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giovedì 24 settembre 2015

Mietitrebbia

"Di cosa avete parlato ieri sera tu e Marco durante il concerto?".
"Non lo so".
"Come 'non lo so'? Avete cominciato a parlare al terzo pezzo e non avete più smesso fino alla fine! Allora? Di cosa avete parlato?".
"Non lo so".
E davvero non lo so.
Non è un modo per tagliare corto con la morosa e non riferirle i dettagli della chiacchierata con Marco.
È che della chiacchierata con Marco non ho capito un'emerita cippa: un gigantesco buco nero che ha inghiottito minuti e musica!
Il tuo amico lo sa che quel gruppo ti piace mentre a lui è indifferente.
Sa che è da un po' che vuoi sentirlo dal vivo e s'è aggregato con la discrezione di chi si sente terzo incomodo (rispetto alla musica, non alla morosa).
Ma questo non gli impedisce già dopo un paio di canzoni di attaccarti una pezza chilometrica di cui percepisci solo alcuni monosillabi - il sound è troppo forte - e a cui non puoi che rispondere con una serie casuale di "Ah sì?", "Oh!", "Davvero?", "Che coraggio!", "E poi?", "Ma chi l'avrebbe mai detto", "D'altronde". Speri solo che c'azzecchino in un qualche modo con il filo del discorso.
Normalmente lo ascolteresti e cercheresti anche di consigliarlo al meglio, ma in quel momento vuoi goderti solo l'esibizione e null'altro.
Invece lui no: imperterrito, continua a scambiarti per il confessionale del Grande Fratello e bla e bla e bla.
Finito il repertorio delle frasi fatte, passi a quello dei termini in libertà.
Di fianco a te una bocca a cui hanno tolto il sonoro.
Non stai capendo una mazza fionda di ciò che il tuo amico va sfogando, ma non osi fermarlo perché a nessuno piacerebbe sentirsi dire: "Facciamo che ti zittisci un attimo?". Men che meno se è 'il tuo amico'.
E lui è un fiume in piena, e le tue repliche ad minchiam anziché scoraggiarlo sembrano carburarlo.
E allora smetti di dargli corda limitandoti ad alzate di spalle ed espressioni facciali.
E lui pare soffrire il tuo silenzio e comincia a muovere le labbra più lentamente, sempre più lentamente... ma solo per recuperare fiato e riprendere il monologo più concitato di prima.
Fino a quando rallenta davvero, si tacita, sentenzia: "Insomma, è tutto".
E tu questo lo distingui chiaramente, lo odi distintamente, perché lo sillaba sulle note finali dell'ultimo pezzo. Poi ti guarda e ti chiede a bruciapelo: "Come mai a un certo punto mi hai risposto 'mietitrebbia'?".

sabato 19 settembre 2015

Una sapida lettura!

Allora, in breve: per partecipare a un concorso ho partorito questa raccolta di aneddoti.
Se quanto letto in questi mesi vi ha strappato almeno un sorriso, vi invito a cliccare sul link http://ilmiolibro.kataweb.it/, mettere nel motore di ricerca il titolo del libro e lasciare un commento (o anche un semplice "Mi piace").
C'è solo da registrarsi e nulla da pagare.
Altrimenti amici di blog come prima ;-)

giovedì 17 settembre 2015

Scoperte

Non so in che momento della notte avvenga, ma avviene.
Immancabilmente.
Posso anche legarmele al polso, ficcarmele strette strette nei boxer o avvinghiarmici intorno come un involtino primavera, ma a un certo punto della notte le lenzuola finiscono tutte dalla sua parte.
Posso anche dormire in stato di semiveglia per cogliere l'attimo e strattonarlo sul nascere, ma la transumanza ha luogo lo stesso.
Perché tutto capita quando meno te l'aspetti, in un millisecondo, con una capacità predatoria che la donna deve aver sviluppato nel corso dei secoli.
Ho chiesto lumi al mio collega di Scienze (vittima, naturalmente, dello stesso problema) per capire se alla base ci sia quantomeno una spiegazione razionale.
Lui ha allargato le braccia e mi ha risposto che "Volendo, sì... ci sarebbe, ma è come trovarsi di fronte al flusso delle maree a Mont Saint Michel o alla risalita della corrente da parte dei salmoni che vanno a morire a distanza di anni nello stesso luogo in cui erano nati. Cioè, puoi anche razionalizzare, ma il fenomeno è talmente affascinante e inspiegabile da meritare una muta contemplazione. Ogni spiegazione logica lo rovinerebbe".
Ho già il titolo del documentario: la marcia dei piumini.

domenica 13 settembre 2015

Allonsanfàn

"Anche lo zio non li sta mangiando!".
Terribile la sensazione dello sguardo degli altri adulti addosso perché non si sta dando il buon esempio alle nipotine davanti a un piatto di fagioli affogati nell'aceto.
Ma il rifiuto vince la volontà: il pensiero corre ai lontani giorni dell'asilo quando kapò vestite da suore imponevano di finire il piatto pena il divieto di alzarsi e correre a giocare in cortile.
"Son tutte cose che esistono e quindi volute da Dio" dicevano.
E io rispondevo con nausea, forchetta tremante, compagno obeso di fronte che chiedeva già il bis, io che faticavo con il primo boccone, deglutizione forzata, rigurgito a stento trattenuto, borlotti fatti scivolare a terra o nascosti in ogniddove (le mie tasche, in pratica, scoreggiavano).
Chiamateli capricci, ma non si dovrebbe impedire ai bambini di fare i capricci: è la loro natura.
È come se io andassi da quelle suore ormai anziane e le obbligassi controvoglia a peccare, che ne so, di iracondia o accidia, rassicurandole che "son tutte cose che esistono e quindi volute da Dio".
Allora oggi, a seconda del menù previsto, fomento le bambine a far valere i propri diritti e mezzora prima della tavola le instrado alla disobbedienza civile.
Le frasi più belle di questi giorni sono state: "L'esofago è mio e me lo gestisco io", "Più brasato, meno passato!", "Fate la mortadella, non l'insalata di serra", "Mettete dei liquori nei nostri cannoli" (questa, ammetto, un po' interessata).

giovedì 10 settembre 2015

Fobie

Di notte ho sempre avuto paura di due cose.
Una è l'uomo nero.
Chiamatelo come volete, ma sin da piccolo mi terrorizza l'idea di aprire gli occhi nell’oscurità e scorgere sull'uscio della porta qualcosa dai contorni sfumati.
L'altra sono i fulmini con annesso PATUMTANBAM!
Una vera e propria fobia.
I temporali notturni mi levano il sonno di dosso e mi fanno tremare come una foglia.
Non mi spaventa tanto il baccano (c'è il ronfo di Irene che lo sovrasta) ma il lampo in quanto tale.
Penso sempre che il prossimo sarà il mio, quello che s'intrufolerà tra i pertugi delle persiane, zigzagherà alla mia ricerca (perché è proprio me che cerca!) e porrà fine alla mia esistenza come in un cartone animato: ZUFF!
Allora, sin da piccolo, tendo a rannicchiarmi nell'angolo più sicuro della casa (o almeno, che io ritengo tale) e aspetto che la burrasca passi.
Quella della scorsa notte è stata particolarmente violenta, tanto che nell'angolo-rifugio m'è parso di veder accoccolata un'ombra indefinita tutta tremolante.
Mi son fatto coraggio e mi son seduto a fianco per l'intera durata della bufera. Dopo qualche minuto, più per infondermi forza che per altro, mi son ritrovato a dire: “Vedrai che tra poco sarà tutto finito”.
Una risposta m’ha gelato il sangue: “Magari… È capace di andare avanti a russare fino a domattina”.

lunedì 7 settembre 2015

Eccolo!

sabato 5 settembre 2015

Ragazzi di vite

Adesso anche quando esco in ciabatte a prendere la posta c’ho paura che da un momento all’altro spunta fuori la paletta del vigile da dietro un cespuglio e mi tocca fare l’alcol-test. Che da quando mi hanno fermato l’ultima volta ogni occasione mi sembra buona per ritirarmi la patente. Anche se uno all’autogrill di Fiorenzuola una volta mi ha detto che soffiando forte sballi la macchinetta e non ti beccano. Peccato che al mio amico Venzo l’hanno fregato lo stesso (è anche vero che se si levava il vomito da dosso forse aveva più possibilità). Per me e i miei soci questa storia dell’etilometro sta diventando peggio che andare a messa alla domenica. Sarà che la nostra compagnia si è sempre distinta in paese per preferire alle ragazze la grappa, che almeno quella alla fine non ti tradisce. Fatto sta che da un mese a questa parte ci tocca giocare alla pagliuzza più corta per scegliere quello che non deve bere e portare in giro gli altri al sabato (che in cantiere la settimana sembra non finire mai). Con questo non voglio mica dire di andare in giro bevuti fradici a combinare casini. Mi pare solo che la legge di adesso c’ha dei limiti bassi e “poco rispettosi del metabolismo specifico di ciascun organismo” (l’ha detto alla televisione uno che ha studiato). E sono proprio d’accordo ché un tipo come il Michelotto io l’ho visto centrare col piscio una fede nuziale a due metri di distanza al matrimonio del Giando, che le portate erano quella cosa tra una damigiana e l’altra. Insomma, roba che se esci a mangiare una pizza al salamino piccante e ci bevi dietro una birra capace che ti levano le chiavi della macchina per chissà quanto tempo e ti saluto lavoro e mutuo della casa. Il Peto, che è un altro mio amico, a questo proposito dice sempre: “In medio stat virtus”; ciò per dire che non siamo mica una compagnia di pirla (anche se è stato il primo che gli hanno portato via la patente).

mercoledì 2 settembre 2015

Memoria lunga (e collo torto)

L'altro giorno abbiamo passato la giornata presso un agriturismo in montagna.
Prima di metterci a tavola, ho fatto un giro con le nipotine a vedere i recinti con gli animali.
Arrivati a quello degli anatroccoli, ci siam dedicati al solito giochetto di dar loro da mangiare e ci siam disposti coi fili d'erba in mano in attesa dei becchi affamati.
Immancabilmente però i giovani pennuti saltavano me che ero nel mezzo e si nutrivano solo dalle bambine. Anche a cambiar posto la situazione era la stessa: puntualmente ignorato.
Allora ho pensato che gli animali han la memoria lunga e si passan la parola.
Festa dell'oratorio di Arcene, metà anni '80, io timido frugoletto convinto a partecipare a un gioco di quelli, appunto, da oratorio: corsa con gli anatroccoli.
Praticamente a ogni partecipante era affidata una bestiolina da tenere in braccio, appoggiare per terra al momento del via e condurre al traguardo costringendola a correre tra i propri passi incalzanti.
Sarà stato che il mio stentava a muoversi, sarà stata l'umiliazione di ritrovarmi ultimo con gli occhi della gente addosso, saranno stati gli sghignazzi in sottofondo, ecco che un passo più nervoso dei precedenti centra in pieno l'anatroccolo e pone fine alla sua corsa: collo spezzato, corpo inerme, kaputt.
Vergogna, senso di colpa, pianti degli altri bambini intorno, disapprovazione generale (a parte la stima imperitura dell'A.C.A. - Associazione Cacciatori Arcene), sguardo carico d'odio dei pennuti sopravvissuti.
Lo stesso sguardo che ritrovo nel recinto all'agriturismo, come se nel mondo dei palmipedi si fosse diffusa la leggenda dello 'sterminatore d'anatre'.
Ci son rimasto male; le nipotine ridevano, imbeccavano, accarezzavano ma io ci son rimasto male.
Indovinate cosa ho ordinato a tavola (le bimbe, a oggi, mi negano il saluto).

giovedì 27 agosto 2015

SovraPINsiero

Me ne sono sempre abbastanza fregato delle conseguenze.
Ma due consigli della nonna continuano a distanza di anni a rimbombarmi nelle orecchie: "Non fare il bagno subito dopo aver mangiato ma aspetta almeno tre ore" e "Nascondi con la mano il pin del bancomat mentre lo digiti".
Li ho fatti talmente miei che nelle due situazioni sopracitate mi comporto praticamente da automa in modalità 'proteggi te stesso'.
A invitarmi in acqua potrebbe essere anche Belèn sventolante il reggiseno, le opporrei comunque un educato "Tu intanto fatti una nuotata, tra due orette arrivo. Anzi, tra un'ora e tre/quarti per la precisione".
Ma soprattutto è nel secondo caso che il mio istinto di conservazione dà il meglio di sé appena scorgo qualcuno alle spalle: il corpo si fa aderente allo sportello, la mano destra copre a conchetta la pulsantiera, le code degli occhi si muovono a tergicristallo, le meningi si concentrano, l'indice sinistro pigia i bottoni.
Operazione portata a termine, missione compiuta, tessera ritirata, segretezza tutelata!
Stamattina il signore dietro di me si è giusto permesso di darmi un consiglio: "Dovrebbe solo evitare di ripetere a voce i numeri mentre li digita".

lunedì 24 agosto 2015

Della discrezionalità del concetto di spesa necessaria (o la zia infingarda)

Scena 1 (inizio mattinata)
Irene entra nel piccolo market del paesino di montagna tenendo per mano la nipotina di quattro anni che tanto ha insistito per fare la spesa con lei.
Io aspetto fuori con la Lilly al guinzaglio.
"Va beeene. Entri con la zia ma prendiamo solo le cose necessarie, quelle che servono. Capito?".
"Sì".
"Latte, detersivo, pane e qualche limone. Ok?".
"Sì".
"Niente caramelle, gelati o altre cose golosone che a quest'ora fanno solo bua al pancino. Intesi?".
"Sì".
"Quindi farai i capricci?".
"No".
Scena 2 (qualche minuto dopo)
La porta scorrevole del piccolo market si apre ed esce la nipotina a capo chino strascicando per terra una borsa della spesa per lei troppo pesante.
Arrivata all'altezza del mio ginocchio, molla la borsa e si avvinghia forte forte alla gamba.
Io comincio ad accarezzarle il capo e la Lilly mostra il proprio affetto leccandole le caviglie.
È evidente che qualcosa là dentro l'ha turbata.
Scena 3 (pochi istanti dopo)
La porta scorrevole del piccolo market si riapre ed esce Irene con un gigantesco sacchetto di patatine unte e sgranocchiose in mano (la confezione maxi tanto per intenderci).
Io e la Lilly ci guardiamo, ma prima di riuscire ad aprir bocca l'ingorda ci zittisce con le guanciotte piene e rimasugli di patatine a orlarle le labbra: "Non dite niente... crock crock... Per me... crock crock... era una spesa necessaria... crock crock".
L'abbraccio alla gamba si fa più stretto, le mie carezze più intense.
La Lilly comincia a leccare le mie di caviglie.

venerdì 21 agosto 2015

Sentite coglionanze

Irene deve aver deciso, senza dirmi niente prima, di impegnarsi di brutto e superarmi nel nostro personale campionato delle figure di melma.
Eravamo seduti sui gradoni del sagrato di una chiesetta di montagna abbastanza sperduta e dall'aria trascurata.
Sarà stato il contesto o non so cosa, ma mi sono fatto all'improvviso più mogio e pensieroso.
Al che Irene ad alta voce: "Oh, che aria da funerale!".
Nello stesso istante si è spalancato il portone della chiesa e un nugolo di persone vestite di nero ha cominciato a passarci accanto con passo lento e affranto.

martedì 18 agosto 2015

Creature dagli abissi

La prossima volta che escogitate un piano, assicuratevi che non ci sia nessuna sbreccatura nelle piastrelle.
Eppure il mio piano era perfetto.
Semplice ma perfetto.
Subire un attacco intestinale in piena discesa dal rifugio alpino (ecco, questo non era esattamente calcolato), ricordarsi di un albergo-locanda a metà percorso, stringere nel frattempo le chiappe fingendo interesse e partecipazione alle chiacchiere altrui, resistere dall'accelerare il passo in prossimità della suddetta locanda, dire con nonchalance "Voi proseguite pure che vi do un vantaggio sennò ciao", varcare la soglia con altrettanta nonchalance e buttare lì al gestore "Un grappino di quelli forti, grazie. Ah, il bagno?", dirigersi a passo via via più nervoso verso il luogo indicato, accertarsi di essere soli, entrare nella toilette, lodare Dio (o chi per esso) per aver inventato la turca, calarsi le braghe, assumere la posizione-uovo e toccare il cielo con un...
Scorgere la lenta emersione di uno scorpioncino dall'oscurità di una piastrella sbreccata del pavimento, indietreggiare alla cieca, perdere l'equilibrio, cercare con le mani un punto d'appoggio, immaginarsi già spacciati col sedere incastrato nella turca e l'orrida creatura in inesorabile avvicinamento, trovare un appiglio nella cordicella delle emergenze, aggrapparvisi con tutto il peso del proprio corpo, far scattare un suono acuto che neanche Flipper quando chiamava gli amici delfini, determinare il precipitoso intervento del gestore, degli ospiti dell'albergo, dei compagni di camminata richiamati dall'allarme echeggiato per tutta la valle, sentire il primo piombato nella toilette prorompere in un disgustato "Oh signùr che odùr...".
Provare imbarazzo (profondo imbarazzo), rassicurare i soccorritori al di là della porta balbettando qualcosa, scorgere lo scorpioncino indietreggiare a singhiozzo (quasi se la ghignasse) e inabissarsi da dove era venuto, uscire dopo mezzora di training autogeno davanti allo specchio: "Là fuori c'è gente intelligente che ascolterà e capirà, là fuori c'è gente...", sapere comunque che là fuori nessuno ti crederà ma sarai nei racconti orobici tramandati di generazione in generazione (notte stellata, tende battute dal vento, fuoco acceso, tutti intorno, la vecchia guida alpina a raccontare aneddoti) quello che 'l s'era cagat adoss.

giovedì 6 agosto 2015

Pizza connection

"Pronto, ciao ma'..."
"Pronto pizzeria?"
"...volevo chiederti un piacere"
"Sì, pisseria Sahara, a disposisione..."
"Dimmi pure. Di che piacere si tratta?"
"Vorrei ordinare..."
"Visto che Irene non c'è in questi giorni..."
"...una marinara, una pugliese e un kebab"
"Va bene, signore. Per che ora vuoi consegna?"
"Fammi indovinare..."
"Facciamo alle..."
"...mi stireresti un paio di magliette?"
"Otto e mezza"
"E va bene. Ma prima o poi dovrai imparare!"
"Ok capo. Otto e mesza puntuale".
Da un paio di giorni le linee telefoniche del mio condominio devono essersi fuse tra loro complice il calore.
In particolare l'amplesso di cavi pare essersi consumato tra il mio apparecchio e quello del kebabbaro al piano terra.
Ad ogni cornetta alzata è un sovrapporsi di chiacchiere private, ordinazioni di pizze, resoconti giornalieri, richieste di condimenti extra, confidenze intime, indicazioni stradali per l'addetto alle consegne, sfoghi personali, intraducibili imprecazioni in arabo quando la linea è particolarmente disturbata.
A parte il fastidio del bombardamento di trilli all'ora di cena, spero che la situazione si risolva prima che mia mamma sfrecci in motorino a consegnare kebab sulle strade della Bassa e soprattutto prima che Ahmed, sulla soglia del portone, mi chieda: "Ehi capo, ti devo stirare anche mutande?".

martedì 4 agosto 2015

Efelidi

L'altra mattina mi è passata l'infanzia davanti agli occhi.
Nel senso che in spiaggia, davanti a me, un bambino pel di carota piagnucolava e si contorceva scongiurando la mamma di fargli sparire dalla faccia le efelidi.
Non ha detto proprio "efelidi", ma ha sputato con rabbia tutti i sinonimi evidentemente usati dagli "amichetti" per prenderlo in giro: lenticchie, pamole, cacche di mosca, croste di polenta... lentiggini insomma.
E l'ho immaginato morire dentro mentre gli altri, credendosi spiritosi, retrocedevano da lui con le braccia a croce manco fosse un appestato; l'ho visto chiedere timidamente il primo appuntamento alla compagna di banco e sentirsi rispondere in modo gelido "Il giorno in cui ti cadranno quelle cose dalle guance"; l'ho riconosciuto nelle grinfie dei bulletti della scuola mentre questi lo tenevano fermo giocando a unirgli con il pennarello le macchie in faccia a comporre la parola "MOSTRO".
E mi sono rivisto fuggire dalle risate altrui e correre dalla mamma a chiedere come mai mi avesse fatto così; ho ricordato le notti passate a spalmarmi la crema Biancardi perché cadessero quelle cose dalle guance; ho rivissuto le scuse mattutine per non andare a scuola e incrociare i miei aguzzini.
Allora ho vinto la riservatezza, mi sono avvicinato al bambino e ho sussurrato: "Tranquillo, non credere a quello che ti dicono: siamo persone normali".
Sarà stato il logoro cappellino Cre '98 che avevo in testa, gli occhiali da sole montatura verde pisello allegato di chissà quale settimanale per adolescenti, la protuberanza psichedelica del naso rosso peperone in una faccia cosparsa di crema, la maglietta poco rassicurante di Arancia Meccanica, le infradito Hello Kitty prestatemi da Irene quella mattina... fatto sta che il ragazzino s'è messo a frignare più forte e la mamma a fulminarmi con uno sguardo del tipo "Grazie. No davvero, grazie".

sabato 1 agosto 2015

Stigmate

Io non mi abbronzo, mi scotto.
Non mi rosolo la pelle, me la ustiono.
Più modello porchetta di Ariccia che bronzo di Riace.
Se al mare mostrassi le chiappe chiare, passerei le ore successive all'ospedale.
Quando Dio ha distribuito la melanina, io ero evidentemente in bagno (prima ero stato al pub).
Ogni anno perdo la mia personale battaglia con il sole nonostante tutte le precauzioni del caso: strato mattutino di crema 50 protezione bambini prima di scendere in spiaggia, secondo strato di crema 50 protezione bambini una volta sceso in spiaggia, richiamini di crema 30 ogni oretta, spruzzatina spray di crema 15 su lobi delle orecchie, naso, estremità in genere, ombrellone, cappellino con visiera, maglietta rigorosamente bianca, bagno dopo il tramonto.
Ma il sole è paziente, infido, sa aspettare e cogliere in fallo l'umano che ha osato sfidarlo.
Se per Achille il punto debole era stato il tallone non immerso dalla madre nello Stige all'atto di renderlo immortale, per me è il palmo della mano destra che impugna le creme e che mi scordo infine di impomatare.
Lì il sole sa che deve colpire.
Attende solo che mi distragga: tipo momento abbiocco, mano destra rilassata e aperta, linea d'ombra che si sposta, palmo esposto alla mercé dei raggi.
Seguono in ordine d'intensità a disturbare la pennica (e rovinare la vacanza): momentaneo tepore, progressivo arrossamento, fastidioso sfrigolio, intenso bruciore, comparsa di bolle stile dorso di rospo, stigmate in cui le signore della spiaggia scorgono l'effigie di Padre Pio (i bambini la Peppa Pig). Accorrono, s'affollano, si danno di gomito, sussurrano, fanno ombra (ormai tardiva).

giovedì 30 luglio 2015

Stress on the beach

Ho sempre dormito in spiaggia pubblica.
Mai avuto problemi a schiacciare un pisolino mentre tutti intorno fanno rumore.
Almeno fino a oggi, quando ho visto con i miei occhi cosa succede nei paraggi di chi si assopisce.
Un vicino di salviettone, in piena pennichella digestiva, ha nell'ordine rischiato:
- che un ombrellone mal conficcato e sollevato dal vento gli si piantasse come un paletto di frassino nel cuore (e meno male che non era girato a pancia in giù);
- che un manipolo di ragazzini esagitati lo ricoprisse di sabbia per trasformarlo nella Cima Coppi della pista delle biglie;
- che il cane simpatico a tutti e mascotte ufficiale della spiaggia lo scambiasse per orinatoio pubblico;
- che il bagnino palestrato e abbronzato non gli issasse il pattino sulla faccia preso com’era dal fare il piacione agli occhi delle bagnanti;
- che i bocciofili della domenica lo centrassero in pieno dopo aver lanciato il boccino a una manciata di granelli dalla tempia ("Che faccio? Sposto?" "No, lascia. Al massimo fa da sponda");
- che un pallone Supertele modello "chi se ne frega delle leggi della fisica" gli rimbalzasse in faccia dopo essere stato scagliato alla viva il parroco dal solito simpaticone che gioca ancora a fare le asinate di quando era ragazzo (grazie a Dio non s'è svegliato e ho potuto recuperare la palla).

venerdì 24 luglio 2015

Le abitudini vecchie del signore

"Il re è nudo! Il re è nudo!".
È proprio vero che i piccoli scorgono ciò che i grandi hanno smesso di notare.
Solo che, invece della fanciullesca esclamazione della fiaba di Andersen, mezzora fa un bambino petulante sulla battigia m'ha così esposto al pubblico ludibrio: "Il signore sta pisciando! Il signore sta pisciando!". 
Il tutto mentre ero a mollo nel mare ad altezza pube.
Sono seguiti nell'ordine: io che ci metto un millisecondo di troppo a capire che ce l'ha con me, gli adulti dei paraggi che m'investono di sguardi severi (ipocriti!), io che oppongo un flebile "Non è vero! Non è vero!" smentito dall'espressione di beatitudine in volto.

martedì 21 luglio 2015

Belén dico

Mi è sempre stato difficile chiedere scusa.
Questione di carattere, cocciutaggine, orgoglio.
Tipo Fonzie in Happy Days.
Mi risulta ancor più difficile quando mi viene rinfacciata una colpa di cui non mi sono minimamente accorto: una sbadataggine, un'omissione, una gaffe involontaria.
Mi diventa impossibile se dal piano del reale si passa a quello dell'immaginario.
Intuisco di aver "combinato" qualcosa quando al mattino Irene si volta bruscamente nel letto per sfuggire al bacio del buongiorno. Per poi rigirarsi di scatto e rivolgermi un livoroso "Stronzo!".
Piantata sul sagrato il giorno delle nozze? Schiaffeggiata in mondovisione? Tradita tra le gambe di Belén?
Non so cosa possa aver sognato quella notte, ma il fatto che io non le chieda scusa al risveglio (ci mancherebbe!) non fa altro che peggiorare la situazione di quella che sarà una luuunga giornata.
Allora, ancora mezzo intontito dal sonno, con le cispe sugli occhi e uno "stronzo" che mi rimbomba in testa, mi trascino verso il bagno arrovellandomi su che gusto perverso ci provi (Belén dico).

domenica 19 luglio 2015

La signora in pogo

10 motivi per cui capisci che l'età avanza e sarebbe meglio restarsene a casa a guardare le repliche della "Signora in giallo" invece di bazzicare i concerti delle feste estive come facevi in gioventù:
- non transigi sull'orario di partenza e ti affidi ciecamente al navigatore rispetto a quando partivi in clamoroso ritardo (tipo "Beviamo l'ultima e andiamo che il concerto è già iniziato") non sapendo neanche bene dove cazzo dovevi andare;
- cerchi pazientemente parcheggio con tanto di segnalatori di posizione mentre una volta abbandonavi l'auto in posti impensabili al punto che a fine serata ti aspettava il vigile per farti i complimenti;
- mentre ti avvii a piedi alla ricerca dell’area-festa uno sbarbatello dello staff ti dà non interpellato una dritta: “Guardi che la balera Marechiaro è da un’altra parte”;
- se il concerto è in ritardo di 5 minuti cominci a fischiare manco ti stessero rubando la vita (smetti quando ti accorgi che a farlo siete solo tu e un sessantenne un po' più in là: riconoscete il richiamo, vi cercate con lo sguardo, vi fissate per un istante e comunicate telepaticamente: "La morte sta venendo a prenderci e questi dilapidano il tempo che ci rimane");
- nel caso la musica fosse appena appena alta, ti giri sperso tra la folla verso il fonico a urlare: “Scusaaaaaa… scusaaa… Qua, io… scusa, puoi abbassare un pochetto?”;
- al pezzo in cui si battono  le mani all’unisono molli per primo causa fiatone pre-infartico; 
- nell'attimo esatto in cui comincia il pogo ti chiudi a riccio sperando di non essere risucchiato mentre all'epoca non vedevi l'ora di fiondarti nella calca per poi esibire a mo' di medaglie lividi ed escoriazioni;
- i pezzi che un tempo sapevi a menadito ora sono nella tua voce un susseguirsi di “Nana nana nanana” (tutti, indistintamente);
- allorquando scorgi uno del pubblico scalare il palco scarti subito l’opzione “sballone in vena di stage diving” e cominci invece a sbraitare: “L’Isis! L’Isis! L’Isis è tra noi!”;
- a fine concerto speri non seguano gli immancabili bis perché ad ossessionarti in testa è un pensiero: tornare a casa in tempo per aiutare Jessica Fletcher a trovare l'assassino.

martedì 30 giugno 2015

Grand jetè

Se dovete prendere delle piastrelle, sceglietele chiare e non chiazzate come quelle della mia anticamera.
Le macchie scure sul pavimento, belle e caleidoscopiche alla luce del sole, potrebbero assumere i contorni delle peggiori creature partorite da una mente traumatizzata nella penombra delle 4 del mattino. 
Come ogni uomo declinante verso i 40, nel cuore delle tenebre mi alzo e vado in bagno. Soprattutto d’estate.
Opzione “interruttore luce” scartata per non svegliare la coinquilina (il precedente vi fa preferire alla reazione di lei le peggiori creature partorite da una mente traumatizzata).
È a quel punto che scatta il terrore: si tratta di nerastre sfumature marmoree o sono obbrobriosi bagarozzi quelli acquattati sulle mattonelle?
Che poi non è tanto schifìo dei bagarozzi in quanto tali.
Ciò che mi terrorizza è il crack del carapace sotto la nuda pianta del piede.
Il trauma risale a quella volta che in colonia mi fiondai per primo in doccia e atterrai su una distesa brulicante di scarafaggi friabili e croccanti.
Da allora, se il bisogno fisiologico lo impone, mi alzo, vado in bagno e mi muovo sulle fredde piastrelle come Roberto Bolle sulle assi della Scala.
Da ragazzo ha un non so che di stoico-scenografico, da adulto di impacciato-fantozzico.
In punta di piedi, pur di evitare l’indecifrabile sotto di me, saltello, volteggio e infine plano con un grand jetè sulla tazza del cesso.
Applauso di zampette, sciacquone, sipario.

mercoledì 24 giugno 2015

Gli eroi son tutti giovani e bulli

In una giornata che, al pari di quelle che l'hanno preceduta, si preannuncia scandita da momenti ripetitivi e compromessi indigesti, è importante porre subito in essere quel piccolo gesto sovversivo che faccia sentire ancora giovani e vivi. 
Un atto puerile sufficiente però a sentirsi non ancora omologati agli automatismi dell'età adulta.
Il mio piccolo gesto sovversivo ha per scenario ogni mattina una rotonda che dalle viuzze interne del paese immette nello stradone direzione Treviglio.
Di per sé, per come è stata progettata, la via che sfocia nella rotonda impedisce di svoltare a sinistra verso lo stradone. Anche se solo per pochi centimetri d'asfalto, la via impone di girare a destra per una cinquantina di metri, quindi di circumnavigare un minuscolo rondò e di tornare poi indietro per quella stessa cinquantina di metri che infine confluisce sulla carreggiata per Treviglio.
Praticamente 100 scomodi metri e una trentina di preziosi secondi in più rispetto a ciò che il ribellismo scalpitante suggerirebbe in barba al conformismo imposto dalle leggi.
Ed è allora che si risveglia l'anarco-insurrezionalista che c'è in me: una rapida occhiata allo specchietto retrovisore e a quelli laterali, il segnalatore della freccia beatamente ignorato perché "la rivoluzione non è un pranzo di gala" e accelerata-rombata-sgommata a sinistra stile Fast&Furious con ghigno da stronzetto "Non mi avrete mai".
Non basta il tempo del viaggio a smaltire una botta d'euforia che si diluirà ora dopo ora nella melassa della monotonia quotidiana.
Ieri, per poco, non andavo in overdose da adrenalina: arrivato a Treviglio, ho parcheggiato appena appena fuori le righe.
Yeaaaaaaaaaaaaaaaah!

lunedì 22 giugno 2015

Diciottesimo: non disturbare il sonno d'altri!

Tra le più temute notti dell'anno c'è il Diciottesimo.
Occhi sbarrati e ore piccole.
Ma non per chi festeggia coi coscritti il raggiungimento della maggiore età.
Occhi sbarrati e ore piccole per chi vive nel proprio appartamentino sopra la piazza.
Di solito programmato in giugno, l'evento si concretizza un tardo sabato pomeriggio quando frotte di sbarbatelli e pischelle seduti ai giardinetti attendono il pullman che li traghetterà per minimo dieci ore nei gironi del discoinferno.
Pittati in faccia dalla truccatrice di Twilight e agghindati come pavoni da combattimento, i nostri regalano già in termini di schiamazzi un anticipo di ciò che qualche ora più tardi sarà amplificato dal silenzio dell'alba.
Giusto l'illusione di un sonno indisturbato e puntuale, verso le 5 antimeridiane, si spalanca il portellone del pullman consegnando all'esterno l'eco degli ultimi cori biascicati: "Se facciamo l'incidente muore solo il conducente, se facciamo l'incidente...".
Quindi, a interrompere il coro e a zittire gli usignoli, un rutto ancestrale di quando la Terra era popolata solo dai dinosauri.
Deve essere il maschio alpha, quello che nella nottata di bagordi si è imposto sul branco a furia di suoni gutturali e scoregge.
Allora ti alzi, sposti appena le listarelle della persiana per vedere in faccia l'essere immondo e vedi... lei, l'insospettabile, quella nota in paese per babysitterare gli infanti e suonare la chitarra alla messa domenicale.
È lei a guidare la pattuglia di zombie ora barcollanti giù dal pullman in attesa di un nuovo ordine.
È lei a incrociare per un millisecondo i tuoi occhi e a respingerti in branda al suono esorcistico di "'zzo c'hai da guardare, matùsa?".
Poche ore dopo sarà ai piedi dell'altare a strimpellare "Noi veniamo sobri a te, Signor!".

giovedì 18 giugno 2015

La notte prima

L'ultimo giorno di scuola ho chiesto a un mio ex studente ora in Quinta come stesse andando la preparazione della Maturità.
"Sono teso come un filo dell'alta tensione".
"Immagino, è normale: tutte le materie, i commissari esterni... Ci mancava poi il caldo torrido di questi giorni che innervosisce ancora di più".
"No prof, niente di tutto questo".
"E cosa allora?".
"Sono teso per la notte prima degli esami".
"Ho compreso ciò a cui ti riferisci. È trascorso del tempo ma ne conservo memoria come fosse ieri: ansia, Oddio non mi ricordo niente, tachicardia, insonnia, camomille, lenzuola sudate, le bombe delle sei che non fanno male...".
"No prof, niente di tutto questo".
"Scusa?".
"Si vede che è da un po' che è fuori dal mondo della scuola... Dall'altra parte della cattedra intendo".
"Ti prego, spiegami".
"In questi anni si è creata una gigantesca aspettativa sulla notte prima degli esami. Saranno stati i film, le canzoni o non so cosa, fatto sta che è considerato da ultra-mega-sfigati non passare in modo originale la notte prima degli esami".
"Cioè?".
"Cioè non lo so, profe. Cioè fare qualcosa che renda quella notte mitica, unica, indimenticabile".
"E gli esami?".
"Chissenefrega degli esami, profe! Sono teso perché non so ancora cosa fare la notte prima degli esami. Credo che non dormirò la notte prima della notte prima degli esami".

domenica 14 giugno 2015

Lilly

"Guarda come trema di dispiacere perché i suoi padroni stanno per partire".
I miei suoceri non hanno ancora capito, a distanza di anni, che Lilly non trema perché ha intuito con infallibile fiuto canino che i padroni stanno per partire e già ne avverte l'inconsolabile mancanza.
Lilly trema perché sa che di lì a due ore, una volta decollati i padroni per l'annuale vacanza di una settimana, resterà sola con me per sette interminabili giorni. 
E quando dico sola, intendo davvero sola: neanche Irene, in viaggio con i suoi, a farle da complice in una mitologica alleanza al femminile contro il maschio burbero e anaffettivo.
Solo io e Lilly.
O meglio, solo io e quando mi ricordo di Lilly.
Le quotidiane crocchette quattro stelle Michelin della suocera sostituite dai rimasugli dell'insalata del kebab caduta per terra e impiastricciata quanto basta di yogurt bianco e salsa piccante.
La ciotola perennemente riempita d'acqua soppiantata dai rivoli stagnanti nei sottovasi delle fioriere.
Le affettuose coccole della sera rimpiazzate dalle ruvide carezze dei miei talloni mentre guardo la televisione in modalità scazzata e spaparanzata.
La paterna protezione del suocero da quei cagnacci in calore del parchetto pubblico supplita dal mio giretto svogliato (purché non caghi in casa) condito di ingroppamenti plurimi mentro io mi fermo a parlare distrattamente col primo che passa.
Poi, scaduta la settimana, i miei suoceri tornano, mi abbracciano, mi ringraziano e subito rivolgono parole d'affetto alla loro cagnolina che fulminea si divincola e corre loro incontro: "Guarda come trema di felicità perché i suoi padroni sono tornati".

domenica 7 giugno 2015

Dott. Stranamore

Da un paio di settimane, complice il bel tempo, si fermano ai muretti sotto casa un paio di ragazzi, presumo a orecchio sui sedici anni, a parlare dei fatti loro che a quel punto diventano anche fatti miei.
Questo perché i due arrivano in piazza immancabilmente verso mezzanotte, ora in cui io vado a nanna, e mi fanno compagnia con le loro chiacchiere almeno per mezz'oretta, tempo di crollare nel sonno più ovattato.
Potrei leggere e farmi i cazzi miei, ma da un lato il loro borbottio mi deconcentra, dall'altro non vedo perché leggere la vita romanzata quando puoi ascoltare la vita raccontata.
E allora, pur non avendoli mai visti, posso dire di sapere abbastanza di loro: i nomi naturalmente, le voci, gli intercalari e i modi di dire, ma anche gli aneddoti, le sparate, i discorsi sui massimi sistemi, le confidenze.
In particolare uno dei due racconta ogni sera, in modalità loop, della cotta che s'è preso per una "tipella" del paese e giù racconto particolareggiato di come è fatta, cosa è bella e quanto è in gamba.
Fatto sta che l'altro ieri, sceso dalla macchina, incrocio per strada una ragazza nei tratti e nei modi spiccicata alla descrizione sentita per tante sere.
Allora, senza filtro, passandole a fianco quasi senza guardarla, le dico: "Guarda che piaci a Tizio".
Ieri sera, ai muretti in piazza, non ho sentito più i due amici, ma Tizio in compagnia della ragazza a cui avevo rivolto quasi per gioco la parola.
Dopo un'iniziale logorrea di entrambi, quasi a voler vincere la timidezza con le parole, è seguito un improvviso e prolungato silenzio.
Allora ho preso il libro dal comodino e ho ricominciato a leggere.

sabato 30 maggio 2015

Contrappasso postale

Credo esista un Dio delle Poste.
E credo anche sia parecchio vendicativo.
Me lo immagino su una nuvola in sella a un Piaggio alato con addosso la sindone catarifrangente e in testa il casco aureolato.
Credo passi le giornate, davanti al casellario di nuvole e ambrosia, a decidere i destini della corrispondenza mondiale.
E credo si sia dimenticato di me: da cinque mesi aspetto una lettera importante che stenta a materializzarsi nel vano della mia cassetta. Vi ci ritrovo di tutto fuorché quella lettera.
E allora mi viene in mente di quando ero un Suo adepto, di quando portavo in giro la posta per le strade della Bassa Bergamasca e, soprattutto, di quando facevo lo stronzo con l'attesa altrui.
Anziani soli che, al solo sentire il motorino in lontananza, si affacciavano speranzosi sull'uscio di casa nella vana illusione che quel giorno ci fosse qualcosa indirizzato a loro. Andava bene tutto: depliant pubblicitari, manifestini elettorali, tasse, multe; qualsiasi cosa interrompesse la monotonia del loro vivere quotidiano.
E forse per la stessa ragione, interrompere la monotonia del mio vivere quotidiano (ah, vuota gioventù...), m'inventavo gli scherzi più cinici del pianeta: mi dirigevo in loro direzione con un sorriso cordiale e poi sterzavo all'ultimo, mi fermavo davanti alla loro cassetta, mi sgranchivo e ripartivo, consegnavo una busta qualsiasi per poi dire: "Ah, scusi... Non è per lei".
Sono passati più di dieci anni da allora e credo che l'ultima visita che abbiano ricevuto sia stata quella della grande mietitrice.
Me li immagino ora sommersi di corrispondenza a fianco del Dio delle Poste sussurarGli nell'orecchio: "No, fermo. Facciamolo aspettare ancora un po'".
Credo esista un Dio delle Poste e che sia parecchio vendicativo.
Credo sia giusto così.

domenica 24 maggio 2015

Garage e unicorni

Deve essere una roba tipo quando Eva beccava Adamo con le mani in mano e gli ordinava di andare subito a dar da mangiare all'unicorno.
Fa niente se fino a un attimo prima s'era tirato matto a evitare che Caino e Abele si azzuffassero o a scacciare a bastonate il serpente dall'albero della Vita.
Figurarsi poi farle presente che l'unicorno era forse l'unica specie che Dio non aveva creato.
L'ordine era perentorio e non ammetteva repliche.
Una naturale propensione all'imperio femminile nei confronti del maschio che ha attraversato i secoli ed è giunta a noi praticamente immutata.
La mia da un po' di tempo s'è fissata sul "Devi sistemare il garage".
"Amoreee, finalmente sono a casa! Mi faccio una doccia e..." "...scendi a sistemare il garage?".
"Oh, e con questo ho finito! Finalmente posso..." "...scendere a sistemare il garage?".
"E ora una bella dormita. Uhm, però non prima di..." "...essere sceso a sistemare il garage?".
Fa niente se fino a un attimo prima m'ero tirato matto a passare il folletto o a correggere compiti.
Puntualmente, ogni due-tre settimane, scocca l'ora del diktat.
Che poi da sistemare non c'è niente: due mensole in croce con dei barattoli di latta sopra, una vecchia bici sgonfia in lenta ma inesorabile ossidazione, i vuoti che attendono l'imbottigliamento stagionale, una ruota di scorta appesa sulla parete in fondo.
Un presepe di gomma, ferro, legno e vetro che non ha bisogno di alcun repulisti.
È quasi bello così com'è: arte povera, natura morta, il sonno degli elementi.
Ma l'ordine è perentorio e non ammette repliche.
Puntualmente allora, ogni due-tre settimane, io scendo, vado al bar, mi faccio una birretta e dopo mezzora risalgo (non prima di essermi sporcato le mani quanto basta per lasciar supporre uno sbattimento immane).
L'ultima volta, però, deve aver capito qualcosa.
"Fatto?". "Fatto!". "Bene, adesso vai a dar da mangiare all'unicorno".

venerdì 15 maggio 2015

Carpe diem

E poi un giorno smetti di vederli come nomi su un registro e li scopri adolescenti fragili.
Paure e insicurezze negate, nascoste, camuffate, comunque trattenute a stento anche dal più sborone di loro: "Sembro una mongolfiera", "Sono un'acciughina", "Guarda che braccia lunghe mi ritrovo", "Guarda che gambe corte che ho", "Perché Dio mi ha fatto gli occhi da rana?"... Sembra di sentirli autoflagellarsi in testa mentre all'esterno fingono sicumera. A volte basta un nonnulla per farli crollare emotivamente e non sai mai bene come comportarti di fronte a emergenze del genere.
Allora decidi di prevenire e quel giorno racconti di quando avevi la loro stessa età e di come il tuo naso passò nel volgere di una nottata dai tratti delicati dell'infanzia a quelli pachidermici dell'adolescenza. E racconti le giornate trascorse nel bagno di casa ad angolare lo specchio nell'illusione che la prospettiva degli altri fosse diversa dalla tua, che solo a te appariva quella proboscide impiantata in faccia da un dio malevolo e dispettoso. E racconti le notti passate in pose da contorsionista perché il pollice non si staccasse un attimo dalla punta del naso sollevata all'insù nella vana speranza di risvegliarti al mattino con un profilo francese.
E infine racconti della lenta e faticosa accettazione di te, dei tuoi difetti e di quanto tutto ciò ti abbia a lungo andare arricchito e reso più forte. Quindi ti zittisci e proietti loro uno sguardo solidale, di chi ci è già passato, di chi non è alieno alle loro sofferenze.
Silenzio... Commozione? Empatia? Abbattimento delle porte spazio-temporali e azzeramento di ruoli ed età?
No, solo la quiete che precede la tempesta di sfottò: "prof. Nasone", "Occhio che ci bacchetta col naso!", "Prof, può guardare altrove ché mi fa ombra?", "Elephant prof".
Da qualche giorno ho ricominciato a dormire con la punta del naso all'insù.

giovedì 7 maggio 2015

Col clacson!

È uno di quei rari momenti in cui decidi di concedere del credito al resto dell'umanità.
Lo fai al mattino, quando tutto sta per ricominciare.
Un nuovo inizio, un inizio diverso.
Rinunci magnanimamente al tuo sacrosanto diritto di precedenza, pigi sul freno a mo' di inchino ottocentesco e lasci che un emerito sconosciuto riesca finalmente a bucare il traffico e a immettersi nell'incrocio che altrimenti l'avrebbe visto per minuti interminabili in interminabile attesa.
Lo fai così, scegli uno qualsiasi dell'anonima comunità che ti circonda, forse memore della massima biblica "Fai agli altri quello che vorresti venisse fatto a te" (o qualcosa del genere).
Accetti anche che quelli dietro di te - li scruti nello specchietto - ti inveiscano contro per quella concessione imprevista e gratuita.
Loro hanno fretta, loro non hanno tempo da perdere, loro non sono capaci di un simile gesto.
Tu sì, quel giorno sì: un'inaspettata voglia di fare pace col mondo e svestire per una volta i panni della rancorosa vittima di invisibili complotti altrui.
Una chance per gli altri e per te stesso.
Ma poi quello passa e non accenna neanche con la mano a un seppur timido ringraziamento.
E allora è l'inferno: passi il rimanente tragitto a sgranare un rosario di parolacce, trascorri la giornata sul lavoro a rivalerti su poveri innocenti e non vedi l'ora di riprendere la macchina a sera per accelerare all'ultimo istante appena uno, uno qualsiasi, crede ingenuamente di aver letto nel tuo sorriso la possibilità di immettersi nell'incrocio. Col clacson!

sabato 2 maggio 2015

Trucchi del mestiere

All'improvviso, quando meno te lo aspetti, nel bel mezzo di una spiegazione infervorata, quando credi di averli ipnotizzati come il pifferaio di Hamelin, arriva la domanda a cui non sai rispondere (c'è sempre una domanda a cui non sai rispondere).
La prima volta ti sei messo a nudo, hai deciso di ammettere sin da subito le tue debolezze di uomo vestito da professore, li hai guardati negli occhi da adulto fatto ad adulti in potenza e l'hai buttata sul filosofico: "Cos'è la verità, ragazzi? Io, adesso, potrei anche rispondervi. Ma cos'è la verità...?".
Reazione prima ancora di finire la frase: "Ok prof... Non lo sa".
Da allora, per preservare un barlume di credibilità, gioco alternativamente le seguenti carte:
- finto risentito: "Se fossi stato attento, adesso lo sapresti";
- vecchio scorbutico: "Mi hai preso per un jukebox?";
- oggetto d'antiquariato sul viale del tramonto: "Visto che passate le giornate intere a zigoviaggiare su internet, cercatevela da voi la risposta in quel pozzo di nozioni approssimate che è il web. Tanto noi non serviamo più a nulla, tanto noi...";
- maestro jedi: "Io non sono qua per sciogliere i tuoi dubbi. Io sono qua per insegnarti a sciogliere i tuoi dubbi";
- offeso isterico: "Questa è una provocazione bell'e buona! Bene, dividete i banchi e prendete un foglio. Ora!";
- premuroso mentore: "Mostrami di aver imparato a sfogliare il libro, vai all'indice e sii un bravo ricercatore scovando da te ciò che t'attanaglia";
- disinvolto arrampicatore di vetri: "Quello che mi chiedi è un dettaglio, l'importante è che tu abbia capito il quadro d'insieme" (al che devi sempre sperare di non trovarti di fronte quello capace di replicare: "Ma il quadro d'insieme è dato dalla somma dei dettagli!");
- esperto temporeggiatore in attesa del suono della campanella: "Tu mi chiedi in che giorno i giapponesi hanno attaccato Pearl Harbor. Vedi, se anzitutto i dinosauri non si fossero estinti...";
- monaco tibetano: "La risposta è dentro di te".