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sabato 7 marzo 2015

Un sorriso all'improvviso

Quale modo migliore di finire la giornata a scuola incrociando il sorriso di uno sconosciuto.
Sarà il buonumore per il lavoro finito, sarà quella gentilezza imprevista, fatto sta che pensi: "Che bello il mondo!".
Quindi contraccambi volentieri ma capisci ben presto che la dentatura esibita nasconde altro: un invito a fermarsi e a scambiare due chiacchiere.
L'hai già visto. In passato c'hai anche parlato. Ma certo, è il genitore di un alunno! Sì, ma quale alunno?
Troppe classi, troppi nomi, troppa voglia di essere già altrove.
Cerchi di guadagnare l'uscita ma, puntuale, ti raggiunge la domanda: "Allora?".
L'orgoglio professionale (in classe hai fatto una testa quadra sull'importanza della memoria) ti impedisce di esordire con un imbarazzante: "Scusi, lei sarebbe...?".
Cominci a schiudere le labbra sperando in un nanosecondo di associare quella faccia da genitore alla corrispondente faccia da studente.
Chiami in soccorso Mendel e l'ereditarietà dei caratteri genetici.
Un ultimo sforzo fisionomico... Niente, tempo scaduto.
E allora vai di repertorio: "Diciamo che va meglio".
Sguardo impenetrabile.
"Va meglio ma può ancora migliorare...".
Un viso fatto perplessità.
"Va meglio, può ancora migliorare e la volontà mi pare che non manchi".
Centro! Imperturbabilità scalfita: "Speriamo... quantomeno che impari a improvvisare da lei".
Colpito e affondato.

venerdì 27 febbraio 2015

Come la neve

Mattinata di correzioni.
Esercizietto sulle figure retoriche: similitudini, metafore e compagnia bella.
Spunto: la neve come termine di paragone.
Scopo: potenziare il lessico, arricchire la comunicazione, stimolare la fantasia. 
Uno si aspetta gli evergreen transgenerazionali: "... soffice come la neve", "...bianco come la neve", tutt'al più un "...ovattato come la neve".
E invece ti ritrovi: "La vita è come un pupazzo di neve. Tanta fatica per farlo e un po' di pioggia per scioglierlo".
Commento a margine: "L'importante è non rimanere con la carota in mano".

domenica 22 febbraio 2015

Bastardo dentro!

Robe da professore: imbambolarsi come un bambino a fissare la neve fuori dalla finestra di classe, addirittura sorridere inavvertitamente, accorgersi all'improvviso che LORO se ne sono accorti e annunciare subito una verifica a sorpresa perché ne va della tua reputazione di insegnante stronzo e insensibile.

venerdì 20 febbraio 2015

Esse sanno

Le donne hanno un ordine che l'uomo non sa.
Soprattutto in casa.
Puoi sforzarti di ragionare come loro quanto vuoi, puoi impegnarti come uno scolaretto che non vuole deludere la maestra, ma i piatti sul lavello saranno sempre disposti "in modo assurdo", i panni stesi "alla cazzo di cane", le scarpe sistemate "ad minchiam".
Che poi voi le guardate mentre mettono mano al vostro supposto disordine e vi chiedete: "Che cazzo di differenza ci sarà, boh?".
Ma per loro una differenza c'è, eccome, e allora vi concentrate sulla milionesima dimostrazione pratica che si conclude sempre con uno stentoreo "Adesso ho capito!".
Capito una cippalippa: la volta dopo sbagliamo ancora convinti invece di aver fatto bene, di aver seguito alla lettera le istruzioni, di aver ottemperato agli ordini, ma bocciati infine da uno sconsolato scrollar di capo.
C'è sempre qualcosa che non va; anche solo un cucchiaino fuori posto che rovina il tutto.
Allora ieri gliel'ho fatta: ho sistemato le stoviglie basandomi sulla foto scattata di nascosto col cellu il giorno prima.
Avrei così dimostrato, una volta subita l'ennesima umiliazione, che non erano le cose a non essere in ordine. Avrei dimostrato che era lei ad aver un fottuto pregiudizio femminile sulla mia maschile inettitudine ad occuparmi delle faccende domestiche.
È entrata, ha guardato il lavello e ha detto: "Perfetto! Bravo! Così si fa!".
Le donne hanno un ordine che l'uomo non sa.

martedì 17 febbraio 2015

Di paliNsesto

Mi ritengo una persona abbastanza tollerante.
Quello che mi infastidisce (e ce ne sono di cose che mi infastidiscono) ho imparato a sopportarlo con gli anni e a considerarlo comunque una parte del tutto, di cui anch'io sono solo un infinitesimale spicchio.
Ma inseguirei con l'ascia i responsabili dei palinsesti televisivi notturni quando indicano un orario e mandano immancabilmente in onda il film tre quarti d'oro dopo.
Hai voglia a stare largo coi margini della registrazione, loro lo sanno e fanno in modo che il film finisca anche solo una battuta dopo l'attimo preciso in cui il videoregistratore ha smesso di funzionare.
Si tratta solitamente della battuta decisiva, quella che svela dettagli, dà un senso alla trama e vi manda a letto rimuginosi ma pacificati su quanto appena visto.
E invece no: fotogrammi persi nei meandri della notte, voi che v'innervosite perché è come leggere un romanzo e trovare l'ultima pagina strappata, il sonno rovinato dai mille finali alternativi che vi girano per la testa.
Ad esempio da ieri sera mi tormento su cosa stesse per dire Rocco Siffredi.

venerdì 13 febbraio 2015

Il prossimo, grazie

Ormai sento distintamente i loro pensieri mentre mi avvicino ostentando la più disinvolta delle disinvolture.
Musichetta di sottofondo e chiacchiere intorno non valgono a silenziare le loro paranoie: "Non venire da me. Ti prego, non venire da me. Non venire da me...". 
Una specie di mantra scaccia-incubo che funzionerà per tutte loro tranne una. 
E sì, perché una benedetta cassa dove appoggiare la spesa a un certo punto dovrò pur sceglierla.
Un ultimo barlume di speranza nello sguardo della cassiera quando cerca con lo sguardo Irene nel caso mi raggiungesse all'ultimo secondo dalla corsia del latticini.
Ma quando capisce che sono davvero solo è la fine.
Che poi sono anche bravo a disporre a incastro i prodotti sul nastro scorrevole; è il dopo che mi frega: non riesco a tenere il ritmo di chi mi serve, addirittura più lenta del solito pur di darmi il tempo di infilare tutto nei sacchetti.
Ma non ce la faccio: m'incasino, vado in pappa col cervello, mi sento improvvisamente ostaggio del criterio delle cose fragili sopra e di quelle pesanti sotto.
Guai a contravvenire, poi sono cavoli amari a casa.
Ogni nuovo prodotto che mi scivola incontro mi sembra più pesante di quello imbustato un attimo prima e allora via a disfare e rifare mentre due metri più in là la fila s'ingrossa e s'innervosisce.
Non vi dico la serenità collettiva quando l'estate scorsa mi sono presentato alla cassa col carrello pieno solo di una grossa anguria.
Io e la cassiera c'abbiamo anche scherzato sopra.
A casa l'anguria sembrava perfino più buona.

sabato 7 febbraio 2015

No smoking

Non male la proposta del Ministero della Salute di levare la sigaretta dalle mani degli attori perché dall'alto del grande schermo non facciano da cattivo esempio. Potremmo addirittura far sì che la legge abbia valore retroattivo: anziché un'aspirata di sigaro un bel morso a un ipercalorico cheeseburger ogni volta che Hannibal Smith è soddisfatto del piano ben riuscito, invece di una sigaretta col bocchino un frustino sadomaso per quell'isterica di Crudelia Demon, al posto dell'inconfondibile Chesterfield uno sfizioso togo al cioccolato per Humphrey Bogart, in sostituzione del vizioso narghilè un sano vaporizzatore per i bronchi intasati del povero brucaliffo.

sabato 31 gennaio 2015

Contestazione amichevole

Il problema di quando vieni tamponato dalla casalinga sessantenne appena tornata dal fare la spesa non è tanto il danno in sé quanto la constatazione amichevole.
Al di là dell'ammaccatura alla carrozzeria o del colpo di frusta alla schiena, a innervosire in un crescendo vesuviano è la disarmante non-collaborazione della responsabile dell'incidente.
Potete anche aver innescato il più gandhiano dei training autogeni, ma se la tamponatrice vi accoglie con un candido "Ce l'ha lei il foglio della constatazione ché il mio l'ho già usato ieri?", allora i nervi cominciano a dare segni di iperattività.
Seguono nell'ordine: "Compili tutto lei che io non ci vedo", "Il tagliando di cosa?", "Aspetti che chiamo mio marito che è lui che si occupa di queste cose", "A proposito, mi presta il telefonino che chiamo mio marito?", "Posso fare B invece di A?".
Ciliegina sulla torta dopo esser riuscito a raccogliere tutti i dati (tuoi e SUOI) perché con le assicurazioni non si sa mai: "Manca tanto? Mi si stanno scongelando i surgelati".

sabato 17 gennaio 2015

Parenti impertinenti

Accompagnato anche l'ultimo parente alla porta (lo zio sbronzo persosi nello sgabuzzino), ecco in sintesi alcune domande che in questi giorni di banchetti forzati avrei evitato volentieri:
- "Allora, quando ti sposi?" (compresa la variante della prozia bigotta: "Attento che, se continui a convivere nel peccato, Gesù non ti guarda più!");
- "Ehi giovane, cosa aspetti a mettere al mondo un piccolo Davide?" (risposta trattenuta a stento: "Aspetto che faccia un po' di posto tu sulla Terra!");
- "Uèlla prof, pacchia per tre settimane eh?" (Sì, certo; quanto basta perché i temi si correggano da soli);
- "Ah, ma non bisognava vestirsi eleganti?" (se in casa mia c'ho voglia di stare in tuta afflosciata e felpa spadellata, posso! OCCHEI?);
- "Uhm, anche quest'anno Prosecco invece dello Champagne... Sempre al risparmio, vero?" (Uhm, anche quest'anno una domanda inopportuna invece di una intelligente... Sempre coglione, vero?);
- "Pronti a giocare alla strip-tombola?" (no, la strip-tombola, no!);
- "Qualcuno ha visto lo zio sbronzo?";
- "Ma se ti faccio una domanda del cavolo non è che poi la pubblichi su feisbùk?".

lunedì 5 gennaio 2015

Il muco parlante

Avvolto dalle tenebre.
Arriva improvviso.
O meglio puntuale (perché alle feste ci tiene), ma non sai mai bene quando. Il momento della giornata sì, la notte, ma la data precisa no, quella no.
Anzi, per poco arrivate a credere che quest'anno non si farà vedere e vi lascerà godere il Santo Natale. E invece non si smentisce mai.
Annunciato solo da un'ultima espirazione che in un attimo si fa arrancata fino a spegnersi.
Addio placido riposo, arrivederci sogni melliflui, benvenuto dormiveglia agitato.
È il naso tappato.
Non valgono i suffumigi della nonna a esorcizzarlo, tantomeno unguenti miracolosi né inalatori magici.
Dal momento dell'occlusione comincia una settimana di notti convulse ed esami di coscienza appollaiati a bordo narice a riempire il tempo che vi separa dalla sveglia ufficiale.
Voi, il naso otturato e il soffitto in cui specchiare i bilanci esistenziali sempre rimandati e le critiche accuratamente ignorate.
Se fosse una fiaba di Collodi, sarebbe il muco parlante che costringe ai conti con se stessi.
A me è successo stanotte, a voi succederà a breve.
Buone Feste.

giovedì 1 gennaio 2015

Il più buono

Fai, fai... Alzati eccezionalmente quei 5 minuti prima perché ti sei ricordata all'improvviso dei biscotti ormai alla fine e vuoi le macine rimanenti tutte per te.
Accoglimi pure con un sorriso beffardo mentre ti raggiungo tardivamente al desco.
Rallenta volutamente il pucìo dell'ultima pasta frolla così da farmi pesare la fatalità del momento.
Tu non sai una cosa, cara la mia lestofante.
Tu non conosci la Legge dei Fonzie per cui il più buono si annida tutto sul fondo.
Allo stesso modo per i biscotti: quei rimasugli apparentemente insulsi sono in realtà intrisi del sapore che per giorni li ha sovrastati relegandoli in basso nella confezione.
Un'esplosione di gusto e di piacere che mi leggi sulla faccia e che scambi per puerile messinscena pur di non dartela vinta.
Fai, fai... Continua ad alzarti prima convinta di fregarmi e ti perderai i piaceri della vita.

domenica 28 dicembre 2014

Campagna per la sensibilizzazione contro l'abbandono degli ombrelli

Ogni anno, con l'approssimarsi dell'estate, arriva l'immancabile campagna contro l'abbandono dei cani.
Sacrosanta, più che legittima.
Ogni anno, con l'approssimarsi dell'autunno, scatta l'indifferenza generale a proposito di un'altra piaga della nostra società: l'abbandono degli ombrelli.
Se 60 milioni di Italiani ne avessero uno, il settore manifatturiero in questione sarebbe il più fiorente e trainante dell'economia nazionale.
A circolarne, probabilmente, non saranno più di un migliaio; forse qualche centinaia.
Pochi stanno in casa; la maggior parte attendono un nuovo padrone fuori dai bar, incastrati fra i sedili del vagone della metro, negli androni dei palazzi in cui si è stati ospiti per una sera.
Passano di mano in mano non per tacito accordo da loggia massonica ma per la superficialità e la sbadataggine con cui trattiamo un oggetto che ci è utile fintanto che piove.
Poi, al diradarsi delle nubi, l'indifferenza ("Ma stamattina ero uscito con...?", "Eppure mi sembrava di aver preso...", "Ho come la sensazione di..."). 
Un giorno, ormai adulti, fuori da un negozio, nell'attimo esatto in cui afferrerete il primo ombrello a disposizione per evitare di infradiciarvi fino alla macchina, vi ritroverete in mano l'ombrellino con Minny e Topolino che da bambini vi copriva la testa mentre, mano nella mano del vostro papà, saltellavate nelle pozzanghere verso scuola. Poi, un pomeriggio, usciti di corsa dopo l'ultima campanella, la dimenticanza e la sparizione. E a casa giù lacrime.
Anche vent'anni dopo, a passo affrettato verso la macchina, avvertirete la sensazione di una lacrima sul viso.
In realtà sarà quella dell'ombrello, felice ed emozionato come il cane Argo al ritorno di Ulisse.
Il prossimo autunno non scordate in giro l'ombrello; altrimenti, i veri bastardi, sarete voi!

domenica 21 dicembre 2014

A volte permangono

Hai vinto tu.
Credevo te ne fossi andata, al punto che avevo smesso di cercarti.
E invece, una notte del 21 novembre 2014, torni da me; a non poche settimane dal nostro ultimo incontro.
E lo fai al solito modo: svolazzandomi di punto in bianco sopra la testa quasi a voler sbeffeggiare ad alta voce me e Madre Natura che da tempo ti vorrebbe morta (e io con Lei).
E allora cambio strategia: "Alleati di ciò che non puoi distruggere". E così farò.
Lascerò scoperto ogni notte un sussurro di carne, lì dove finisce il pigiama e comincia la chiappa sinistra. Ti nutrirò, ti vizierò, ti coccolerò.
E tu mi ronzerai attorno al mio rientro a casa, andrai a prendermi il giornale, mi riporterai indietro le cellule morte che ti lancerò come fa un cane con l'osso.
Sarai la mia personale zanzara domestica.
Hai vinto tu.

sabato 13 dicembre 2014

All'improvviso una conosciuta

Avete presente quando uscite dalla doccia coi capelli gocciolanti e gli occhi socchiusi causa effetto-schiuma e allungate le mani a tentoni per afferrare il salviettone che è lì da qualche parte (e siete sicuri che c'è; una delle poche certezze della vita) e, una volta trovato, cominciate a sfregarvi la testa con voluttà come vi faceva la mamma quando eravate bambini che all'inizio vi opponevate ma poi tutt'e due scoppiavate a ridere insieme e allora adesso sfregate con frenesia nell'oscurità e in apnea quasi a voler ricreare il candore di quei momenti e solo a un certo punto riaprite gli occhi e tornate alla brusca realtà ma è stato bello lo stesso per un attimo fingersi l'innocente creatura di allora visto che è da mo' che avete perso quella spensieratezza? Avete presente?
Ecco, accertatevi prima che non ci sia una cimice sopra.

domenica 7 dicembre 2014

Per chi suona la campana

Un giorno ti inviterò a far serata insieme e ti porterò nei posti dove c'è del buon vino.
Anche se in linea d'aria siamo distanti non più di una cinquantina di metri, sarà la prima occasione per fare un sunto delle nostre vite fino ad allora l'uno all'altro sconosciute.
E andremo avanti a conoscerci aspettando l'alba di un giorno nuovo.
Quindi ti riporterò a casa e, poco dopo averti salutato sull'uscio col sorriso reciproco di un'amicizia in divenire, risalirò sulla macchina per fare altrettanto.
Ma in realtà non andrò a letto ma me ne starò seduto lì, in attesa che la luce della tua stanza si spenga e tu ti sia addormentato sfinito dalla lunga serata.
Solo allora scenderò dall'auto e comincerò a suonare ripetutamente il campanello al ritmo melenso di Fra' Martino.
E quando tu risponderai ancora assonnato e parecchio infastidito, io ti augurerò: "Buona domenica del cazzo, caro il mio campanaro!".

sabato 29 novembre 2014

Questione di saluti

Che poi non sai mai come salutarli e rischi gaffe colossali che rischiano di deflagrare in una faida fra clan rivali destinata a perpetuarsi di generazione in generazione.
Sono quegli individui appartenenti alla categoria "lo conosco di vista, forse c'ho anche parlato insieme un volta, ma non so mai come cazzo comportarmi quando lo incrocio per strada o in qualsiasi altro posto implicante un minimo cenno di riconoscimento".
È infatti in occasioni del genere (per le vie del paese, tra le corsie del supermarket, in fila al cinema o alla posta) che, nel giro di una frazione di secondo, dovete decidere quale atteggiamento assumere: da un lato il timore di passare per maleducati e dall'altro l'imbarazzo frutto della mancata confidenza, specialmente in contesti alieni dove una faccia nota fa davvero la differenza (fa eccezione l'incontro casuale in vacanza allorché si è tutti compagnoni anche se al borgo natio non ci si è mai cagati di striscio).
Scartato quindi il saluto plateale che si riserva naturalmente a parenti e amici, rimangono le seguenti opzioni:
- muto sorriso di cortesia con gli occhi ben attenti a non fissare troppo a lungo lo sguardo di chi potrebbe allo stesso tempo interpretare il vostro ghigno come ebetismo incipiente, piacere autoindotto o cannabinoide agente;
- celere cenno della mano rapidamente commutabile, in caso di mancato riscontro, in raptus articolare declinante in tic nervoso (il che vi obbliga a ripeterlo a cadenza regolare almeno per un altro paio di metri);
- osare l'inosabile gorgogliando il nome altrui nella speranza sia quello giusto, da cui un bofonchiante "Ciao ...rlo", "Ciao ...ita", "Ciao ...igi", "Ciao ...nzo" (il più ambiguo) fino allo sgamevole "Ciaoooooooo" con quella "o" prolungata all'infinito in attesa giunga un'illuminazione dall'Alto (che non arriverà mai).

mercoledì 12 novembre 2014

Della molestitudine del vicinato

Reduce da una gratuita osservazione condominiale sul fatto che oggi abbiamo bissato a pranzo lo stesso piatto di domenica scorsa (per la serie: e quindi? Niente di meglio che snasare gli odori delle case altrui?), a seguire 6 situazioni avvaloranti il legittimo sospetto che il vicino non si faccia sufficientemente li cazzi propri:
- ai passanti che già fanno per andarsene dopo aver scampanellato a vuoto, giunge all'ultimo dall'oltrecitofono una metallica voce sconosciuta: "L'ho appena sentito tirare lo sciacquone. Tempo del bidè e apre";
- lo spioncino che dà sul pianerottolo s'illumina a ogni girata di maniglia (anche la più vellutata), accostamento di porta (anche il più accompagnato), cigolio di cardine (anche il più insonorizzato). Se sbagliate a uscire e rientrare più volte consecutive, ne deriva un incredibile effetto di stroboscopico lumicino intermittente;
- in occasione del parcheggio di fine giornata, la concentrazione sull'imminente manovra a S è interrotta da un non richiesto nonché urlato dal balcone: "Adesso sterza tutto. Ancora. Ancora. Ok, stop";
- quando fate per aprire la cassetta della posta, vi passa a fianco e dice con nonchalance: "È inutile. Oggi niente";
- al momento del recupero del secchiello dell'umido, lo stesso portato in strada la sera prima debitamente sigillato, vi sentite dire: "Ho notato che questa settimana avete consumato meno carne";
- la mattina dopo aver fatto all'amore, uscite di casa e lo trovate appoggiato allo stipite della porta con un sorrisetto del genere "Eeeh...". Eeeh cosa? Cosa?

martedì 21 ottobre 2014

Veglia perpetua

La scorsa notte mi ha portato consiglio: ho deciso che metterò al mondo un figlio.
Non per un animalesco istinto di perpetuare la specie o perché nel silenzio ovattato della stanza avverta ormai l'inesorabile ticchettio dell'orologio biologico che avanza.
Ho deciso che metterò al mondo un figlio per rappresaglia.
Un giorno, quando avrà compiuto 16 anni, lo convocherò nel mio studiolo e gli dirò: "Lo so che abbiamo parlato poco e tra noi sono stati più i silenzi che le confidenze. Ma ora ho bisogno che tu faccia qualcosa per me. Smettila di rintanarti tutto il giorno nella cameretta a guardare ologrammi-porno e impugna invece questa lista. È gente che non conosci se non per sentito dire. Avranno bene o male tutti una quindicina d'anni più di te. Ecco, qui trovi nome, cognome e attuale indirizzo. C'ho messo un po' a rintracciarli tutti ma ce l'ho fatta. Non dovrai fare altro che appostarti a turno sotto la loro abitazione ogni sabato sera per un anno intero così come loro facevano con me e tua madre una quindicina d'anni fa. Una volta raggiunti, aspetterai silenzioso in macchina che anche l'ultima luce della loro dimora si sia spenta. Dopodiché, concessi venti minuti perché prendano sonno, alzerai il volume della unz-music a manetta (non ci crederai, ma questo genere assurdo esisteva già all'epoca). Quindi tirerai fuori all'improvviso dal bagagliaio un pallone che un attimo dopo scaglierai alla viva il parroco per le strade deserte, quando il silenzio delle tenebre fa di ogni rimbalzo un tuffo al cuore. Infine, tempo di riprendere fiato e illudere le vittime che tutto sia finito, attaccherai a parlare con sette toni sopra il normale di calcio, sballo e fica in un turbinio di suoni onomatopeici e bestemmie. Se non ti va di farlo da solo come un matto che inveisce alla luna, portati dietro un amico che ti faccia da spalla. Nel momento in cui una luce nervosa tornerà a rischiarare il buio delle loro stanze, solo allora potrai considerare giunta al termine la tua missione notturna e proseguire con il successivo nome della lista".
Di fronte al suo sguardo perso e basito, incalzerò come un padre che, agonizzante, pretenda vendetta dal sangue del proprio sangue: "Sì, lo so. Dovrai raggiungere anche questo che nel frattempo s'è trasferito a Cuneo. Se vuoi, puoi lasciarlo per ultimo. Non valgano però a fermarti le loro preghiere supplichevoli così come non ti spaventino le minacce irose di chi ammazzerebbe pur di tornare a dormire in santa pace. A loro non scalfirono quindici anni addietro né le une né le altre. A quel punto non potranno far altro che spengere nuovamente la luce e darsi da fare, tra sbraiti esterni e gemiti domestici, affinché quell'alba ormai alle porte benedica il concepimento di coloro che un giorno li vendicheranno".
Probabile che all'udire queste parole spalancherà gli occhi colto come da un'illuminazione. Prima che possa aprire bocca, sarò io a confermare i suoi sospetti: "Esattamente come loro vennero concepiti a metà anni '90 per vendicarsi del sottoscritto tardo-adoloscente e degli altri soci casinari e menefreghisti. Io ho già pagato. Ora tocca a loro. È una ruota che gira. Così è sempre stato e così sempre sarà. Vai e trasforma il loro riposo domenicale in una veglia perpetua!".

lunedì 20 ottobre 2014

Zenzara

Mettiamo pure che la combinazione cromosomica ti abbia dotata di un DNA refrattario agli insetticidi, ai cambiamenti climatici e alle mie goffe smanacciate notturne per ridurti in poltiglia.
Accettiamo altresì che sia la tua incondizionata natura e non la tua stronza volontà a indurti puntuale ogni notte a svolazzarmi intorno le orecchie nel cuore delle tenebre. 
Poniamo finanche che il tuo non sia un normale ronzio di zanzara ma lo struggente canto del cigno di chi sa che di lì a poco dovrà cedere il passo al Generale Autunno.
Va bene allora, tutta la solidarietà del mondo e che il pensiero della morte non ti strugga l’esistenza.
Ma una cosa non capisco: venti giorni di rompicoglionesca agonia mi sembrano esagerati.
Per questo oggi, un attimo dopo essere tornato a casa e aver poggiato delicatamente a terra la borsa di lavoro, verrò a cercarti. Ti cercherò ovunque. Piccola sì ma non invisibile. E quando ti avrò trovata, non porrò fine alla tua lenta dipartita con un colpo di grazia fulmineo e generoso. No, troppo facile. Accosterò la mia bocca alle tue alette e ti sussurrerò in un crescendo rossiniano tutta la discografia dei Pooh (album solisti compresi).
Scommetto schizzerai fuori la finestra alla ricerca dell’ultimo zampirone al neon acceso dell’ultimo bar di provincia pur di non sentire il mio “Diooo delle cittàààààà”.
Maledetto Noè e il giorno in cui vi ha caricato a bordo.

sabato 4 ottobre 2014

10 sfumature di melma

Nominato da nessuno nonché reduce dall'ennesimo momento imbarazzante, elenco a seguire le 10 figure di melma che hanno segnato la mia vita:
- "Uèlla... Di nuovo incinta, eh?". "No".
- "Ùrco, guardate quella... Stagionata ma... Chissà che numeri che fa!". "È mia mamma".
- "Che coincidenza: giusto ieri ho intravisto il tuo vecchio al supermercato e mi sei venuto in mente". "È morto 5 estati fa".
- "Bello il tuo nuovo appartamento. A parte quel quadro lasciato dai precedenti inquilini". "L'ho dipinto io".
- "Oh ragazzi... La prossima volta che veniamo a cena da Massi, ricordiamoci di evitare scrupolosamente il dolce: la peggior torta di mele che abbia mai...". "L'ho fatta io".
- "Allora ci vediamo stasera. Buona giornata!". "Buona giornata a te. Ma non ti stai dimenticando qualcosa prima di uscire?". (bacetto al risveglio dato... fiorellini sul tavolo messi... abbraccio sull'uscio fatto... Che diavolo...? Oh cazzo, oh cazzo... "È stata una settimana piena. Sai, la fine della scuola: le ultime verifiche, i voti, gli scrutini... Ma ti prometto che stasera usciamo a cena per il nostro anniversario! Auguri amore!". "Direi che non è il caso di anticiparlo di tre mesi. Volevo solo ricordarti di portar giù il secchiello dell'umido".
- "Ciao Davide, come sei cresciuto!". "Eh già... È parecchio infatti che non vi vedete tu e la mamma". "Sì, ci siamo perse un po' di vista". "Capita. E quello è l'ultimo dei tuoi figli? Quello piccolo che portavi ogni tanto a casa nostra? Mi ricordo quando giocavamo insieme a...". "È il mio compagno".
- "Sìììì... Sììì... Così... Così... Sei fantastica Claudia... Monia, volevo dire Monia!".
- Dopo 3 ore di sfiancante shopping compulsivo, un mio disperato tentativo di scacco matto: "Questo! Questo è perfetto! Ti sta benissimo!". "È quello che indossavo quando siamo usciti...".
But the winner is:
- inferocito per la brusca interruzione della tanto agognata pennichella pomeridiana, schizzo ancora intorpidito sul balcone per annunciare alla comunità il mio disappunto: "E se abbassassimo un po' il volume magari?". File di sguardi all'insù come in una coreografia di Broadway con il "casinista" che riprende più sommessamente: "L'eterno riposo dona a lui, o Signore...".

giovedì 25 settembre 2014

Motels

I motel che costellano a bordo carreggiata le strade secondarie degli Stati Uniti sono grossomodo riconducibili a 3 categorie principali:


1) quelli con insegna al neon rosa fenicottero mezz’accesa e mezza spenta con (in ordine di apparizione): tizio inebetito con birra in mano-rutto libero alla “reception”, scarafaggio ammaestrato che vi conduce in stanza, camera vintage anni ’30 ancora impregnata dell’ultimo sigaro fumato da John Wayne e tosaerba finito chissà come sul fondale della piscina.
2) quelli a gestione familiare in cui però vedrete sempre e solo lei, la matriarca (di marito e figli nessuna traccia, tanto da venirvi il sospetto che li abbia fatti fuori), all’insegna di: colazioni abbondanti e monotematiche (cialde all’uovo e sciroppo d’acero, cialde all’uovo e sciroppo d’acero, cialde all’uovo e sciroppo d’acero), pressanti inviti a partecipare alla funzione domenicale per redimere i propri peccati (eppure c’era parso di non aver fatto rumore) e strazianti abbracci prima della partenza (della serie: “Non fatevi tentare dalle grandi metropoli”).
3) quelli appartenenti alle grandi catene internazionali fintamente contestualizzati: finto ingresso saloon tipo villaggio Rio Bravo di Gardaland, finta musica country in filodiffusione registrata da una qualche garage band di Pechino e facchino finto nativo con finte perle di saggezza (“Valigia su pavimento è pizzicotto a viso di Madre Terra”… e “‘sti cazzi!” vi verrebbe di dirgli).

sabato 20 settembre 2014

Check out

Quei pochi metri di check-out aeroportuale che separano lo straniero appena atterrato dal turista in giro spensierato vengono centellinati micromiglio per micromiglio dalle autorità preposte.
Nome ufficiale: Dipartimento Americano di Immigrazione e Naturalizzazione della Salute Pubblica.
Una Ellis Island meno dozzinale e più asettica in cui l’impatto con l’inflessibile legge a stelle&strisce è inizialmente edulcorato da video infarciti di facce multietniche che cantilenano una sfilza di welcome sorridenti e occhiolinostrizzanti.
Se solo l’ansia da esaminando non v’impedisse di scorgere tra l’abbraccio di una prolifica famiglia del Vermont e il saluto col cappello di un segaligno cowboy dell’Arizona il millesimale fotogramma in cui un infervorato George W. Bush Jr. urla “O con noi o contro di noi!”.
Ma voi siete troppo distratti dal set di benvenuto appositamente allestito per rendervi conto dei messaggi subliminali (altrimenti vi sareste già accorti del dito medio della hostess alla discesa dall’aereo).
Tanto che, passettino dopo passettino in attesa del turno di fronte al vidimatore in divisa, il nervosismo di inizio fila si stempera in un sentore di agiatezza cui non poco contribuiscono le ipnotiche musichette in filodiffusione (solo col senno di poi vi assillerà il sospetto di studi pluriennali della CIA per imbonire a ritmo di jingle per saponette anche gli ospiti più riottosi).
Ma ora tutto è sereno, l’armonia regna sovrana e il mondo è in pace con se stesso (anche grazie agli Stati Uniti, sì! E fanculo l’antiamericanismo che aveva inacidito la vostra giovinezza).
Avanti l’ultimo step, postura gioviale, sorriso tantrico e… pollice sinistro che viene artigliato e scaraventato su una fotocellula digitale a imperitura memoria degli schedari di Langley. Come soundtrack uno scontroso “Welcome” scatarrato da una baffuta poliziotta latinoamericana modellata da anni di nachos e burritos.

giovedì 11 settembre 2014

Foto segnaletiche

Sarà un principio di fabriziocoronismo fulminante che induce l’immediata associazione: apparecchio fotografico uguale gattabuia.
Sarà l’abitudine di vedere, a scadenza regolare manco fosse previsto dal contratto, l’immancabile star di Hollywood arrestata e sbattuta in prima pagina con tanto di foto segnaletiche en pendant.
Sarà il vago presentimento di maldestri tentativi di interloquire in un inglese-grammelot più da Zambla Alta che da Lower Manhattan da cui imbarazzanti equivoci da cui inevitabili guai da cui sbirri sbraitanti in delirio d’onnipotenza da cui sedili posteriori di una macchina della Polizia a luci spiegate.
Fatto sta che al momento di fare il passaporto per gli States m’è venuto spontaneo rivolgere all’obbiettivo prima un ebete sguardo frontale, quindi un ingobbito profilo destro, infine un goffamente raddrizzato profilo sinistro.
Tutto ciò senza che mi venisse data alcuna istruzione in tal senso.
Un riposizionarsi istintivo, incondizionato, da criminale colto sul fatto.

Naturalmente dalla pellicola in frame che ne è derivata è stata tenuta valida l’ultima foto, la quarta, quella in cui risultano tagliati orecchio e metà occhio sinistro causa convinzione di aver già espletato l’incombenza proprio mentre la pupilla superstite si irradia e mostra tutto lo stupore per il flash inatteso.
Inevitabile che un fotogramma del genere facesse drizzare le antenne ai responsabili del check-out dell’aeroporto JFK di New York. E una normale procedura di controllo si trasformasse in un affaire internazionale tra l’indiziato italiano con la sua valigia terronica, il poliziotto yankee affiancato dal collega navajo, il metal detector cinese premessa del taser teutonico.
E sullo sfondo, già al sicuro su suolo americano, l’addetto alle pulizie di colore che se la ghigna bellamente pensando a quando era toccato a loro secoli addietro.

giovedì 6 febbraio 2014

L'occasione


Quello che più lo sorprese non fu tanto il ritrovarsi su un materasso adagiato per terra a fianco di tre persone che lì per lì stentò a riconoscere.

Neppure rendersi conto, stropicciati più volte gli occhi ancora intorpiditi dal sonno, che quelle persone, così apparentemente disinibite nella postura del dormiveglia, non le conosceva affatto.

Di sicuro si sarebbe ricordato di due ragazze così avvenenti (almeno da quel poco che riusciva a intravedere tra le lenzuola di raso arancione) e di quel giovanotto di colore che cominciava a stiracchiare le membra nerborute a pochi centimetri dal suo cuscino.

Forse ad attutire la sua meraviglia fu il rendersi conto che anche gli altri, riguadagnata poco dopo di lui la lucidità successiva al più profondo dei sonni, si fissavano vicendevolmente con  la medesima  espressione di chi si sta chiedendo “Ma dove diavolo sono capitato… e soprattutto chi è questa gente?”.  

Cosa li avesse spinti allora a infilarsi nello stesso letto coperti di solo intimo non era dato sapere e non era dato sapere il motivo di quella misteriosa complicità fatta di gambe e braccia avvinghiate, restie a sbrogliarsi anche dopo l’affiorare di un fulmineo imbarazzo.

A sorprenderlo fu piuttosto quel bagliore improvviso che ne aveva provocato il brusco risveglio: una lama di luce penetrata da chissà dove e chissà come a rischiarare un luogo che aveva conservato fino ad allora il sopore ovattato dei posti bui.

Quasi uno strappo di tenda ad esibire al resto del mondo un microcosmo fino a quel momento gelosamente avvolto nell’abbraccio protettivo dell’oscurità più totale.

Un effetto abbacinante talmente forte da costringere i suoi occhi a una lenta rimodulazione del campo visivo e alla progressiva presa d’atto di ciò gli stava attorno.
Mano a mano che i contorni perdevano l’indeterminatezza del riverbero e guadagnavano la concretezza delle cose, l’assurdità della situazione gli apparve in tutta la sua evidenza: una vetrina di negozio con la gente che sfilava attorno e un numero crescente di curiosi che si soffermava davanti a indicare quei quattro individui col cartellino del prezzo al collo.