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martedì 30 agosto 2016

Tranceloco

Trasloco.
In questi giorni di svuotamento armadi e riempimento scatoloni ho riflettuto sull'etimologia della parola.
Scartata la troppo banale "porre in un altro luogo" (dal latino "trans-locare"), suggerirei un'interpretazione alternativa.
"Trans" sarebbe l'italianizzazione di "trance": stato catatonico in cui si cade a fronte di cumuli di oggetti che si cumulano (mai visti prima e materializzatisi per comune e bastardo accordo), ordini e contrordini della coinquilina, cosecui tenevi e che credevi perse e che ritrovi per magia tra le intercapedini del mobilio.
Tutto ciò, in sincrono, provoca stupore, meraviglia, rincoglionimento, trance appunto.
"Locare" deriverebbe invece dallo spagnolo "loco" = "matto", quindi "ammattire, diventare pazzo" (per le stesse ragioni di cui sopra).
Quindi "trans-locare" = "passare dallo stato di trance a quello di follia".
Insomma, non starò mai più quello di prima.

venerdì 26 agosto 2016

Leggende da sfiatare

Leggenda vuole che il primo impatto di un bambino con l'acqua, per prendere confidenza con l'elemento, debba essere diretto, forte, drastico.
Perché tanto la natura è dalla nostra parte: io ti scaglio in piscina e tu torni a galla da solo.
All'inizio piangerai un po', ma poi ricorderai i nove mesi trascorsi a mollo in placenta e tutto ti sembrerà naturale.
Ecco, non è vero.
Da allora Federico comincia a tremare non solo di fronte a mare o piscina ma appena apro l'acqua del rubinetto, faccio scorrere la doccia, schiaccio lo sciacquone.
Altra leggenda vuole che, per vincere la paura dell'acqua, serva un rimedio diretto, forte, drastico: io ti ri-scaglio in piscina e tu ti accorgi davvero che torni a galla da solo.
Ecco, non è vero neppure questo.

sabato 20 agosto 2016

L'amo che verrà

Presente la scena del maschio che porta a spasso il cane nel parco e becca di brutto perché tutte le femmine che fanno altrettanto gli si avvicinano incuriosite (Che carino! Quanto tempo ha? Come si chiama? E il suo padrone?)?
Bene, moltiplicate per cento le probabilità di sorrisi, scambi di parola e appuntamenti all'indomani se a essere portato in giro è un bimbo piccolo (Che carino! Quanto tempo ha? Come si chiama? E il suo papà?).
In questi giorni di vacanza ogni occasione è buona per "Porto Federico a fare un giro", "Esco con Fede così ti rilassi un po'", "Non ne ho molta voglia ma credo che il piccolo desideri andare al parco", "Considerata la temperatura, credo sia scelta virtuosa quella di portare la creatura all'ombra dei platani e dei rododendri".
Promemoria per l'anno prossimo: non ritornare in Liguria dove la media età è di 84 anni.

venerdì 12 agosto 2016

Ancora un po'

Non avrei mai creduto di divertirmi così tanto al mare in versione genitore da spiaggia.
Federico che sorride perché coi piedini fa cic ciac nell'acquetta.
Le giovani mamme sulla battigia che sorridono perché vedono un papà giocare col proprio figlio.
Io che sorrido perché mi accorgo dei loro sorrisi.
Irene che mi tiene d'occhio da sotto l'ombrellone e che sorride perché pensa mi stia divertendo a farmi ustionare dal sole riflesso dal mare e a prendere le onde sulla schiena al posto di Federico.
Tutti sorridono e sembrano felici.
Non voglio più uscire.

mercoledì 10 agosto 2016

Che non si fidi di me?

È proprio vero che non smetti mai di conoscere tuo figlio.
L'altro giorno siamo andati tutt'insieme (Federico compreso) a fare la spesa al centro commerciale.
Prima di dividerci per gli acquisti concordati (uno io, 74 Irene - che non si fidi di me?), abbiamo lasciato il piccolo nella nursery appositamente allestita per i figli degli "spesanti".
Un luogo dove un personale giovane e addestrato intrattiene la prole altrui mentre i genitori sono impegnati nelle compere.
L'accordo era che all'ora convenuta ci saremmo ritrovati davanti alla suddetta nursery per prelevare il frugoletto e tornarcene a casa.
Fatto sta che, a giro terminato, precedo Irene di non pochi minuti (d'altronde a me spettava solo un acquisto - che non si fidi di me?) e mi metto a fissare il piccolo nel marasma di quel recinto popolato da cento altri bambini tutti uguali tra loro, reti-cargo anti-fuga, giochi a non finire, schiamazzi da Curva Nord, palline colorate dappertutto come polistirolo negli scatoloni dei traslochi. Una specie di girone dantesco smorza-desiderio-figli per i giovani adulti sottopagati costretti a rincorrerli.
A un certo punto sopraggiunge Irene da dietro con Federico in braccio e uno sguardo che esprimeva una serie di giudizi nei miei confronti oscillanti dall'idiota all'idiota (che non si fidi di me?).
È allora che mi sono chiesto: "Ma chi cazzo ho fissato per mezzora?".

mercoledì 3 agosto 2016

Degli stronzi

Anni fa, in occasione di una specie di gioco-test psicologico, mi era stato chiesto: "Piangeresti se qualcuno di fronte a te...?".
Ricordo di aver improvvisato un paio di risposte tra lo scontato e lo spiritoso.
Ma mai avrei creduto di piangere di fronte a qualcuno che caga.
Capita da quando adagiamo sulla tazza le chiappette di mio figlio al primo cenno di pupù in arrivo.
Lui si sforza, diventa amaranto, lotta per espellere qualcosa più grande di sé e io, che lo tengo per le braccia, mi commuovo e comincio a tirare su con il naso.
Vorrei aiutarlo ma non posso.
Scena patetico-sentimentale anche carina se finisse lì.
Invece non mi trattengo più neanche in giro: mi immalinconisco se sul parabrezza trovo bagole di piccione, mi struggo se vedo un cane evacuare per strada, mi trattengo a stento se qualcuno mi confida di essere andato di corpo dopo tre giorni di sedute a vuoto.
Conseguenze insospettate della paternità: io, noto per essere un po' stronzo, ora m'intenerisco per degli stronzi.

lunedì 1 agosto 2016

Incompreso

Irene mi rimprovera perché gioco con mio figlio solo quando rincaso ebbro d'aperitivo.
Ma quale compagna si lamenterebbe di un padre che gioca col proprio figlio tutti i giorni?

mercoledì 27 luglio 2016

Correzioni

Da un paio di giorni abbiamo cominciato con le pappe.
Il pargolo pare però non gradirle, gettando nello sconforto la mamma stanca degli agguati antropofagi alla mammella.
Come dare torto al piccolo d'altronde: si tratta di composti bitumici insapori, inodori e quasi incolori (eccezion fatta per la sfumatura grigia da lavandino otturato).
Allora ieri, stante la situazione e certo di non essere visto, ho aggiunto una goccia di Pampero all'impasto.
Un po' perché è lì da finire da una vita (eredità dei precedenti inquilini, che a loro volta...), un po' per aggiustare il gusto della sbobba.
Purtroppo Federico non ha avuto modo di assaggiarla.
Irene, nel classico gesto di chi prova il cucchiaino per convincere il destinatario della bontà del boccone, se l'è poi mangiata tutta.

venerdì 22 luglio 2016

Terzo incomodo

L'altra sera.
Evento pubblico con centinaia di persone.
Io, Irene e un amico in giro con Federico nel passeggino.
Una coppia di sconosciuti si avvicina.
“Ma che bel bambinooo! Avrà sicuramente preso dalla mamma e dal papà!”.
E poi rivolti a me: “Invece lei è?”.
Sessantenni, marito e moglie, i classici che dai toni (gentili e pacati come lettori di fiabe) e dai modi (lei sottobraccio a lui, postura fiera, sguardo sincero, larghi sorrisi) suggerirebbero cordialità e amor prossimo.
Suggerirebbero.
I dettagli in cronaca nera.

lunedì 18 luglio 2016

Differenze

Elenco delle differenze tra restare in sella a un toro meccanico in corto circuito e vestire un neonato dopo che ha scoperto la torsione del busto:
- nessuna.

mercoledì 22 giugno 2016

Ricorrenze - parte 3

Migliori svolgimenti sul tema in classe "Argomentate al morosino/a perché vi siete scordati per l'ennesima volta la data del vostro anniversario":
- "Sì certo, come no? Avanti a tranelli allora! Questo sì che fortifica la coppia, vero? Peccato io guardi al futuro mentre tu resti ancorata al passato" (vittimistico e ammutolente - voto 7,5);
- "Forse non me lo ricordo perché per me ogni giorno è il nostro anniversario" (paraculico ma efficace - voto 8);
- "Sarà che ti ho pensato tutta notte e credevo di aver festeggiato con te nei sogni" (altrettanto paraculico e altrettanto efficace - voto 8);
- "Fissare una data all'inizio del nostro amore? Sarebbe come accettare l'inevitabilità di una scadenza. Tipo yogurt: confezionato il... - da consumarsi preferibilmente entro..." (fermentilattico e incontestabile - voto 8,5);
- "Scusa, hai ragione. È che ultimamente la confondo con la data che avrei in mente per il nostro matrimonio..." (contropiedico e scaccomattico - voto 10);
- "Cioè, no dai, cioè... Quella cosa lì! Insomma, hai capito... Cioè, no dai, cioè... Chiaro, no?" (4 per la forma, 9 per la capacità di gettare l'interlocutore nel più assoluto caos interpretativo - somma voto: 13).
Direi che ho abbastanza spunti per l'anniversario dimenticato dell'anno prossimo.
Grazie ragazzi!
(Le ragazze si sono rifiutate di svolgere la traccia - voto: 2).

sabato 18 giugno 2016

Ricorrenze - parte 2

Alla fine l'anniversario era oggi.
A nulla è valsa la birra infiocchettata sul comodino di ieri.
Ella non disse nulla sperando oggi mi accorgessi dell'errore.
Oggi non mi sono accorto dell'errore.
(Però la birra ieri te la sei bevuta, eh?).
Ho abbozzato una difesa: "Maledetto anno bisesto che fa slittare in avanti tutto di uno!".
Quanto basta perché ci riflettesse sopra un attimo.
Quanto basta a me per sgattaiolare fuori di casa e pensare al tema a sorpresa da imporre in classe subito alla prima ora: "Argomentate al morosino/a perché vi siete scordati per l'ennesima volta la data esatta del vostro anniversario".
La fantasia degli adolescenti non la batte nessuno.
A breve un aggiornamento con le risposte migliori.

giovedì 9 giugno 2016

Ricorrenze

Tra pochi giorni è l'anniversario di me e Irene.
Che poi è lo stesso giorno del nostro VaffaDay.
E' che non ricordo mai esattamente quando è.
So che è a metà giugno ma non ricordo il giorno preciso.
Di solito mi viene una tardiva folgorazione a fine giornata.
Segnali nel corso della giornata che mi fanno avere una tardiva folgorazione a fine giornata: freddo saluto mattutino di Irene, zero messaggini pomeridiani di Irene, freddo saluto serale di Irene, nessuna cena preparata da Irene, lenzuola tutte tirate dalla parte di Irene.
E' a quel punto che mi ricordo dell'anniversario.
E' a quel punto che lei si ricorda del VaffaDay.

domenica 5 giugno 2016

Cecchino

Promemoria per il prossimo cambio-bebè:
- sfilare delicatamente pigiamino, body, calzini, pannolino: più che rodato;
- azionare il getto d'acqua del lavandino e attendere che si scaldi: da manuale;
- infilare nel frattempo la faccia tra i suoi piedini e massaggiarsi le guance: buffo e rilassante allo stesso tempo;
- chiudere gli occhi, aprire la bocca e cadere in stato catatonico,: da evitare causa fiotto di pipì improvviso e millimetrico.
Comunque sapeva di vodka alla pesca... Tana per Irene!

mercoledì 1 giugno 2016

Arrovellamenti

A fine giornata, un attimo prima di chiudere gli occhi, imbozzolato nelle lenzuola tra stanchezza e sonnolenza, non passo notte senza che mi chieda se sono un buon padre, se faccio tutto il possibile, se avverto il peso delle responsabilità.
E ogni notte rispondo: "Ok Irene, ho capito. Me lo hai chiesto anche ieri. Mo' ci penso. Te lo giuro. Intanto buonanotte anche a te".

sabato 28 maggio 2016

C'ero quasi

Stamattina Federico ha tentato a più riprese di infilarsi il ciuccio da solo.
Lo vedevi cercare con la manina il succhiotto nella culla, riconoscerlo a tatto e ghermirlo, calibrare lo slancio del braccino e planare sulla bocca immancabilmente fuori misura di qualche centimetro.
Un po' come quelle macchinette del luna park afferra-peluche, quella specie di ragni meccanici che manovri con una manopola e lasci cadere nel mucchio sperando resti impigliato qualcosa.
Quelle per cui ti innervosisci e cominci a sbatacchiare la macchinetta perché all'ultimo ti sei accorto che il "ragno" sta cadendo nel posto sbagliato e non afferrerà nulla. Manate sui vetri, scossoni e imprecazioni.
Stamattina ho fatto la stessa cosa con la culla: volevo vincere!
Ne ho sentite su una sbarca.

lunedì 23 maggio 2016

Lezioni di amore

L'altro giorno in classe, seconda superiore, quindici-sedicenni, niente lezione ma problemi di cuore.
Al bando i Promessi Sposi e vai di confidenze.
Casini amorosi, bisticci, parziali ravvicinamenti, nuove incomprensioni, capricci, dispetti, chiarimenti, fraintendimenti, musi lunghi, saluti imbronciati, emoticon incazzati, squilli a vuoto, t.v.b. disperati, messaggini di scuse, faticose rappacificazioni.
Poi ho chiesto ai ragazzi se anche per loro fosse così.

sabato 21 maggio 2016

Un pezzo di strada insieme

Il bisticcio tra auto è praticamente un rito propiziatorio mattutino.
Una specie di haka maori su quattro ruote: la carica che ci si dà facendo paura al resto del mondo, nello specifico al guidatore imbranato di turno (che si ritiene tale).
È come se tempo, velocità, spazio e abitacolo, la garanzia cioè di non poter venire alle mani, autorizzassero gli istinti peggiori: clacsonate furenti, gestacci trogloditi, labiali più che espliciti.
L'unica premura è che l'altro incroci lo sguardo tramite lo specchietto e venga investito dal raptus liberatorio.
Poi ognuno per la propria strada e la giornata può cominciare.
Almeno per me è così: il mio Mr. Hyde prima di diventare Dr. Jekyll.
Fino all'altro giorno non mi ero mai posto il problema di rincontrare nel corso della giornata qualcuno mandato a quel paese giusto qualche ora prima con tanto di dito medio a indicare bene la strada.
Ho intuito che la cosa di per sé non è impossibile quando, al termine di un colloquio a scuola, nel corso del quale avevo fatto presente il comportamento poco educato e irriguardoso del figlio in classe, il genitore s'è congedato con un "Stamattina comunque ce l'avevo io la precedenza".

domenica 15 maggio 2016

In proporzione

La cosa mi ha divertito sin da subito.
Fare da cavia a mamma Irene così da convincere bebè Federico dell'innocenza del gesto.
Mi spiego meglio.
Lavare i capelli sotto il getto di acqua calda?
Farlo prima al papà e vedere che non c'è niente da piangere.
Pulire le narici intasate con le apposite fialette sciogli-muco?
Farlo prima al papà e ridere per le facce buffe che fa.
Cambiare per la prima volta il pannolino quello con le alette fastidiose?
Farlo prima al papà con un finto pannolino di cartone sagomato e colorato in giornata dalla mamma. Tutto in proporzione naturalmente.
La cosa mi ha divertito sin da subito fino a stamattina, quando in pieno sonno ho spalancato gli occhi sperando di aver capito male.
"E ora Federichino, se vogliamo far passare questo febbrino, dobbiamo infilare la suppostona nel sederino".

lunedì 9 maggio 2016

A furia di fissare la luna, il viandante finì nel pozzo

Con la paternità credevo avrei avuto più paranoie.
Tipo la copertina soffoca-sonno, gli spigoli-assassini, i batteri virulenti ovunque.
Invece niente.
A parte una cosa strana, irrazionale, ancestrale se volete.
La paura che, quando siamo in giro con il passeggino, una qualsiasi cosa precipiti dal cielo sulla testa di Federico.
Come gli asteroidi con i dinosauri, le pallonate con gli spettatori distratti, le cagate di piccione sulla giacca della festa.
Come un'incudine sulla capoccia di Willy il Coyote.
Fateci caso la prossima volta che mi incrociate: ogni due per tre guardo in alto pronto a spostare la carrozzina in caso di pericolo.
E puntualmente il pericolo non si manifesta.
L'altro giorno, a furia di scrutare le minacce celesti, sono andato a sbattere con la carrozzina contro un lampione.
Classica scena comica dei film in bianco e nero.
E infatti ho riso tantissimo.
Federico meno.

sabato 7 maggio 2016

Scoprimenti

È la fase in cui voglio (ri)scoprire con mio figlio tutte le cose della vita che lui ancora non conosce e che noi adulti diamo per scontate.
Ieri sera ad esempio l'ho portato sul balcone a scoprire la pioggia.
Stamattina abbiamo scoperto il raffreddore.
Lo sguardo incazzato della mamma l'avevamo scoperto già.

sabato 30 aprile 2016

Adorabili speronatori

Il giretto domenicale nei budelli congestionati di Città Alta con tanto di passeggino a fendere la folla era una delle cose che più temevo.
E facevo bene.
La scorsa domenica è stata una via crucis dalla Marianna alla funicolare tra conoscenti che non incroci per un anno in paese ma puntualmente becchi altrove, ingorghi di turisti tedeschi in sandali e calzettoni, sconosciuti impiccioni cui smorzare subito gli entusiasmi ("Ma che carinooo!" "Grazie ma sono impegnato").
Poi, a metà percorso, l'involontaria scoperta che con un bebè tutto è concesso.
Anche quello che normalmente provocherebbe diverbi se non spintoni.
Poco prima di Piazza Vecchia, causa maldestra manovra con la carrozzina, ho azzoppato un'anziana signora che mi precedeva nel passo.
Praticamente ho calcolato male le misure e con le ruote anteriori le ho quasi reciso il tendine.
La vittima, fino a quel momento spensierata e garrula nel vestito della festa, s'è girata di scatto mordendo a stento una bestemmia che chiedeva solo di essere pronunciata.
A fermarla non il Cristo che le penzolava al collo né la vicinanza del nipotino cui aveva stritolato la mano al momento dell'impatto (lui la bestemmia l'ha pronunciata per intero), bensì la vista di Federico.
Tanto è bastato a spegnere sul nascere quella che sarebbe altrimenti diventata un'accesa discussione.
Allora c'ho preso gusto: per la rimanente parte del tragitto ho ammazzato la noia puntando dritto alle caviglie delle persone. E tutte le volte la stessa trattenuta reazione.
Quando io e un altro papà col passeggino c'incrociavamo, sguardo d'intesa e numero di talloni centrati con le dita della mano.
C'è gente più brava di me.
Domenica altro giro in Città Alta.

sabato 23 aprile 2016

Esiste!

Primo anno al Vinitaly col piccolo Federico.
Bilancio agrodolce di fine giornata.
Notizia negativa: a un certo punto ho smarrito Federico (ricordo che ha 4 mesi e vive ancora nel passeggino).
Notizia positiva: l'ho ritrovato esattamente dove l'avevo dimenticato, vale a dire nello stand del Molise.
La notizia positiva è che quindi il Molise esiste.

sabato 16 aprile 2016

Ma-

Finita la fase dei versetti e dei suoni gutturali, siamo alle prime sillabazioni.
O meglio, alla prima sillabazione: "ma-".
A un passo dall'estasi la mamma, bruciante secondo posto per il sottoscritto.
Ma non è ancora detto!
Quando Irene si assenta, vado di bombardamento fonetico sul piccolo.
In pratica gli prendo il faccino tra le mani, lo obbligo a fissarmi le labbra e lo tempesto di alternative: "ma-mmut", "ma-chete", "ma-astricht", "ma-icol jackson", "ma-ioliche di Faenza", "ma-remma maiala" (anche solo "ma-iala" va bene).
Nel caso arrivasse a pronunciare per intero la parola "mamma", ho già pronto il secondo raid:
"Mamma... mo' hai rotto!";
"Mamma... questo è stalking!";
"Mamma... ancora una parola e ti denuncio!";
"Mammalucca... cosa ti credevi?";
"Mamma... li Turchi!" (riferito al kebabbaro sotto casa).
Se infine, malauguratamente, dovesse dire "mamma" con tanto di sorrisone e occhi sberluccicanti, allora scatterebbe il Piano C: "Mamma, ragionavo su quanto sei stata fortunata ad incontrare un uomo così!".

sabato 9 aprile 2016

Abbasso la fuga!

Ogni anno scolastico, puntuale, arriva il giorno in cui non vorrei andare a scuola.
Non è il giorno dei colloqui coi genitori né quello degli scrutini.
Indiscutibilmente due momenti di gravose responsabilità, ma non quanto quelle dell'attimo a cui faccio riferimento. Perché poi di attimo si tratta: pochi interminabili secondi.
È il giorno in cui arrivo a leggere un passo dell'Eneide in particolare, quello dell'amore tra il mitico Enea e la regina Didone.
Non è il tragico amore in sé a mettere a disagio la mia sensibilità - figuriamoci - ma come è stato tradotto dal latino sulle pagine dell'antologia.
A dire il vero si tratta di un solo verso: "Egli si diede alla fuga mentre lei provava ancor più pene".
Ora, amico traduttore, passi preferire "pene" a "dolori", "sofferenze", "struggimenti" o "afflizioni".
L'avrai trovato più diretto, più efficace, che ne so.
Ma "fuga"... Con quella "u" traballante pronta a essere sostituita da una "i" inopportuna appena si declama ad alta voce la frase. Magari con un'enfasi da attore shakespiriano per sottolineare la drammaticità della scena.
Perché, ogni anno, in quei pochi frangenti in cui il pensiero precede la sillabazione della parola, è una lotta titanica tra ciò che dovresti leggere e l'associazione licenziosa che ti passa per la testa.
Ogni anno una lotta interiore tra il me stesso professionale e la mia parte birichina.
Ogni anno una vittoria al fotofinish dell'adulto posato sull'eterno adolescente.
Ogni anno la soddisfazione di aver infine pronunciato giusto e spento sul nascere le risatine dei ragazzi.
Ogni anno fino a ieri.
Abbasso la fuga!

sabato 2 aprile 2016

Incontri ravvicinati della terza età tipo

All'inizio era motivo di vanto e orgoglio.
Fare un giro col passeggino in paese per condividere con la comunità le gioie della paternità.
Per la serie: "Ebbene sì, questo è mio figlio!".
Ancora oggi è così quando incrocio amici e parenti.
Ma non con gli 'altri'.
Gli 'altri' sono tutti coloro che non ricordo minimamente chi siano.
Di solito signore sulla sessantina che evidentemente mi conoscono ma di cui non posso dire altrettanto (forse amiche della mamma che un giorno, dicesi uno, mi tennero in braccio da bambino o forse sconosciute dispensatrici di caramelle dei tempi dell'infanzia giunte oggi a elemosinare in cambio un barlume di confidenza).
Fatto sta che non le reggo più: interrompono la camminata ogni cinque metri e la dilatano all'inverosimile (a volte ho paura di tornare a casa ed estrarre dal passeggino Federico diciottenne).
Sbucano lungo il tragitto come zombie di The Walking Dead e si avventano sulla privacy per farla a brandelli.
Le mie risposte, in un primo momento puntuali e garbate, sono diventate nell'ultimo periodo leggermente più sbrigative e risolute, al punto che la conversazione si interrompe sempre dopo un solo scambio di battute.
"Ma che bello! Da chi ha preso?" "Da quello che ritira l'umido il mercoledì mattina".
"Com'è che si chiama?" "Ahmed. Di questi tempi non si sa mai".
"Quanti mesi ha?". "Boh. Comunque è ancora in garanzia".
"Mangia regolarmente?". "Eccome. Dovrebbe vedere poi quando è in chimica".
"Di che colore è la cacca?". "Pervinca con striature cremisi".
"Vi fa dormire la notte?" "Sì. Siamo noi che non facciamo dormire lui".
"Chi lo cambia?" "Nessuno".
E la passeggiata riprende.

venerdì 25 marzo 2016

Sh sh sh

Tra le poche cose efficaci dei tanti libri teorici per neonati di cui si è circondata Irene, c'è questa storia del "sh sh sh path" (in italiano "il sentiero del sh sh sh").
Praticamente, per indurre il sonno all'infante, basta sussurargli ripetutamente "sh sh sh".
E funziona.
Solo che 'sta cosa poi rimane addosso e non te la levi più.
In classe, ad esempio, ha preso il posto del vecchio e imperioso ssssssSSSSSSSSH! con cui zittivo il chiacchiericcio nel corso delle verifiche.
Un sibilo che partiva in sordina, senza neanche alzare gli occhi dal reistro, e poi via via cresceva fino a esplodere nello SH! finale, pietra tombale di qualsivoglia brusio senza diritto di replica alcuna.
Ora mi viene spontaneo fare "sh sh sh".
Quando sollevo lo sguardo, ne becco sempre due o tre che si sono addormentati con la faccia sbavosa sul foglio. Liceali-poppanti appunto.
Lo stesso libro mi ha insegnato a non svegliarli bruscamente: aspetto che abbiano fame o debbano essere cambiati.

domenica 20 marzo 2016

Defecangioletti

Da un po' di volte, mentre gli cambiavo il pannolino, lo vedevo fissare l'angolo del bagno alla sua sinistra, lì dove le pareti convergono, e ridere, ridere, ridere a crepapelle.
Potevo anche tronchesargli le unghiette o scaccolarlo con vigore (attività che in altre zone della casa provocavano pianti a dirotto) e lui rideva, rideva, rideva.
Se con la forza (un'amorevole forza, s'intende) gli stortavo il capo dall'altra parte, s'incupiva all'improvviso; appena mollavo la presa, tornava a fissare quell'angolo della stanza e riprendeva subito a ghignarsela.
Eppure, a voler ben guardare, niente di speciale in quel punto: nessuna salvietta colorata, nessuno specchio riflettente, nessuna mensola porta-piante.
Niente che potesse stimolare la fantasia di un neonato; solo noiose fughe di piastrelle in perpendicolare convergenza tra loro.
Poi un giorno Irene mi ha dato, col candore che la contraddistingue, la spiegazione: vede gli angioletti e per questo ride.
Anziché risponderle con una grassa risata, ho preso la storia per buona vista la reazione ilare sul faccino di Federico.
Poi, giorno dopo giorno, la cosa ha iniziato a inquietarmi: non sono più riuscito a fare nulla in bagno senza sentirmi osservato.
Ho cominciato a immaginarmi biondi spiritelli boccoluti e alati prendersi beffe della mia intimità.
Da cui vasche straripanti schiuma per celare le pudenda, bidè frettolosi all'acqua di rose, interminabili quanto improduttive sedute sulla tazza.
Un giorno infine, esasperato dall'ennesima infruttuosa corsa in bagno, ho scagliato il rotolo di carta igienica in direzione dell'angolo infestato.
Devo averli centrati, o quantomeno sfiorati e offesi.
Da allora Federico ha smesso di ridere.
Ma io ho ripreso a defecare.
Meglio un figlio musone che un padre stitico.

sabato 12 marzo 2016

Gitainaereofobia

Se un professore esercita un minimo di autorevolezza, non dovrebbe mai andare in gita su un aereo coi propri alunni.
Soprattutto se il professore in questione ha una fottuta paura di quella supposta svolazzante ricoperta di lamiera che gli altri si intestardiscono a chiamare, appunto, 'aereo'.
Non è il massimo avvertire lo schianto imminente alla sola accensione dei motori (quando, per intenderci, il velivolo è ancora fermo) mentre tutti intorno fanno rumore: ragazzi che si rincorrono, sbraitano, sghignazzano, si inerpicano.
Ma non lo sanno che stiamo per sfidare le leggi della fisica umana e staccarci innaturalmente da terra?
Camminare è da mo' che ci appartiene, nuotare tutto sommato ce la caviamo, scavare a mani nude non risulta impossibile se dotati di unghie affilate e buona lena.
Ma volare no, non è dato coi due arti superiori implumi che ci ritroviamo.
Eppure loro se ne fregano e si comportano come su una corriera qualsiasi, di quelle ben aderenti alla strada che ogni giorno li porta a scuola.
Io no, non riesco a fregarmene.
E finché si tratta di una lotta interiore, allora è affar mio e basta. Ma quando l'apprensione traspare in forma di sguardo vitreo, sudore freddo, mani marmorizzate ai poggioli del sedile, mutismo catatonico ("Profe? Profe? Perché non risponde?"), allora la questione diviene di dominio pubblico e si salvi chi può.
"Guardate il prof! Sembra noi quando estrae a sorte il nome dell'interrogato! Oggi precipita, oggi precipita... Ferrari! Fuori! Senza paracadute!".
Fusoliera: "Ahahahahahhah".
"Scommetto che la regolina dell'acca adesso non è così importante. Ho forse sbaglio? Ho forse sbaglio? Ho forse sbaglio?".
Fusoliera: "Ahahahahahhah".
"Ehi prof, mi riconosce? Ma sì dai, quello a cui dà sempre 4. Ecco, l'unica cosa che ho studiato quest'anno è come prevenire gli attacchi di panico, perciò le suggerisco... Ops, un vuoto di memoria...".
Fusoliera: "Ahahahahahhah".
Anche il secchione di solito impassibile in classe, quello simbiotico col banco assegnatogli all'inizio dell'anno, quello cui vi affidavate per uno sguardo solidale durante il viaggio, scrolla il capo e pronuncia al rallentatore uno sconsolato 'SFI-GA-TO".

Decollati e atterrati sani e salvi.
Lezione imparata.
I ragazzi non so.
Nel dubbio domani interrogazione a tappeto. O forse sbaglio?

domenica 6 marzo 2016

Scelta indifferenziata

A volte temo di entrare in bagno e trovare dei gabbiani appollaiati su una piramide di pannolini che neanche in una discarica della periferia di Nairobi.
Lo sfintere ha delle ragioni che la ragione non conosce: incredibile quanta cacca possa sgorgare dal culetto di un neonato!
La soluzione è stata allora quella di infilare il materiale organico in un sacco nero da tenere sul balcone (il che ci costerà qualche recensione negativa su TripAdvisor) in attesa del giorno stabilito dal Comune per la raccolta dell'indifferenziata.
Peccato che il sacco debordi in clamoroso anticipo rispetto al giorno stabilito.
L'intuizione è stata allora quella di parcheggiare momentaneamente l'immondo fagotto in garage.
Apriti cielo!
"Ma ti sei rimbecillito? Tutto quel lerciume in uno spazio non areato per giorni e giorni... L'epidemia di peste del 1348 è cominciata così!".
"Rimane la discarica".
"Ma ti sei rincretinito? Già che ci siamo stendiamoli in piazza... I pannolini sporchi si lavano in famiglia!".
"E allora cosa suggerisci?".
"Basta informarsi sul giorno stabilito per la raccolta dell'indifferenziata di tutti i Comuni vicini".
"E secondo te io dovrei sbattermi a fare una ricerca su internet se va bene un giro di telefonate se va male, costruirmi una tabellina su dove si ritira quando, aspettare il calar delle tenebre, caricare il sacco nero in macchina come il più losco degli individui, raggiungere il paese in questione e scaricare la merda di tuo figlio fuori dalla casa di ignare persone che da quel momento verranno soprannominate 'i cagoni' dal resto della comunità? Te lo scordi!".
È esattamente quello che ho fatto l'altra sera.
Chiedo scusa ai signori Defendini di Verdello.