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giovedì 6 maggio 2021

Ripassare giocando

 


La mattina cerco di unire il dilettevole all’utile.
Tra la colazione e l’avvio delle lezioni dedico dieci minuti al gioco con Fede.
Lui lo chiede e io sono contento di cominciare così la giornata.
Tuttavia non rinuncio a un ripassino mentale delle lezioni.
L’età avanza e l’esperienza a volte si rivela un boomerang, specie quando la memoria non è più quella di una volta.
Il pilota automatico non è sempre così affidabile.
Meglio allora rivedere in testa il tutto.
Come fare?
Costringo Fede a usare soldatini, dinosauri, indiani e cowboy come personaggi della storiella-gioco-ripasso.
Ieri ho ripetuto le cause della Prima Guerra Mondiale facendo litigare i Puffi su chi fosse il migliore e chi volesse la puff-casa più grande.
Poco fa un soldatino sopravvissuto a un assalto di serpenti di gomma è uscito dal nascondiglio (una grotta di Lego) e di fronte alla bellezza di un’aurora boreale di pongo ha detto: “M’illumino d’immenso”.
Domani la Rivoluzione Russa (l’idea è quella di far ribellare gli animali della fattoria contro il T-Rex. Grande Puffo fa Lenin. Quattrocchi Stalin. A dire il vero fa più Trotsky, ma Fede non riesce a dirlo. Puffetta una spia doppiogiochista al soldo dell’Occidente. Bue Grasso lo tengo da parte per la Marcia su Roma).

giovedì 25 marzo 2021

Viva la Vita!


Poco fa mi sono vaccinato e mi è passata davanti la Vita.
Nel senso di Vitangela Moscarda, detta 'la Vita'.
"Un nome d'altri tempi per un corpo che ti tenti".
Io ero un burlone-provolone, lei una compagna d'università che non vedevo da parecchio.
Ora insegna al Professionale di Valbrembo.
Non è cambiata una virgola.
È stato un piacere rivederla: ha aiutato a distrarre un ipocondriaco come me.
Insomma, la mia esperienza col vaccino è stata positiva.

Zitti e accesi!

“Zitti e buoni!”
Scopro solo ora che il titolo della canzone con cui i Maneskin hanno vinto a Sanremo sarebbe ispirato alle parole con cui i professori li apostrofavano a scuola.
Immaginando fra una decina d’anni la vittoria a Sanremo di una band di miei ex studenti, gli stessi di questi giorni in DAD, temo un pezzo dal titolo “Le accendete o no ‘ste cazzo di telecamere?”


P.s. Non dico ‘cazzo’, ma fa decisamente più rock. 

mercoledì 17 marzo 2021

Il mattino ha il decoro in bocca

 

"Buuuongiorno Fedeee! Come stai?"
"Bene. Meglio di te."

Non è ancora tornata

 

Sono sempre l'ultimo a sapere le cose.
Anche in casa mia.
Soprattutto in casa mia.
Premessa: Irene è uscita sul presto a camminare.
Fede si sveglia e mi vede solo al tavolo che faccio colazione.
Stropicciandosi gli occhi chiede: "Ma la mamma è uscita a sposarsi?"
Sembra più la richiesta di una conferma che una domanda vera e propria.
Evidentemente sa cose.
Vi aggiorno quando torna Irene.

Gasarsi davanti ai morti


Comincio a perdere la memoria quindi mi gaso davanti ai morti.
Mi spiego.
Una volta, ai tempi degli studi universitari, facevo il postino in paese.
A ogni nome sapevo associare via e numero civico.
Dopo poche settimane ero un robot: 5.000 anime 5.000 indirizzi.
Poi il tempo ha mangiato i ricordi.
Un esercizio che faccio adesso, quando incrocio un annuncio funebre tra le vie del borgo, è ricordare il recapito del defunto.
Quindi mi avvicino e verifico sul manifesto.
Se indovino, urlo "Yeeesss!" e col braccio esulto come chi ha fatto goal.
Lo dico perché mi è stato fatto notare.
Proverò a trattenermi.
Chiedo scusa se qualcuno si è offeso.

domenica 28 febbraio 2021

Precoce


Sono di là che lavoro.
Non lo sento da mezzora.
Mi preoccupo e vado a vedere.
Lo trovo così.
Un po' precoce.
E un po' miope.

giovedì 25 febbraio 2021

"Cazzo fate?" e del come il Covid condizioni la psiche


Mi sono accorto di una cosa ultimamente.
Che ogni volta che in una scena di film o serie avviene un contatto tra i personaggi (un abbraccio, una stretta di mano, una pacca sulla spalla, anche solo un coppino) scatto sul divano e dico “Cazzo fate che non si può?”.
Non in caso di congiunti. Sulle scene di sesso tra congiunti niente da obiettare. Anzi, metto in slow motion proprio perché no-Covid.
Reagisco in caso di contatto tra personaggi non congiunti, tipo amici o colleghi di lavoro.
Mi viene spontaneo e mi rovina il resto della visione.
Anche coi film già visti.
Tipo Tognazzi che saltellando dalla banchina schiaffeggia i passeggeri del treno: “Cazzo fai che non si può?”
O Al Pacino cieco che balla il tango con una sconosciuta: “Cazzo fate che non si può?”
O Chandler, Joey, Phoebe e gli altri friends che si stringono sullo stesso divano di Manhattan: “Cazzo vi assembrate che non si può?”
O Leo che abbraccia Kate da dietro e insieme si librano sulla prua del Titanic: “Cazzo fate che tanto affonda?”.



Ci vediamo ieri

Fede confonde domani con ieri.

A livello di linguaggio proprio.

Tipo “Domani ho mangiato la torta” o “Il giorno prima di domani sono andato all’asilo”.

All’inizio sorvolavo, imponendomi almeno con lui di non fare il professore pedante.

“A tempo debito c’arriverà da solo” mi dicevo.

Stamattina non ho resistito e gli ho imposto una lezioncina sull’uso corretto degli avverbi di tempo in italiano.

“Sei tu che non capisci, papà. Quando io dico ‘Domani ho mangiato la torta’ intendo sostenere che le azioni del passato hanno un’inevitabile ripercussione su quelle del futuro. Ad esempio, se ho mangiato la torta e non l’ho digerita, stai pur certo che domani ci penserò due volte prima di mangiarne un’altra. Ieri e domani sono strettamente interconnessi. Al punto che l’oggi non esiste, o meglio esiste solo in quanto effimero momento di raccordo tra ciò che è già stato e ciò che quindi sarà”.

Gli ho chiesto praticamente scusa.

Mi ha quasi convinto.

Roba da rinnegare quanto creduto fino a ieri. O domani?

E chi ci capisce più niente.

Ma oggi non ci voglio pensare.

Anche perché l’oggi non esiste.

E poi ieri è un altro giorno.

giovedì 21 gennaio 2021

Non generalizziamo

È notizia di ieri di un professore beccato fare sesso dai suoi studenti perché si era scordato di spegnere la telecamera del pc una volta finita la lezione on line.

Ecco, non vorrei che i miei ragazzi generalizzassero e mitizzassero.

Cioè, che alla fine di ogni lezione il sottoscritto... Sarebbero tre prestazioni a mattinata, più i corsi di recupero, più...

Diciamo che ora come ora viaggio più sulla fine di ogni quadrimestre.

Alla fine delle parole


Parole che lasciano senza parole.
Non quelle incoscienti-rancorose di un Trump o capricciose-narcisistiche di un Renzi.
Quelle spiazzanti-immaginifiche di un bambino.
Ieri.
Solito gioco della lotta sul letto tra me e Fede.
Ci inventiamo di essere dei mostri con tanto di nome buffo e caratteristiche (superpoteri, armi nascoste, luogo di provenienza...).
Tutto questo mentre lottiamo: calcio volante, “Io mi chiamo Buzzurko”, pugno rotante, “Io invece mi chiamo Slimonoz”, testata devastante, “Io ho il potere di trasformarti in ghiaccio”, morso lancinante, “E io ho il potere...’ eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo al luogo di provenienza.
Butto lì: “Io vivo nella terra delle stalattiti giganti”
E lui: “E io vivo alla fine della fantasia”
Resto immobile. Trovo la frase bellissima (“...vivo alla fine della fantasia”). Lo guardo imbambolato.
Lui ne approfitta e mi sferra un cazzotto da paura sul naso.
Mi accascio.
Vince.
Ma aveva vinto già.

Forse ho esagerato

 


Forse ho esagerato con le palle di neve.
Mi son fatto prendere la mano.
Però aveva cominciato lui.

Il senso di ognuno per la neve

 


Il bambino ci vede il candore, il gioco, la gioia.
Il papà che deve star dietro al bambino freddo, fatica e sudore.
L'adulto ci vede l'infanzia.
Il nostalgico di una certa età la nevicata dell'85.
Il più giovane la scocciatura di dover stare a sentire il più vecchio ricordare la nevicata dell'85.
L'adulto che deve alzarsi e andare a lavorare fancula la nostalgia e ci vede il disagio.
L'addetto comunale la reperibilità.
Il sognatore democratico ci vede un mondo dove tutto è finalmente ammantato di un unico colore.
Il sognatore autoritario un mondo dove tutto è finalmente ammantato di un unico colore.
(Che democrazia e dittatura siano due facce dello stesso fiocco?)
Il meteorologo ci vede una conferma delle proprie previsioni.
Paolo Fox l'ennesima previsione sbagliata.
Iginio Massari lo zucchero a velo.
Uno che so io bamba a catinelle.
Il credente del Nuovo Testamento ci vede un prodigio celeste.
Il credente del Vecchio una piaga divina dopo un 2020 in cui l'umanità se l'è spassata alla grande.
Io ci vedo un'occasione per scrivere qualcosa.

Un pongo migliore

 


A vent'anni scendevo in strada per cambiare il mondo.
A quaranta mi abbasso a raccogliere il pongo.

Farfallo



Breve storia erotica.
"Che bellooo! Cos'è? Una farfalla?"
"No, papi. Devi girare il foglio"
"Ah, un far fallo"



domenica 27 dicembre 2020

Proud of him


Scena: mamma Irene, Fede e cuginetta ospite che fanno i biscotti mentre scelgono una canzone a testa su Spotify (io sullo sfondo litigo coll'assemblaggio dei regali-gioco di S. Lucia).

Comincia mamma Irene e mette uno scanzonato Jingle Bell Rock per creare atmosfera.
È il turno della cuginetta che sceglie le zuccherose melodie di Rapunzel della Disney.
Tocca a Fede e piazza London Calling dei Clash.
Così, senza senso (almeno per gli altri).

lunedì 14 dicembre 2020

Care vecchie paure

Adesso anche la nebbia, un tempo fantomatico mistero, mi appare un muro appiccicaticcio di particelle virali, che da incorporee han deciso di rendersi minacciosamente visibili.


Mi mancano le vecchie paure.
La paura che la sveglia non suoni.
Che il caffè non salga.
Il dubbio di dover fare benzina.
La preoccupazione di arrivare tardi.
Il batticuore da autovelox.
L'apprensione da coda semaforica.
L'ansia del parcheggio.
Il terrore di non aver chiuso la macchina, spento il gas, salutato Irene.
Forse toccava a me portare Fede all'asilo?
Voglio che le solite fobie tornino a ossessionare la mia quotidianità al posto di un'unica pandemica angoscia.
Non vedo l'ora che tutto passi per tornare alle care vecchie rassicuranti paure.

venerdì 13 novembre 2020

Che bel fiore

 

"Che bel fiore, Fede! Per chi è? Per la mamma?"
"No"
"E per chi è?"
"Per la Lilly"
"Per il cagnolino della nonna? Che bel pensiero!"
"Per quando muore"
"Scusa?"
"Per quando muore. Mi pare evidente che la Lilly stia morendo"
"Sì, cioè no... È anziana, è vero... Non ci vede praticamente più... Ma..."
"Prima o poi dovrai accettarlo"
"Sì, certo... Anche se non è il mio cane... Cioè..."
"Papà, non rifiutare il dolore"
"Uau... Ok, quando sarà..."
"Tipico di voi adulti occidentali ignorare l'ineluttabilità della morte per procrastinare l'appuntamento con essa"
"..."
"Papà?"
"S-s-sììì?"
"Vuoi che ti dedichi un disegno?"
"No"

Che fare?

La scorsa primavera il lockdown mi colse alla sprovvista.

Stavolta no.

In queste poche ore che rimangono ho intenzione di fare tutto quello che non potrò più fare per un po' di tempo.

Andare a messa.

Accompagnare Irene all'Ikea.

Comprare una birra belga da 66 al market del paese e sorseggiarla a canna sulla panchina dei giardinetti sottolineando ogni goccio con un "aaaahhh" prolungato di soddisfazione.

Però c'è poco tempo e temo di non riuscire a fare tutto.

Dovrò scegliere.


Per quanto ancora

“Papi”

“Sì?”

“Andrà avanti ancora tanto?”

“Non lo so, Fede, non lo so. Diciamo che il virus Coronello - te lo ricordi? - si sta rivelando un avversario duro da battere”

“Mi riferivo alla mamma”

Da un’ora la mamma tontognava dalla stanza in fondo al corridoio di quanto fossimo incoscienti a giocare a rugby in casa in un periodo del genere, di come non fosse il caso di farsi male inutilmente e andare al Pronto Soccorso in piena seconda ondata, di quanto il papà potesse evitare di placcare il figlio girato di spalle o di falciarlo di netto pur di non fargli fare meta.

“Temo finirà prima il Coronello”

“Abbracciamoci”

“Vieni qua. Andrà tutto bene”.

giovedì 15 ottobre 2020

Sotto un accento sbagliato

 



Stamattina Fede chiede: “Quando anche io posso diventare papà?”.
Contropiede. Impaccio più totale.
Memore delle paroline di Irene (“Sempre la verità, a nostro figlio sempre la verità...”), stavo già cominciando a rispondere “Allorché in età adolescenziale il tuo apparato riproduttore...” quando mi è venuto in mente che ultimamente Fede accentua alla grande tutte le parole di fine frase.
Del tipo: “Stasera cosa si mangià?”, “Sono stanco... Andiamo a casà!” e via dicendo.
(Assurdo, detto per inciso, che scordi invece l’accento in espressioni come “Quanta pusillanimita!” o “Dai che ci mettiamo in cerchio a suonare il digeridu”).
Allora ho risposto levandomi dall’imbarazzo: “Quando in occasione di un conclave i cardinali appositamente confluiti individueranno nella tua figura la più adatta a vestire i panni del vicario di Cristo”.
“Ah, ok”
“Figurati, chiedi sempre al papa quando vuoi la verità”.

Un po' pattume, un po'...

 


Che poi a forza di averci a che fare uno si affeziona anche alle cose più assurde.
Tipo il secchiello dell'umido.
Che quando rincasi il giorno del ritiro e non trovi più il tuo in mezzo agli altri degli altri ci rimani male.
Perché dentro ci sono i tuoi rimasugli incrostabili, i tuoi cagnotti fossilizzati, il tuo lezzo che fa tanto casa.
Qualcun altro l’ha preso. In buona fede ma l’ha preso.
Allora prendi uno a caso di quelli rimasti.
Ma non è lo stesso.
Altri avanzi, altre croste, altri unti (ammazza come impregna il wasabi!).
Un effetto a catena di solitudini biodegradabili.
Fino alla volta dopo, quando ognuno ritrova il proprio secchiello in mezzo agli altri degli altri.
E lo riporta a casa.
Ma niente è come prima.
Perché alligna il sospetto: che sia stata la tua secchia a concedersi, a tradire, a cercare gli scarti altrui.
Perché magari aveva voglia di wasabi.
Un po' pattume, un po' puttana.

domenica 11 ottobre 2020

Colti in castagna


Oggi siamo andati per castagne a Olera.
Non c’ero mai stato.
A Olera intendo, non a castagne.
Sopra Alzano.
Bel borghetto, tenuto bene.
Le stradine che sono già sentieri, le casette con le pietre a vista, gli infissi di legno appena piallato, i battiporta in ferro battuto che al rumore pare di viaggiare nei secoli.
E poi gli anziani seduti qua e là per le viette, sulle böre che furono tronchi, a salutare i passanti e raccontare storie.
Soprattutto ai bambini a un varco da quel bosco che da sempre stimola la loro fantasia.
Pronti ad accovacciarsi e pendere dalle labbra altrui, segnate da vicende e stagioni.
Bambini tipo Fede.
Che alla fine della storia, mi ha guardato e detto ad alta voce: “Papi, non ho capito niente”.
“Nemmeno io” avrei voluto dirgli ammiccando alla bocca sdentata del vecchierel canuto e bianco, ma mi son limitato ad accarezzargli la testa e dire “Oggi no, ma vedrai che un giorno queste parole ti torneranno in mente e all’improvviso capirai”.
L’anziano ha fatto cenno di sì col capo e ha sorriso. Si fa per dire. 

venerdì 18 settembre 2020

It's time for truuuth...

Ho fatto uno strano sogno.

Io appena sveglio che leggevo sul giornale di un musical fantastico a Broadway (con Michelle Williams e Lando Buzzanca), che prenotavo subito per quel giorno i biglietti (spettacolo e aereo A/R), che uscivo di casa dicendo a Irene che andavo in discarica a buttare la friggitrice rotta.
Avevo calcolato tutto: ore del volo di andata, durata del musical, tempo del volo di ritorno.
Una volta a casa (le tre di notte circa), dico a Irene che in discarica il cellu non prendeva, che c'era coda, che tutti quel giorno volevano sbarazzarsi di qualcosa, che il Governo aveva imposto un ultimatum per liberarsi dei rifiuti ingombranti.
Lei mi abbraccia sotto le lenzuola sussurrando una frase sonnolenta del tipo "Il mio ometto" mentre io in fondo alle coperte ripasso coi piedi i passi di danza della canzone dello spettacolo che tanto mi era piaciuta (quella in cui la figlia Michelle annuncia al padre Lando di essere in realtà sua madre; comincia con "Daaad, it's time for truuuth...").

Questo il sogno.
Deduco:
- che adoro i musical e da oggi mi riprometto di sostenere almeno una conversazione al giorno cantando e ballando;
- che Lando Buzzanca è stato ingiustamente relegato nel corso della sua carriera in ruoli di sessuomane sporcaccione;
- che è bene tenere in casa sempre uno scarto voluminoso a portata di discarica (frigo scassato, ciclostile inceppato, acquario scheggiato anche se non hai mai avuto i pesci);
- che quando fai le cose che ti piacciono il tempo vola (di solito con American Airlines).

domenica 13 settembre 2020

Bulli al sole

Fede, quattro anni e mezzo, è ancora nella fase nudismo in spiaggia senza vergogna.
Non ha ancora mangiato la mela del peccato.
Gioca sulla battigia coi gioielli di famiglia al vento.
Poco fa un gruppo di bambini poco più grandi, di quelli che hanno già morso il frutto proibito, l'ha additato e canzonato: "Pisellino, pisellino, pisellino...".
Indeciso se intervenire o assistere sono infine intervenuto.
A modo mio.
Mi sono spogliato e mi sono messo a fianco di Fede con fare solidale: "Adesso come la mettiamo?"
Hanno incominciato a sfottere me.
Si è unito anche Fede.
Sono diventati amici.

giovedì 3 settembre 2020

Che suo padre comprò

E dietro di me che fotografo Irene mentre fotografa Fede ci sta mia madre che mi fotografa a sua volta fotografata da mio padre e via su su per tutto l'albero genealogico fino in Etruria, dove etimologicamente risalgono i Ferrari, i 'lavoratori del ferro', che è poi il nome con cui i primi fotografi chiamavano il loro attrezzo nell'Ottocento.
Mentre là davanti Fede sta immortalando un cane che morde un gatto che mangia un topo che alla fiera dell'Oktoberfest suo padre comprò (anche se non me lo ricordo).

 

lunedì 17 agosto 2020

Imparerai

 

Imparerai che nella vita, più che il lusso, conta ciò che resta alla fine del riflusso.
Imparerai anche che tuo padre a volte dice frasi apparentemente profonde che in realtà non significano un cazzo.

venerdì 31 luglio 2020

Sindaco vs Morte

Del perché non mi candiderò mai a ruoli di responsabilità pubblica sapendo di andare incontro ad altrui aspettative destinate a rimanere deluse con tanto di polemiche e recriminazioni.

Premessa: Federico mesi fa, in epoca pre-Covid, aveva fatto con l'asilo una "gita" in comune a conoscere il sindaco, nell'occasione presentato come colui che si occupa dei problemi del paese.

Stamattina al risveglio.
Lugubre leit motiv da un mesetto a questa parte con novità finale.
"Papà?"
"Dimmi"
"Ma io non voglio morire"
"Buongiorno anche a te. Comunque nemmeno io voglio morire"
"Allora dopo chiamiamo il sindaco e gli chiediamo di fare qualcosa".

giovedì 23 luglio 2020

Anonima sorda

Stamattina in montagna ho rapito un bambino.
Tipo Anonima Sequestri anni '80.
Non è che mi stessi annoiando e, dai, vediamo l'effetto che fa.
È che mia cognata, in pieno parchetto pubblico, a un certo punto mi chiede di recuperare, lei impegnata con le altre figlie, la più piccola addormentata nel passeggino.
Vado, scorgo due gambine penzoloni, prendo e mi muovo.
"Aiuto! Aiuto! Vogliono rapire mio figlio!" sbraita una.
Alzo lo sguardo pronto a placcare il malintenzionato.
Dagli sguardi capisco che il malintenzionato sono io.
Tra gli sguardi quello di mia nipote, la più piccola, quella che dovevo recuperare.
Faccio due più due e mollo istintivamente la presa.
La stradina è leggermente inclinata.
"Aiuto! Aiuto! Vogliono uccidere mio figlio!" sbraita la stessa.
Alzo lo sguardo pronto a placcare il malintenzionato.

Bene e male convivono nella stessa persona.
E non è sempre facile capire il confine.
Spesso lo si capisce dopo.

lunedì 13 luglio 2020

Okkupatooo!

L’altra sera eravamo ospiti da amici di Irene nella loro nuova casa.
A un certo punto della serata chiedo di andare in bagno.
Uno shock visivo: il water non era scontatamente in fondo vicino alla finestra ma subito dopo la porta. Attaccato praticamente. Come nei pub.
Ok, non era una turca da pub ma la distanza water-stipite era pari a quella dei bagni da birreria. Minima.
Quanto basta per non chiudere a chiave e premere con la suola (col piede pigiato in avanti o appoggiato all’indietro a seconda della postura) perché nessuno possa entrare.
Quanti ricordi di quante serate.
Chiudere a chiave faceva fighetta sfigato, urlare “Okkupatooo!” e respingere a scarpate faceva vissuto figo.
Che è poi il motivo per cui ho sbattuto la porta in faccia al figlio della coppia quando ha cercato di entrare per lavarsi i dentini.
E più il bimbo spingeva, più io respingevo.
Fino a quando è scoppiato a piangere e l’ho sentito sbattere la porta della cameretta.
Non che la cosa mi turbasse: troppo calato ormai nel me ventenne in quel lontano contesto di fumi, pinte e cessi alla Trainspotting.
Tanto da lasciare volutamente qualche goccia sul bordo della tazza, gettare un mozzicone al centro perché galleggiasse nel giallognolo stagnante e scrivere una frase porca sull’asse con annesso numero di telefono.
Poi sono tornato di là a riprendere la conversazione sulla fragilità emotiva delle nuove generazioni e sull’essere genitori oggi.