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giovedì 21 gennaio 2021

Non generalizziamo

È notizia di ieri di un professore beccato fare sesso dai suoi studenti perché si era scordato di spegnere la telecamera del pc una volta finita la lezione on line.

Ecco, non vorrei che i miei ragazzi generalizzassero e mitizzassero.

Cioè, che alla fine di ogni lezione il sottoscritto... Sarebbero tre prestazioni a mattinata, più i corsi di recupero, più...

Diciamo che ora come ora viaggio più sulla fine di ogni quadrimestre.

Alla fine delle parole


Parole che lasciano senza parole.
Non quelle incoscienti-rancorose di un Trump o capricciose-narcisistiche di un Renzi.
Quelle spiazzanti-immaginifiche di un bambino.
Ieri.
Solito gioco della lotta sul letto tra me e Fede.
Ci inventiamo di essere dei mostri con tanto di nome buffo e caratteristiche (superpoteri, armi nascoste, luogo di provenienza...).
Tutto questo mentre lottiamo: calcio volante, “Io mi chiamo Buzzurko”, pugno rotante, “Io invece mi chiamo Slimonoz”, testata devastante, “Io ho il potere di trasformarti in ghiaccio”, morso lancinante, “E io ho il potere...’ eccetera eccetera eccetera.
Arriviamo al luogo di provenienza.
Butto lì: “Io vivo nella terra delle stalattiti giganti”
E lui: “E io vivo alla fine della fantasia”
Resto immobile. Trovo la frase bellissima (“...vivo alla fine della fantasia”). Lo guardo imbambolato.
Lui ne approfitta e mi sferra un cazzotto da paura sul naso.
Mi accascio.
Vince.
Ma aveva vinto già.

Forse ho esagerato

 


Forse ho esagerato con le palle di neve.
Mi son fatto prendere la mano.
Però aveva cominciato lui.

Il senso di ognuno per la neve

 


Il bambino ci vede il candore, il gioco, la gioia.
Il papà che deve star dietro al bambino freddo, fatica e sudore.
L'adulto ci vede l'infanzia.
Il nostalgico di una certa età la nevicata dell'85.
Il più giovane la scocciatura di dover stare a sentire il più vecchio ricordare la nevicata dell'85.
L'adulto che deve alzarsi e andare a lavorare fancula la nostalgia e ci vede il disagio.
L'addetto comunale la reperibilità.
Il sognatore democratico ci vede un mondo dove tutto è finalmente ammantato di un unico colore.
Il sognatore autoritario un mondo dove tutto è finalmente ammantato di un unico colore.
(Che democrazia e dittatura siano due facce dello stesso fiocco?)
Il meteorologo ci vede una conferma delle proprie previsioni.
Paolo Fox l'ennesima previsione sbagliata.
Iginio Massari lo zucchero a velo.
Uno che so io bamba a catinelle.
Il credente del Nuovo Testamento ci vede un prodigio celeste.
Il credente del Vecchio una piaga divina dopo un 2020 in cui l'umanità se l'è spassata alla grande.
Io ci vedo un'occasione per scrivere qualcosa.

Un pongo migliore

 


A vent'anni scendevo in strada per cambiare il mondo.
A quaranta mi abbasso a raccogliere il pongo.

Farfallo



Breve storia erotica.
"Che bellooo! Cos'è? Una farfalla?"
"No, papi. Devi girare il foglio"
"Ah, un far fallo"



domenica 27 dicembre 2020

Proud of him


Scena: mamma Irene, Fede e cuginetta ospite che fanno i biscotti mentre scelgono una canzone a testa su Spotify (io sullo sfondo litigo coll'assemblaggio dei regali-gioco di S. Lucia).

Comincia mamma Irene e mette uno scanzonato Jingle Bell Rock per creare atmosfera.
È il turno della cuginetta che sceglie le zuccherose melodie di Rapunzel della Disney.
Tocca a Fede e piazza London Calling dei Clash.
Così, senza senso (almeno per gli altri).

lunedì 14 dicembre 2020

Care vecchie paure

Adesso anche la nebbia, un tempo fantomatico mistero, mi appare un muro appiccicaticcio di particelle virali, che da incorporee han deciso di rendersi minacciosamente visibili.


Mi mancano le vecchie paure.
La paura che la sveglia non suoni.
Che il caffè non salga.
Il dubbio di dover fare benzina.
La preoccupazione di arrivare tardi.
Il batticuore da autovelox.
L'apprensione da coda semaforica.
L'ansia del parcheggio.
Il terrore di non aver chiuso la macchina, spento il gas, salutato Irene.
Forse toccava a me portare Fede all'asilo?
Voglio che le solite fobie tornino a ossessionare la mia quotidianità al posto di un'unica pandemica angoscia.
Non vedo l'ora che tutto passi per tornare alle care vecchie rassicuranti paure.

venerdì 13 novembre 2020

Che bel fiore

 

"Che bel fiore, Fede! Per chi è? Per la mamma?"
"No"
"E per chi è?"
"Per la Lilly"
"Per il cagnolino della nonna? Che bel pensiero!"
"Per quando muore"
"Scusa?"
"Per quando muore. Mi pare evidente che la Lilly stia morendo"
"Sì, cioè no... È anziana, è vero... Non ci vede praticamente più... Ma..."
"Prima o poi dovrai accettarlo"
"Sì, certo... Anche se non è il mio cane... Cioè..."
"Papà, non rifiutare il dolore"
"Uau... Ok, quando sarà..."
"Tipico di voi adulti occidentali ignorare l'ineluttabilità della morte per procrastinare l'appuntamento con essa"
"..."
"Papà?"
"S-s-sììì?"
"Vuoi che ti dedichi un disegno?"
"No"

Che fare?

La scorsa primavera il lockdown mi colse alla sprovvista.

Stavolta no.

In queste poche ore che rimangono ho intenzione di fare tutto quello che non potrò più fare per un po' di tempo.

Andare a messa.

Accompagnare Irene all'Ikea.

Comprare una birra belga da 66 al market del paese e sorseggiarla a canna sulla panchina dei giardinetti sottolineando ogni goccio con un "aaaahhh" prolungato di soddisfazione.

Però c'è poco tempo e temo di non riuscire a fare tutto.

Dovrò scegliere.


Per quanto ancora

“Papi”

“Sì?”

“Andrà avanti ancora tanto?”

“Non lo so, Fede, non lo so. Diciamo che il virus Coronello - te lo ricordi? - si sta rivelando un avversario duro da battere”

“Mi riferivo alla mamma”

Da un’ora la mamma tontognava dalla stanza in fondo al corridoio di quanto fossimo incoscienti a giocare a rugby in casa in un periodo del genere, di come non fosse il caso di farsi male inutilmente e andare al Pronto Soccorso in piena seconda ondata, di quanto il papà potesse evitare di placcare il figlio girato di spalle o di falciarlo di netto pur di non fargli fare meta.

“Temo finirà prima il Coronello”

“Abbracciamoci”

“Vieni qua. Andrà tutto bene”.

giovedì 15 ottobre 2020

Sotto un accento sbagliato

 



Stamattina Fede chiede: “Quando anche io posso diventare papà?”.
Contropiede. Impaccio più totale.
Memore delle paroline di Irene (“Sempre la verità, a nostro figlio sempre la verità...”), stavo già cominciando a rispondere “Allorché in età adolescenziale il tuo apparato riproduttore...” quando mi è venuto in mente che ultimamente Fede accentua alla grande tutte le parole di fine frase.
Del tipo: “Stasera cosa si mangià?”, “Sono stanco... Andiamo a casà!” e via dicendo.
(Assurdo, detto per inciso, che scordi invece l’accento in espressioni come “Quanta pusillanimita!” o “Dai che ci mettiamo in cerchio a suonare il digeridu”).
Allora ho risposto levandomi dall’imbarazzo: “Quando in occasione di un conclave i cardinali appositamente confluiti individueranno nella tua figura la più adatta a vestire i panni del vicario di Cristo”.
“Ah, ok”
“Figurati, chiedi sempre al papa quando vuoi la verità”.

Un po' pattume, un po'...

 


Che poi a forza di averci a che fare uno si affeziona anche alle cose più assurde.
Tipo il secchiello dell'umido.
Che quando rincasi il giorno del ritiro e non trovi più il tuo in mezzo agli altri degli altri ci rimani male.
Perché dentro ci sono i tuoi rimasugli incrostabili, i tuoi cagnotti fossilizzati, il tuo lezzo che fa tanto casa.
Qualcun altro l’ha preso. In buona fede ma l’ha preso.
Allora prendi uno a caso di quelli rimasti.
Ma non è lo stesso.
Altri avanzi, altre croste, altri unti (ammazza come impregna il wasabi!).
Un effetto a catena di solitudini biodegradabili.
Fino alla volta dopo, quando ognuno ritrova il proprio secchiello in mezzo agli altri degli altri.
E lo riporta a casa.
Ma niente è come prima.
Perché alligna il sospetto: che sia stata la tua secchia a concedersi, a tradire, a cercare gli scarti altrui.
Perché magari aveva voglia di wasabi.
Un po' pattume, un po' puttana.

domenica 11 ottobre 2020

Colti in castagna


Oggi siamo andati per castagne a Olera.
Non c’ero mai stato.
A Olera intendo, non a castagne.
Sopra Alzano.
Bel borghetto, tenuto bene.
Le stradine che sono già sentieri, le casette con le pietre a vista, gli infissi di legno appena piallato, i battiporta in ferro battuto che al rumore pare di viaggiare nei secoli.
E poi gli anziani seduti qua e là per le viette, sulle böre che furono tronchi, a salutare i passanti e raccontare storie.
Soprattutto ai bambini a un varco da quel bosco che da sempre stimola la loro fantasia.
Pronti ad accovacciarsi e pendere dalle labbra altrui, segnate da vicende e stagioni.
Bambini tipo Fede.
Che alla fine della storia, mi ha guardato e detto ad alta voce: “Papi, non ho capito niente”.
“Nemmeno io” avrei voluto dirgli ammiccando alla bocca sdentata del vecchierel canuto e bianco, ma mi son limitato ad accarezzargli la testa e dire “Oggi no, ma vedrai che un giorno queste parole ti torneranno in mente e all’improvviso capirai”.
L’anziano ha fatto cenno di sì col capo e ha sorriso. Si fa per dire. 

venerdì 18 settembre 2020

It's time for truuuth...

Ho fatto uno strano sogno.

Io appena sveglio che leggevo sul giornale di un musical fantastico a Broadway (con Michelle Williams e Lando Buzzanca), che prenotavo subito per quel giorno i biglietti (spettacolo e aereo A/R), che uscivo di casa dicendo a Irene che andavo in discarica a buttare la friggitrice rotta.
Avevo calcolato tutto: ore del volo di andata, durata del musical, tempo del volo di ritorno.
Una volta a casa (le tre di notte circa), dico a Irene che in discarica il cellu non prendeva, che c'era coda, che tutti quel giorno volevano sbarazzarsi di qualcosa, che il Governo aveva imposto un ultimatum per liberarsi dei rifiuti ingombranti.
Lei mi abbraccia sotto le lenzuola sussurrando una frase sonnolenta del tipo "Il mio ometto" mentre io in fondo alle coperte ripasso coi piedi i passi di danza della canzone dello spettacolo che tanto mi era piaciuta (quella in cui la figlia Michelle annuncia al padre Lando di essere in realtà sua madre; comincia con "Daaad, it's time for truuuth...").

Questo il sogno.
Deduco:
- che adoro i musical e da oggi mi riprometto di sostenere almeno una conversazione al giorno cantando e ballando;
- che Lando Buzzanca è stato ingiustamente relegato nel corso della sua carriera in ruoli di sessuomane sporcaccione;
- che è bene tenere in casa sempre uno scarto voluminoso a portata di discarica (frigo scassato, ciclostile inceppato, acquario scheggiato anche se non hai mai avuto i pesci);
- che quando fai le cose che ti piacciono il tempo vola (di solito con American Airlines).

domenica 13 settembre 2020

Bulli al sole

Fede, quattro anni e mezzo, è ancora nella fase nudismo in spiaggia senza vergogna.
Non ha ancora mangiato la mela del peccato.
Gioca sulla battigia coi gioielli di famiglia al vento.
Poco fa un gruppo di bambini poco più grandi, di quelli che hanno già morso il frutto proibito, l'ha additato e canzonato: "Pisellino, pisellino, pisellino...".
Indeciso se intervenire o assistere sono infine intervenuto.
A modo mio.
Mi sono spogliato e mi sono messo a fianco di Fede con fare solidale: "Adesso come la mettiamo?"
Hanno incominciato a sfottere me.
Si è unito anche Fede.
Sono diventati amici.

giovedì 3 settembre 2020

Che suo padre comprò

E dietro di me che fotografo Irene mentre fotografa Fede ci sta mia madre che mi fotografa a sua volta fotografata da mio padre e via su su per tutto l'albero genealogico fino in Etruria, dove etimologicamente risalgono i Ferrari, i 'lavoratori del ferro', che è poi il nome con cui i primi fotografi chiamavano il loro attrezzo nell'Ottocento.
Mentre là davanti Fede sta immortalando un cane che morde un gatto che mangia un topo che alla fiera dell'Oktoberfest suo padre comprò (anche se non me lo ricordo).

 

lunedì 17 agosto 2020

Imparerai

 

Imparerai che nella vita, più che il lusso, conta ciò che resta alla fine del riflusso.
Imparerai anche che tuo padre a volte dice frasi apparentemente profonde che in realtà non significano un cazzo.

venerdì 31 luglio 2020

Sindaco vs Morte

Del perché non mi candiderò mai a ruoli di responsabilità pubblica sapendo di andare incontro ad altrui aspettative destinate a rimanere deluse con tanto di polemiche e recriminazioni.

Premessa: Federico mesi fa, in epoca pre-Covid, aveva fatto con l'asilo una "gita" in comune a conoscere il sindaco, nell'occasione presentato come colui che si occupa dei problemi del paese.

Stamattina al risveglio.
Lugubre leit motiv da un mesetto a questa parte con novità finale.
"Papà?"
"Dimmi"
"Ma io non voglio morire"
"Buongiorno anche a te. Comunque nemmeno io voglio morire"
"Allora dopo chiamiamo il sindaco e gli chiediamo di fare qualcosa".

giovedì 23 luglio 2020

Anonima sorda

Stamattina in montagna ho rapito un bambino.
Tipo Anonima Sequestri anni '80.
Non è che mi stessi annoiando e, dai, vediamo l'effetto che fa.
È che mia cognata, in pieno parchetto pubblico, a un certo punto mi chiede di recuperare, lei impegnata con le altre figlie, la più piccola addormentata nel passeggino.
Vado, scorgo due gambine penzoloni, prendo e mi muovo.
"Aiuto! Aiuto! Vogliono rapire mio figlio!" sbraita una.
Alzo lo sguardo pronto a placcare il malintenzionato.
Dagli sguardi capisco che il malintenzionato sono io.
Tra gli sguardi quello di mia nipote, la più piccola, quella che dovevo recuperare.
Faccio due più due e mollo istintivamente la presa.
La stradina è leggermente inclinata.
"Aiuto! Aiuto! Vogliono uccidere mio figlio!" sbraita la stessa.
Alzo lo sguardo pronto a placcare il malintenzionato.

Bene e male convivono nella stessa persona.
E non è sempre facile capire il confine.
Spesso lo si capisce dopo.

lunedì 13 luglio 2020

Okkupatooo!

L’altra sera eravamo ospiti da amici di Irene nella loro nuova casa.
A un certo punto della serata chiedo di andare in bagno.
Uno shock visivo: il water non era scontatamente in fondo vicino alla finestra ma subito dopo la porta. Attaccato praticamente. Come nei pub.
Ok, non era una turca da pub ma la distanza water-stipite era pari a quella dei bagni da birreria. Minima.
Quanto basta per non chiudere a chiave e premere con la suola (col piede pigiato in avanti o appoggiato all’indietro a seconda della postura) perché nessuno possa entrare.
Quanti ricordi di quante serate.
Chiudere a chiave faceva fighetta sfigato, urlare “Okkupatooo!” e respingere a scarpate faceva vissuto figo.
Che è poi il motivo per cui ho sbattuto la porta in faccia al figlio della coppia quando ha cercato di entrare per lavarsi i dentini.
E più il bimbo spingeva, più io respingevo.
Fino a quando è scoppiato a piangere e l’ho sentito sbattere la porta della cameretta.
Non che la cosa mi turbasse: troppo calato ormai nel me ventenne in quel lontano contesto di fumi, pinte e cessi alla Trainspotting.
Tanto da lasciare volutamente qualche goccia sul bordo della tazza, gettare un mozzicone al centro perché galleggiasse nel giallognolo stagnante e scrivere una frase porca sull’asse con annesso numero di telefono.
Poi sono tornato di là a riprendere la conversazione sulla fragilità emotiva delle nuove generazioni e sull’essere genitori oggi.

martedì 30 giugno 2020

Insomma

Colazione, all'improvviso, biscotto inzuppato in mano.
"Papà, ma dalla morte si guarisce?"
"Insomma"
"Cosa vuol dire 'insomma'?"
"Vuol dire 'no'"
"È un simonimo? Come 'orso bianco' e 'orso polare'?"
"Si dice si-no-nimo. E: no, non è un sinonimo"
"Allora perché non hai detto subito 'no'?"
"Perché a volte si preferisce non dire le cose subito per non ferire"
"Ma dalle ferite si guarisce, vero?"
"Insomma"
"Nooo? Ma il mio taglio sotto il piede è guarito!"
"Infatti. Quell''insomma' voleva dire 'dipende'"
"Ma 'insomma' vuol dire 'no' o 'dipende'? Non ci capisco più niente! Voi grandi non potete dire le cose subito?"
"Insomma".

domenica 14 giugno 2020

Hai ragione

Ieri pomeriggio io e Fede abbiamo fatto un giro in bici in paese e siamo passati davanti a un bar affollato e vociante.
Fede mi ha guardato spalancando gli occhietti e mi ha chiesto: “Come mai tutta questa gente a bere mentre io non posso nemmeno entrare al parchetto-giochi?”.
“Hai ragione”.
Un attimo dopo eravamo al bancone, con lui che non capiva e io che capivo progressivamente meno.

Effetti collaterali della Didattica a Distanza

“Uau Fede, l’hai fatto tu?”
“Sì”
“Non male per un bimbo di quattro anni. Mi ricorda tanto un pittore spagnolo del secolo scorso; un pittore che con le sue colorate composizioni geometrico-astratte voleva rappresentare...”
“Juan Miró intendi?”
“Scusa...? Perché? Lo conosci?”
“Sì, anche se indirettamente. E poi lui si sarebbe definito catalano e non spagnolo. L’ho letto in una biografia a dire il vero incentrata su Salvador Dalì”
“Perché? Sai anche leggere?”
“Sì”
“E da quando tutte queste capacità?”
“Competenze, padre, competenze. Da quando tu sei impegnato nella stanzetta in fondo con le video-lezioni, mamma altrettanto in camera e io solo qua nella living room ho vinto la sensazione di abbandono cimentandomi in qualcosa”
“Soldatini e macchinine no?”
“No”
“Non ti nego che in parte sono fiero e in parte mi sento in colpa”
“Scisso tra orgoglio parentale e subconscio reo”
“Anche Freud?”
“Sì, anche Freud. Se hai due minuti e vuoi sdraiarti...”
“No, no, grazie. Tra poco ho un’altra video-lezione... Sono senza parole”
“Afasico si dice”.

lunedì 1 giugno 2020

Movida loca

Al mio segnale scatenate un giro di Campari con bianco.
Un aperitivo ci seppellirà.
L’alba dei morti beventi.
Con chi non muore si ribeve.
La morte si sconta bevendo.
Mors tua, caipirinha mea.
Verrà la morte e avrà il tuo spritz.
In vino veritas, in tomba giaceras.
Quando un uomo con l’astemìa incontra un uomo col Negroni, l’uomo con l’astemìa è un uomo morto.
Da bere a bara il sorso è breve.
L’astemio può tramontare e risorgere; per noi, quando il locale chiude, resta un’eterna unica notte da dormire.
Ripartire (le patatine al bancone) è un po’ come morire.
Un sepolcro ora basta per colui al quale un gin tonic fatto in casa non era abbastanza.
Chi vuol esser brillo sia, del doman non v’è certezza.
Aperitivare come un pazzo a papille secche in pieno giorno per vedere se poi è tanto difficile morire.
La Speranza (una lontana zia astemia) è l’ultima a morire.
Ma è giunta, ormai, l’ora di andare, io a bere, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne Burioni.
La vita è come un giro di aperitivi: non sai mai quello che ti decapita.
Aperitivacci tua!

Shockumentari

Fede ama i documentari sugli animali.
E con lui ho cominciato ad amarli anch’io.
Prima solo se capitavano per caso facendo zapping.
Ora è appuntamento fisso.
Io e Fede a fianco sul divano a vedere ghepardi che inseguono gazzelle, uova di tartaruga che si schiudono, istrici che si ingegnano e si accoppiano.
E non di rado mi commuovo. Complice la paternità. Mia e degli animali.
Quando ad esempio i cuccioli si avvicinano al corpo esanime di papà leone e strusciano il muso contro il petto immobile del genitore. E insistono. E guaiscono. Fino a quando ammutoliti si sdraiano a fianco.
Deve essere questo il motivo per cui l’altro giorno, mentre giocavamo alla lotta, mi sono accasciato all’improvviso in attesa della reazione di Fede.
Fermo. Occhi chiusi. Respiro trattenuto.
Il cucciolo d’uomo si è avvicinato lentamente e ha detto: “Vediamo quanti soldini ha in tasca...”

venerdì 22 maggio 2020

Dov'ero quando la Storia cambiava davvero

Il 17 marzo 1861, giorno della proclamazione del Regno d’Italia, ero nella mente del mio trisavolo che si commuoveva pensando ai discendenti che un giorno avrebbe avuto in un’Italia finalmente unita e indipendente.
Il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione dai nazifascisti, ero nei pensieri di mio nonno che si rallegrava pensando ai nipoti che un giorno avrebbe avuto in un Paese finalmente libero e democratico.
Il 20 luglio 1969, giorno dell’allunaggio, ero nelle fantasie di mio padre adolescente che si chiedeva se il figlio che un giorno avrebbe avuto sarebbe mai andato ad abitare sulla Luna. O quantomeno a passarci una vacanza.
Il 9 maggio 1978, giorno dell’uccisione di Aldo Moro, ero nella pancia di mia mamma che piangeva preoccupandosi del figlio che stava per avere in un Paese dilaniato tra terrorismo e stragi di Stato.
Il 9 novembre 1989, giorno del crollo del Muro di Berlino, ero in camera mia a giocare alla guerra con i soldatini quando i Miei mi chiamarono emozionati davanti alla tele a vedere che la Guerra Fredda era finita.
L’11 settembre 2001, giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, ero in camera mia a studiare la guerra per un esame universitario quando un amico mi chiamò al telefonino per dirmi di andare su internet a vedere che una guerra nuova stava per cominciare.
Il 9 luglio 2006, giorno del quarto titolo mondiale per la Nazionale italiana, ero in Irlanda con amici e tra una pinta e l’altra mi domandavo se il figlio che un giorno avrei avuto avrebbe mai goduto di una festa simile.
Il 17 dicembre 2015, giorno della nascita di Federico, ero in sala-parto e rimuginavo tra un’imprecazione e l’altra di Irene sul fatto che forse quell’evento non avrebbe cambiato il mondo in generale ma il mio particolare di sicuro.
Il giorno X di tal mese del 20equalcosa, giorno in cui sarà annunciata la fine della pandemia Covid-19, sarò sul divano nella stessa posizione di quando era stata annunciato l’inizio del tutto. Si spera non mummificato.
Nel caso ci penserà mio figlio.

Appellativi

Appellativi che ho dato a Irene dacché ci conosciamo:
bimba coi capeli risci (da bambino)
bella figa (da adolescente allupato)
gentil pulzella (da universitario spasimante)
Signorina aspetti che Le apro la portiera (da uscente alle prime armi)
Bubuevani (da timido amante sotto le coperte)
Amore con la A maiuscola (da uscente conclamato)
Bubuevani gooool su punizione al 119’ finale Coppa Intercontinentale 1989 (da amante focoso sopra le coperte)
Jenny (quella volta che mi sono sbagliato nel momento meno opportuno)
Stronza ingrata (da lasciato)
Fighettuola prodiga (da ripreso)
amore con la a minuscola (da allora)
Madre di tuo figlio (da genitore incazzato con la madre e/o con il figlio)
Coinquilina (dopo dieci anni di convivenza)
Congiunta (dal 4 maggio 2020).

Interpretazioni

Compito a casa dell’asilo: disegna le tue paure.
Svolgimento di Federico: vedi foto sotto.
Interpretazione della madre: il buio.
Interpretazione del padre: svegliarsi di soprassalto in una stanza tinteggiata alla cazzo dopo aver dormito tutta notte su una branda militare sotto una coperta rosso-sangue e accorgersi solo in quel momento di non avere naso e bocca per poter respirare/urlare.

domenica 10 maggio 2020

Le invidie sociali ai tempi del Coronavirus

Chi non ha un giardino nei confronti di chi ce l’ha.
Chi ha un giardino ma non una griglia da barbecue nei confronti di chi ha un giardino e anche una griglia da barbecue (e pensare che ci stava quell’offerta prima che tutto chiudesse…).
Chi non ha un terrazzo (oltre non avere un giardino) nei confronti di chi ce l’ha.
Chi non ha un balcone (oltre non avere un giardino e un terrazzo) nei confronti di chi ce l’ha.
Chi non ha una finestra (oltre non avere un giardino, un terrazzo e un balcone) nei confronti di chi ce l’ha. Praticamente chi vive all’interno di un ascensore.
Chi si chiede come sia possibile vivere all’interno di un ascensore e soprattutto come cazzo sia possibile costruire case senza finestre rispetto a chi non si pone domande del genere.
Chi non ha un cane da portare a passaggio nei confronti di chi ce l’ha.
Chi ha un pappagallino o un merlo o un canarino nei confronti di chi ha un cane da portare a passeggio (“Perché diavolo non ho preso un cane?”).
Chi ha un gatto nei confronti di chi ha un cane (convincete voi un gatto a farvi da animale da passeggio, più facile sia lui a portarvi nella sua lettiera; tanto valeva prendere un pappagallino o un merlo o un canarino).
Chi mangia poco o nulla nei confronti di chi, mangiando regolarmente, ha autocertificata necessità di andare a fare la spesa.
Chi mangia poco o nulla e quindi produce pochi avanzi e non ha nemmeno la scusa di scendere a portare il sacco dell’umido rispetto a chi, mangiando regolarmente, produce abbastanza scarti da avere una scusa per scendere a portare il sacco dell’umido almeno una volta a settimana.
Chi di mestiere non fa il ritiratore del sacco dell’umido rispetto a chi lo fa.
Chi non fa il food rider rispetto a chi lo fa.
Chi non sa cosa sia un food rider rispetto a chi lo sa.
Chi viene a sapere che non è nient’altro che il vecchio pony express (non il pony express conosciuto da giovane, era l’84, e ora invecchiato, ma il vecchio termine “pony express”) e a quel punto capisce perché invidiarlo.
Chi non fuma e non ha bisogno di andare dal tabaccaio rispetto a chi fuma e deve andare dal tabaccaio.
Chi inizia a fumare per poter avere la scusa per andare dal tabaccaio ma teme di aprire un’autostrada polmonare al Coronavirus rispetto a chi fuma da una vita e si è ormai immunizzato in tal senso.
Chi non legge quotidiani e non ha bisogno di andare in edicola rispetto a chi legge e deve andare in edicola.
Chi inizia a leggere quotidiani per poter avere la scusa per andare in edicola ma teme di maturare un pensiero critico e porsi troppe domande rispetto a chi legge quotidiani da una vita e da una vita ha imparato a gestire troppe domande.
(La categoria di cui sopra non vale per quotidiani come Libero; con quotidiani come Libero ci si incarta il pesce o ci si pulisce le terga se assaliti da evacuazione intestinale in aperta campagna; quindi, date le attuali circostanze, ci si incarta il pesce e basta).
Chi non ha un parente cardiopatico da andare a trovare rispetto a chi ce l’ha.
Il parente cardiopatico che invidia tutti (tranne chi vive all’interno di un ascensore).