho detto: “Schiaccia tu visto che ti allunghi così bene”.
Irene dice che sono immaturo, orgoglioso e infantile.
Io dico che ha cominciato lui.

martedì 29 agosto 2017

Che tu hai clacsonato?

Non essendo alla fine successo niente di male confido nella comprensione di Irene, ma questo outing lo devo proprio fare.
Direi che, più che una relazione platonica, si è trattato di una scappatella clacsonica.
Tutto ebbe inizio a fine maggio quando, nei pressi dei campi sportivi di via Bergamo, a pochi metri d’asfalto dall’ingresso di Treviglio, una ragazza a spasso col cane aveva risposto con un sorriso al mio clacsonare ripetuto.
Una ragazza già notata nei giorni precedenti ma nulla più di una comparsa sullo sfondo dell’abitudinario itinerario verso il lavoro.
Nell’occasione specifica la ragazza aveva scambiato il mio gesto nervoso, direzionato a quello della macchina davanti che non si muoveva nonostante la coda da mo’ si fosse sbloccata, come un apprezzamento grezzo ma insistito.
Tanto da tornare a cercarmi con lo sguardo e sorridermi il giorno dopo, e quello dopo pure, e quello dopo ancora.
Quasi un sesto senso le sussurrasse il mio sopraggiungere.
Oppure era la mia delicata clacsonata di qualche metro prima a suggerirle che stavo arrivando.
Non so, fatto sta che da persona educata quale sono non ho potuto che contraccambiare e aggiungere di volta in volta espressioni facciali a ravvivare una conversazione di fatto impossibile in quei pochi frangenti di rallenti tra il mio scorrere in auto e il suo attendere i bisogni del cane.
Un repertorio di smorfie e mimar di mani a significare “Come siamo eleganti oggi!”, “Mi sa che si mette a piovere”, “Guarda, mi attende una giornata…”.
Fino al giorno degli shorts inguinali, resi ancora più aderenti dalla posa di lei china sulle deiezioni del cane, che hanno provocato un’istintiva ancorché prolungata clacsonata da parte mia che ha a sua volta provocato la reazione risentita del tizio della macchina davanti che ha tirato il freno a mano ed è sceso a chiedermi spiegazioni.
Tempo di indicare all’energumeno la ragione della clacsonata e lei era sparita, lasciandomi solo in un misto di paura ed eccitazione che mai più voglio riprovare.
Anche se è ciò che mi ha salvato dall’energumeno: l’evidente eccitazione intendo…

mercoledì 23 agosto 2017

Casottino Club

Ogni anno trascorro almeno una settimana in montagna ospite di suoceri, cognate, nipotine, parenti acquisiti, Lilly.
Incantevole l'habitat, estraniante il contesto, paradisiaca l'atmosfera, ma non propriamente silenzioso l'appartamento.
"Toc toc! Manca tanto? Mi scappaaa!", "Zio, zio, ziooo! Ti svegli per giocare con noi?", "Scusa se interrompo la tua lettura: faresti un salto a piedi sotto la pioggia dal fattore all'altro capo del paese a prendere un po' di latte fresco?", "BAU, BAU, BAU, BAU!!!".
Allora da qualche tempo, verso sera, esco con la scusa della spazzatura e mi rifugio in un posto segreto che il resto della famiglia non sa.
Che è poi il casottino del parco-giochi dove al mattino i bimbi si divertono a imitare i grandi.
Tre assi di legno in croce, una tettoia all'altezza di un metro circa, una panca interna dove sedersi.
Sto lì al buio, rannicchiato, un po' scomodo, e penso ai pensieri miei.
Niente di che, ma come ricarica-energie è più che sufficiente.
Due sere fa s'è avvicinato un tizio, sulla quarantina pure lui, che mi ha confessato di avermi notato da almeno una settimana senza però darsi spiegazioni.
Tic nervoso all'angolo dell'occhio destro e faccia tirata parlavano da sé: un simile, un pari, un'altra vittima delle circostanze.
Allora, mosso da solidarietà, ho preso a raccontargli il perché e il per come di quel mio imboscarmi.
Alla fine saluti e conoscenti come prima.
Ieri sera, al solito, mi avvicino al casottino ma un mormorio di sottofondo mi mette sul chi va là.
Un altro passo e scorgo all'interno i contorni indistinti di più teste oscillare e una sussurare: "È lui! È l'iniziatore! Ssst! Forse vuole dirci qualcosa".
E io, investito di un ruolo non richiesto, mi son sentito in dovere di parlare: "Prima regola del casottino: non parlate del casottino. Seconda regola del casottino: non dovete parlare del casottino. Terza..."

giovedì 17 agosto 2017

Non chiedete ai bambini

Irene non fa il bagno se nel mare ci sono le meduse.
Irene chiede sempre ai bambini a riva se ci sono le meduse.
Non lo chiede al gestore dello stabilimento balneare, non al bagnino, non al vecchio lupo di mare col berretto da Tonno Nostromo seduto a prua di un vecchio scafo abbandonato.
Un bambino in riva al mare dirà sempre che ci sono le meduse.
Anche il bambino, come Irene, ha paura delle meduse ma allo stesso tempo ne è attratto: a quell'età rappresentano il mostruoso, l'ignoto.
Irene chiede anche a Federico (un anno e mezzo) se ci sono le meduse.
Lui non sa nemmeno cosa siano le meduse ma, tutto eccitato, ripete 'DUSE!" e indica un generico là nel mare.
Naturalmente Irene gli crede.
Io non chiedo mai ai bambini se ci sono le meduse; mi tuffo e basta nel mostruosamente ignoto.
Irene nessun bagno, io diversi.
Irene nessun oooh di stupore dei bambini, io diversi.
Irene nessuna abrasione, io diverse.

lunedì 14 agosto 2017

Sensibili

Mare, solleone, pelli sensibili.
Scordato a casa l'ombrellone fantozziano da spiaggia libera (ero lì lì per fare inversione a U in autostrada quando Irene mi ha fermato: "In qualche modo ce la caveremo").
Che poi lei la fa facile: problemi di scottatura non ne ha (mezza calabra è).
Io e Federico invece ci contendiamo la Crema 50 Protezione Bimbi.
Appena in spiaggia, facciamo gara a chi la sfila per primo dalla borsa-mare (una specie di 'bandierina' per non ustionarsi).
Tutto è lecito: spintoni, diversivi, guardalàincielochebello!
La quantità che serve per il suo corpicino è appena sufficiente a schermare il mio naso.
Di questo passo finirà presto.
Irene dice di sacrificare il naso così da lasciare a Federico un po' di crema in più.
Io dico che gli è già andata bene che non prendo il sole integrale.

domenica 6 agosto 2017

Qualis pater, talis peto

"Tuo figlio, quando fa la cacca, ti somiglia proprio".
Non so cosa Irene intendesse dire, ma io l’ho preso come un complimento.

giovedì 3 agosto 2017

Ci vediamo più tardi

Da dove parcheggio a dove lavoro ci sta un tratto a piedi.
Lungo quel tratto affaccia un'Onoranze Funebri.
Ogni mattina vedo al suo interno gente indaffarata alle prese coi primi 'clienti' della giornata.
A volte però, raramente, i titolari se ne stanno inoperosi sull'uscio con le mani dietro la schiena in perfetto proverbio cinese: "Siediti lungo la riva del fiume in attesa del cadavere etc.".
Quando questo capita, sento i loro occhi addosso stile check-up completo.
Allora accelero il passo e fingo anche una corsetta tipo "Che volete da me? Non vedete quanto sono in forma?".
Mi riprometto addirittura per il pomeriggio un paio di addominali che non farò mai.
L'altro giorno sono inciampato praticamente davanti al negozio, complici l'andatura affrettata e un cubetto di porfido sporgente.
Con la coda dell'occhio, poco dopo l'impatto, ho visto i titolari avvicinarsi.
Non so se per darmi una mano o il colpo di grazia.
Nel dubbio, mi sono alzato di scatto e ho ripreso a camminare.
Senza neanche voltarmi ho detto loro: "Non è ancora il momento".