È che non mi viene naturale.
Fa presto Irene a dirmi: "Gioca un po' col bimbo, dai! È lì che non vede l'ora!".
A parte che dopo due mesi di vita credo che il pargolo mi abbia ormai identificato con la metà pacata e impacciata della genitorialità e se ne sia fatto una ragione.
A parte ciò, non c'è nessun blocco freudiano da parte mia.
È semplicemente troppo piccolo perché possa interagire: non parla, non calcia, non lancia, non corre, non salta, non mischia le carte.
Come si fa a giocare con una creatura che tutt'al più sgrana gli occhi, rutta, scoreggia, gesticola a casaccio e si capotta?
Altro discorso quando rientro da un lungo aperitivo solitario e lo strappo dalla carrozzina, lo lancio sul tappettino dei giochi, scosto Irene che cerca di fermarmi e lo sovrastimolo fino allo sfinimento: giochi di parole, braccio di ferro, indovinelli, ginnastichina al ritmo dei Nirvana, shangai, stornelli in romanesco e tutto quello dettatomi dall'euforia del momento.La birra doppio malto come propellente all'interazione tra padre e figlio?
Mi sono allora immaginato un futuro di gare di corsa a chi arriva per primo in casa in cui inciampo e sbiascico scuse inverosimili, di partite di calcio in cui lo centro col pallone e scoppio a ridergli in faccia, di spinte sull'altalena in cui mi distraggo e mi ritrovo svenuto per terra, di contese a Scarabeo in cui gli rubo di nascosto le lettere e lo spintono se mi accusa di aver barato, di sfide a Monopoli in cui sbocco su Parco della Vittoria.
Allora in via preventiva ho deciso di smettere.
Di giocare con mio figlio.
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sabato 27 febbraio 2016
domenica 21 febbraio 2016
Lui piangerà perché
A seguire il mio personale contributo alla pediatria moderna.
Il bebè piange perché:
- ha carpito la frase rivolta al papà "Adesso prendilo un po' in braccio tu senza farlo più cadere";
- ha sonno (il che non significa che poi dorma, ha semplicemente sonno e vuole che si sappia);
- ha visto una tribuna politica dal primo all'ultimo minuto, occhi sbarrati davanti alla tele, complici mamma e papà addormentatisi ai due lati del divano;
- ha fatto un brutto sogno nel cuore della notte e si è svegliato singhiozzando (almeno così mi racconta la mattina dopo Irene: e chi se n'era accorto?);
- ha fame (il bebè);
- ha fame (la mamma, e il bebè sa che verrà snobbato per almeno tre quarti d'ora abbondanti, ammesso non ci siano anche secondo, frutta, limoncello e dolce);
- ha ricevuto una spallata dal papà nella gara per accaparrarsi il capezzolo della mamma;
- ha problemi di aria nello stomaco, riflusso, coliche (non in alternativa l'uno all'altro, tutti e tre assieme naturalmente);
- ha il pannolino pieno di pupì (perché si tratta di un pastrugno delle due cose, una specie di blob pulsante e maleodorante) e reclama il cambio della mamma (non nel senso in cui lo reclama il papà);
- ha sentito la parola "garage" che ormai associa a quella volta che il papà ha tirato giù in fretta la saracinesca col dubbio di aver dimenticato qualcosa, o meglio qualcuno, dentro;
- ha bisogno di attenzioni ma il papà lo ignora perché deve scrivere al computer che suo figlio ha bisogno di attenzioni.
Il bebè piange perché:
- ha carpito la frase rivolta al papà "Adesso prendilo un po' in braccio tu senza farlo più cadere";
- ha sonno (il che non significa che poi dorma, ha semplicemente sonno e vuole che si sappia);
- ha visto una tribuna politica dal primo all'ultimo minuto, occhi sbarrati davanti alla tele, complici mamma e papà addormentatisi ai due lati del divano;
- ha fatto un brutto sogno nel cuore della notte e si è svegliato singhiozzando (almeno così mi racconta la mattina dopo Irene: e chi se n'era accorto?);
- ha fame (il bebè);
- ha fame (la mamma, e il bebè sa che verrà snobbato per almeno tre quarti d'ora abbondanti, ammesso non ci siano anche secondo, frutta, limoncello e dolce);
- ha ricevuto una spallata dal papà nella gara per accaparrarsi il capezzolo della mamma;
- ha problemi di aria nello stomaco, riflusso, coliche (non in alternativa l'uno all'altro, tutti e tre assieme naturalmente);
- ha il pannolino pieno di pupì (perché si tratta di un pastrugno delle due cose, una specie di blob pulsante e maleodorante) e reclama il cambio della mamma (non nel senso in cui lo reclama il papà);
- ha sentito la parola "garage" che ormai associa a quella volta che il papà ha tirato giù in fretta la saracinesca col dubbio di aver dimenticato qualcosa, o meglio qualcuno, dentro;
- ha bisogno di attenzioni ma il papà lo ignora perché deve scrivere al computer che suo figlio ha bisogno di attenzioni.
venerdì 12 febbraio 2016
Sillogismo lacrimevole
Mio figlio non piange mai.Almeno non in mia presenza.
Il pianto esiste fintanto che lo senti.
Se non lo senti, il pianto non esiste.
Se Irene è fuori casa e io rimango solo col bambino e capisco che il bambino sta per piangere, lo abbandono nella carrozzina e mi fiondo al bar a bere una birra.
Se al bar mi chiedono: "Ma tuo figlio piange?", io rispondo: "No, almeno non in mia presenza".
Se Irene mi chiama per dirmi che sta tornando, mollo la birra a metà e mi precipito in casa, dove il bambino sta fragorosamente piangendo chissà da quanto.
Quando Irene entra in casa e mi chiede: "È da tanto che piange?", io rispondo: "Praticamente da quando sei arrivata tu".
Lei ci rimane così male da mettersi a piangere.
Ma a quel punto io sono già altrove (a finire la birra).
Il pianto esiste fintanto che lo senti.
Se non lo senti, il pianto non esiste.
Se Irene è fuori casa e io rimango solo col bambino e capisco che il bambino sta per piangere, lo abbandono nella carrozzina e mi fiondo al bar a bere una birra.
Se al bar mi chiedono: "Ma tuo figlio piange?", io rispondo: "No, almeno non in mia presenza".
Se Irene mi chiama per dirmi che sta tornando, mollo la birra a metà e mi precipito in casa, dove il bambino sta fragorosamente piangendo chissà da quanto.
Quando Irene entra in casa e mi chiede: "È da tanto che piange?", io rispondo: "Praticamente da quando sei arrivata tu".
Lei ci rimane così male da mettersi a piangere.
Ma a quel punto io sono già altrove (a finire la birra).
venerdì 5 febbraio 2016
Piccole ghiandole crescono
L'altro giorno, in assenza temporanea di Irene (letto, bagno o sigaretta di nascosto), mi sono ritrovato seduto sul divano col pupo in braccio che a un certo punto cercava a occhi chiusi di attaccarsi a non so quale capezzolo come solo un cucciolo guidato dall'istinto farebbe.
All'inizio la cosa mi divertiva, poi ha preso piano piano sopravvento il mio lato femminile (fino a quel giorno saltuariamente emerso in occasione delle comparsate televisive di Gabriel Garko) e ho cominciato a desiderare le tette (in modo diverso, però, da come le avevo sempre desiderate sin dall'adolescenza).
Ora, in assenza temporanea di Irene, mi precipito pupo in mano al frigo ed estraggo il biberon d'emergenza in cui Irene ha precauzionalmente travasato un po' del suo latte, mi risiedo con calma sul divano e sollevo leggermente la maglia fino ad altezza addominali.
Quindi infilo il biberon sotto ascella e fingo di allattare la creatura come una mamma qualsiasi.Il tutto accompagnato da una voce castrata (la mia) che sottolinea ogni fase dell'operazione, del tipo: "Bene, adesso Federico approfitta del seno del papà e ci dà dentro. Vero Federico?".
Ultimamente ho quasi l'impressione che le ghiandole mammarie mi si siano leggermente ingrossate.
Potere dell'autosuggestione, non lo so.
Domani faccio un salto al Tigotà e compro due coppette contieni-latte, non si sa mai.
All'inizio la cosa mi divertiva, poi ha preso piano piano sopravvento il mio lato femminile (fino a quel giorno saltuariamente emerso in occasione delle comparsate televisive di Gabriel Garko) e ho cominciato a desiderare le tette (in modo diverso, però, da come le avevo sempre desiderate sin dall'adolescenza).
Ora, in assenza temporanea di Irene, mi precipito pupo in mano al frigo ed estraggo il biberon d'emergenza in cui Irene ha precauzionalmente travasato un po' del suo latte, mi risiedo con calma sul divano e sollevo leggermente la maglia fino ad altezza addominali.
Quindi infilo il biberon sotto ascella e fingo di allattare la creatura come una mamma qualsiasi.Il tutto accompagnato da una voce castrata (la mia) che sottolinea ogni fase dell'operazione, del tipo: "Bene, adesso Federico approfitta del seno del papà e ci dà dentro. Vero Federico?".
Ultimamente ho quasi l'impressione che le ghiandole mammarie mi si siano leggermente ingrossate.
Potere dell'autosuggestione, non lo so.
Domani faccio un salto al Tigotà e compro due coppette contieni-latte, non si sa mai.
sabato 30 gennaio 2016
Contenimenti
Altra notte in bianco.
Quest’ultima all’insegna di ruttini e scoreggine.
Nonostante gli esercizi di training autogeno imparati al corso pre-parto, a un certo punto non ce l’ho fatta più.
Avvolto dalle tenebre, ho dato una scrollata come si deve e ho sibilato: “Contieniti che il bimbo dorme!”.
Quest’ultima all’insegna di ruttini e scoreggine.
Nonostante gli esercizi di training autogeno imparati al corso pre-parto, a un certo punto non ce l’ho fatta più.
Avvolto dalle tenebre, ho dato una scrollata come si deve e ho sibilato: “Contieniti che il bimbo dorme!”.
domenica 24 gennaio 2016
Decalogo (più uno) del padre imperfetto
Dieci più uno comportamenti che mi fanno dubitare sul mio essere un buon padre:
- sono l'unico a definire quello che gli altri chiamano "profumo di neonato" per quello che è: odor di maionese andata a male conservata sotto le ascelle di un maratoneta scalzo;
- mi diverto nel vederlo sgranare gli occhi e increspare le labbra quando, dopo aver avvicinato l'agognato succhiotto, glielo allontano di scatto (non una volta, più volte);
- in caso di ciuccio caduto e conseguente ordine di Irene perché mi precipiti a disinfettarlo con l'acqua calda, corro verso il bagno, giro l'angolo, ci sbuffo sopra, aspetto qualche secondo e poi torno col petto gonfio di chi ha assolto al proprio dovere;
- più piange, più rido: quando dopo una lunga rincorsa di vagiti arriva a contorcere la bocca senza emettere suono alcuno ma aspirando aria e vocali, esplodo in una risata fragorosa di cui subito mi vergogno. Poi riprendo a ridere;
- quando ce l'ho in braccio nella fase abbiocco (suo, non mio), gli sussurro all'orecchio tutti i finali delle fiabe che sentirà nel corso dell'infanzia: mi piace immaginare la futura delusione nel momento in cui, a fine storia, si accorgerà di averla già sentita da qualche parte;
- sapendo che distingue già le voci ma a mala pena i contorni, mi diletto a infilarmi lo scialle da allattamento di Irene, una ridicola parrucca di Carnevale e due cachi sotto la maglietta... così, per confonderlo un po';
- se la mamma si assopisce in piena fase allattamento, mi avvicino al bimbo voracemente avvinghiato al capezzolo e gli bisbiglio: "Da lì mi hai sfrattato e lì ritornerò";
- nel caso tocca a me cambiarlo, mi limito a capovolgere il pannolino anziché impazzire a mettergliene uno nuovo (almeno, con le mutande funziona);
- se dorme nella carrozzina e devo portarlo in un'altra stanza, mi permetto tutte quelle accelerate, sterzate e derapate che con la macchina non ho coraggio di fare;
- lo chiamo coi nomignoli che mi ero sempre ripromesso di non utilizzare ("fagiolino", "sbirulino", "pisellino") ma solo perché non mi viene subito il nome registrato all'anagrafe;
- qualora fossi in piedi col piccolo appisolato tra le mie braccia e volessi, che ne so, afferrare con una mano il calice di rosso poco distante sul tavolo e contorcendomi ci riuscissi ma all'improvviso avvertissi la precarietà delle mie due prese... beh, mi ritroverei a dover fare una scelta.
- sono l'unico a definire quello che gli altri chiamano "profumo di neonato" per quello che è: odor di maionese andata a male conservata sotto le ascelle di un maratoneta scalzo;
- mi diverto nel vederlo sgranare gli occhi e increspare le labbra quando, dopo aver avvicinato l'agognato succhiotto, glielo allontano di scatto (non una volta, più volte);
- in caso di ciuccio caduto e conseguente ordine di Irene perché mi precipiti a disinfettarlo con l'acqua calda, corro verso il bagno, giro l'angolo, ci sbuffo sopra, aspetto qualche secondo e poi torno col petto gonfio di chi ha assolto al proprio dovere;
- più piange, più rido: quando dopo una lunga rincorsa di vagiti arriva a contorcere la bocca senza emettere suono alcuno ma aspirando aria e vocali, esplodo in una risata fragorosa di cui subito mi vergogno. Poi riprendo a ridere;
- quando ce l'ho in braccio nella fase abbiocco (suo, non mio), gli sussurro all'orecchio tutti i finali delle fiabe che sentirà nel corso dell'infanzia: mi piace immaginare la futura delusione nel momento in cui, a fine storia, si accorgerà di averla già sentita da qualche parte;
- sapendo che distingue già le voci ma a mala pena i contorni, mi diletto a infilarmi lo scialle da allattamento di Irene, una ridicola parrucca di Carnevale e due cachi sotto la maglietta... così, per confonderlo un po';
- se la mamma si assopisce in piena fase allattamento, mi avvicino al bimbo voracemente avvinghiato al capezzolo e gli bisbiglio: "Da lì mi hai sfrattato e lì ritornerò";
- nel caso tocca a me cambiarlo, mi limito a capovolgere il pannolino anziché impazzire a mettergliene uno nuovo (almeno, con le mutande funziona);
- se dorme nella carrozzina e devo portarlo in un'altra stanza, mi permetto tutte quelle accelerate, sterzate e derapate che con la macchina non ho coraggio di fare;
- lo chiamo coi nomignoli che mi ero sempre ripromesso di non utilizzare ("fagiolino", "sbirulino", "pisellino") ma solo perché non mi viene subito il nome registrato all'anagrafe;
- qualora fossi in piedi col piccolo appisolato tra le mie braccia e volessi, che ne so, afferrare con una mano il calice di rosso poco distante sul tavolo e contorcendomi ci riuscissi ma all'improvviso avvertissi la precarietà delle mie due prese... beh, mi ritroverei a dover fare una scelta.
domenica 17 gennaio 2016
Snaturamenti
Ieri serata tranquilla come non accadeva da due settimane e cinque giorni.
Adagiato il pargolo in camera da letto appena chiusi gli occhietti, io e Irene ci siamo spaparanzati sul divano modalità bel film (non vedevo l'ora) e coccole (non vedeva l'ora).
Due ore abbondanti di puro relax senza che mai il ricevitore segnala-pianti pulsasse la lucina verde sinonimo di risvegli agitati e urla strazianti.
Zero allerte, nessun allarmante brusio via etere, la normalità a portata di mano.
Poi il ritorno in camera da letto via via più accelerato causa inequivocabili grida e acuti lancinanti.
A giudicare dal rossore delle guance e dai colpi di scopa dei vicini era da mo' che era partito l'isterismo.
Semplicemente ci eravamo scordati di accendere la radiolina trasmittente.
La serata tranquilla era stata quindi un'eccezione frutto di una nostra snaturata dimenticanza.
Abbiamo deciso di continuare a non accenderla.
Adagiato il pargolo in camera da letto appena chiusi gli occhietti, io e Irene ci siamo spaparanzati sul divano modalità bel film (non vedevo l'ora) e coccole (non vedeva l'ora).
Due ore abbondanti di puro relax senza che mai il ricevitore segnala-pianti pulsasse la lucina verde sinonimo di risvegli agitati e urla strazianti.
Zero allerte, nessun allarmante brusio via etere, la normalità a portata di mano.
Poi il ritorno in camera da letto via via più accelerato causa inequivocabili grida e acuti lancinanti.
A giudicare dal rossore delle guance e dai colpi di scopa dei vicini era da mo' che era partito l'isterismo.
Semplicemente ci eravamo scordati di accendere la radiolina trasmittente.
La serata tranquilla era stata quindi un'eccezione frutto di una nostra snaturata dimenticanza.
Abbiamo deciso di continuare a non accenderla.
domenica 10 gennaio 2016
Crimini
Non capisco tutta 'sta menata del ricordarsi a quale tetta si era attaccato tre ore prima in occasione dell'ultima poppata.
Perché? Se una sizza replica, l'altra s'offende?
Che poi, se mi metto nei pannolini di Federico, tutti 'sti strattonamenti a destra e manca mentre mamma e papà discutono "No, era quella destra" - "Macché, era quella sinistra!" - "Son sicuro: guarda com'è già più munta quella destra!" ha un non so che di masochistico.
Occhi sgranati e labbro superiore tremolante a dire: "Ma vi state divertendo?".
Da maschio posso affermare che l'idea di enormi capezzoloni che si avvicinano e allontanano senza mai planarti in bocca è passibile di denuncia al tribunale dell'Onu per crimini contro l'eccitabilità.
Perché? Se una sizza replica, l'altra s'offende?
Che poi, se mi metto nei pannolini di Federico, tutti 'sti strattonamenti a destra e manca mentre mamma e papà discutono "No, era quella destra" - "Macché, era quella sinistra!" - "Son sicuro: guarda com'è già più munta quella destra!" ha un non so che di masochistico.
Occhi sgranati e labbro superiore tremolante a dire: "Ma vi state divertendo?".
Da maschio posso affermare che l'idea di enormi capezzoloni che si avvicinano e allontanano senza mai planarti in bocca è passibile di denuncia al tribunale dell'Onu per crimini contro l'eccitabilità.
venerdì 1 gennaio 2016
All'unisono
In media avviene due-tre volte al giorno.
Irene, causa bisogno impellente o chiamata urgente, ci molla senza preavviso, cambia stanza e lascia che un silenzio assordante piombi su di noi.
Secondi interminabili in cui io guardo Federico e Federico guarda me. Anche se a distanza di qualche metro - che ne so: io seduto al tavolo a correggere i compiti e lui nel passeggino a succhiarsi i pollici - io tengo d'occhio lui e lui tiene d'occhio a me.
Facciamo finta di fare altro, ma non ci perdiamo di vista neanche un attimo.
Il terrore è dipinto sul volto di entrambi, stile Urlo di Munch che si chiede: "Chi diavolo è questo e che ne farà di me?".
Il silenzio, nel frattempo, si fa sempre più insostenibile, tipo nulla sonoro che precede l'esplosione del tuono.
E infatti, all'improvviso e all'unisono, io comincio a urlare "IRENEEEEEEEEEE!" e il pupo qualcosa di simile: "UENEEEEEEEEEEEE!".
Irene, causa bisogno impellente o chiamata urgente, ci molla senza preavviso, cambia stanza e lascia che un silenzio assordante piombi su di noi.
Secondi interminabili in cui io guardo Federico e Federico guarda me. Anche se a distanza di qualche metro - che ne so: io seduto al tavolo a correggere i compiti e lui nel passeggino a succhiarsi i pollici - io tengo d'occhio lui e lui tiene d'occhio a me.
Facciamo finta di fare altro, ma non ci perdiamo di vista neanche un attimo.
Il terrore è dipinto sul volto di entrambi, stile Urlo di Munch che si chiede: "Chi diavolo è questo e che ne farà di me?".
Il silenzio, nel frattempo, si fa sempre più insostenibile, tipo nulla sonoro che precede l'esplosione del tuono.
E infatti, all'improvviso e all'unisono, io comincio a urlare "IRENEEEEEEEEEE!" e il pupo qualcosa di simile: "UENEEEEEEEEEEEE!".
domenica 27 dicembre 2015
Gravedanza
Dieci cose (imparate sulla mia pelle) che un compagno senza pancione non dovrebbe mai dire alla compagna col pancione:
- "Ma poi torni normale?";
- "Sbaglio o in mia assenza hai ingoiato un'anguria intera?";
- "Siamo sicuri non siano due gemelli, che hanno invitato degli amici, che si son presentati con delle tipe, che...";
- "Mi sa che se ti giro intorno mi viene il fiatone";
- "Tu non lo sai amore, ma ogni tanto mi fermo in anticamera mentre cerchi di alzarti dal divano. Rimango lì, non visto, mentre divincoli le mani in aria e scalci gli arti inferiori per riguadagnare la posizione eretta. Proprio come quella tartaruga delle Galapagos di quel documentario... Ti ricordi? Ma sì, dai: grossa e lenta, si era capottata e non riusciva più...";
- "A furia di aprire e chiudere le ante degli armadietti in cucina ti sono venuti degli avambracci alla Van Damme";
- "A volte, quando siamo in casa, scompari all'improvviso con una scusa e perdo le tue tracce per qualche minuto. A un certo punto mi preoccupo e vengo a cercarti. Chiudo gli occhi, drizzo le orecchie e seguo il rumore di sgranocchii e ruminamenti vari. Quella volta nello sgabuzzino, nascosta con le macine in mano tra il ventilatore e il folletto, mi ero preoccupato un po' di più";
- "Posso essere sincero? Da quando hai quel po' po' di pancia russi peggio di un marinaio serbo ubriaco";
- "La scorsa notte mi sono alzato per andare a bere. Non lo faccio mai, ma a cena avevamo mangiato parecchio salato. Rimembri? Fatto sta che, prima ancora di accendere la luce, ho sentito il frigor tremare e bisbigliare: Fai che non sia lei, fai che no sia lei...";
- "O signùr quate scene! La prossima gravidanza la faccio io".
- "Ma poi torni normale?";
- "Sbaglio o in mia assenza hai ingoiato un'anguria intera?";
- "Siamo sicuri non siano due gemelli, che hanno invitato degli amici, che si son presentati con delle tipe, che...";
- "Mi sa che se ti giro intorno mi viene il fiatone";
- "Tu non lo sai amore, ma ogni tanto mi fermo in anticamera mentre cerchi di alzarti dal divano. Rimango lì, non visto, mentre divincoli le mani in aria e scalci gli arti inferiori per riguadagnare la posizione eretta. Proprio come quella tartaruga delle Galapagos di quel documentario... Ti ricordi? Ma sì, dai: grossa e lenta, si era capottata e non riusciva più...";
- "A furia di aprire e chiudere le ante degli armadietti in cucina ti sono venuti degli avambracci alla Van Damme";
- "A volte, quando siamo in casa, scompari all'improvviso con una scusa e perdo le tue tracce per qualche minuto. A un certo punto mi preoccupo e vengo a cercarti. Chiudo gli occhi, drizzo le orecchie e seguo il rumore di sgranocchii e ruminamenti vari. Quella volta nello sgabuzzino, nascosta con le macine in mano tra il ventilatore e il folletto, mi ero preoccupato un po' di più";
- "Posso essere sincero? Da quando hai quel po' po' di pancia russi peggio di un marinaio serbo ubriaco";
- "La scorsa notte mi sono alzato per andare a bere. Non lo faccio mai, ma a cena avevamo mangiato parecchio salato. Rimembri? Fatto sta che, prima ancora di accendere la luce, ho sentito il frigor tremare e bisbigliare: Fai che non sia lei, fai che no sia lei...";
- "O signùr quate scene! La prossima gravidanza la faccio io".
mercoledì 23 dicembre 2015
Mutando
"Sbottono o trattengo?".Atroce dubbio quando, a casa di altri, scappa la cosa grossa ma qualcuno c'ha già pensato.
C'ha già pensato e c'ha tenuto a farlo sapere con una vistosa sgommata sulla parete interna della tazza. Di quelle fossilizzate che anche lo scovolino a un certo punto sbotta: "Bòna, rinuncio!".
Residuo organico che, se avesse la parola, si comporterebbe da stronzo (appunto) e direbbe: "Adesso giustificami tu agli altri".
Legittima risposta: "E che c'entro io?".
Prevedibile reazione degli altri: "Ma sei stato l'ultimo ad andare in bagno!".
Pericolosa premessa a supporto della prevedibile reazione: al momento del bisogno avevate simpaticamente sottolineato ad alta voce che v'apprestavate a DEFECARE (il termine altisonante associato alla cacca strappa sempre un sorriso collettivo e vi ricorda quanto siete simpatici).
Le alternative a quel punto sono:
- sbottonare ed evacuare senza poi dover nulla giustificare (rischio: accettare che per il resto della serata - probabilmente delle serate - voi sarete quello che "autografa" le maioliche);
- sbottonare, evacuare, ma una volta di là subito precisare: "Allora, io ho cagato ma prima di me..." (rischio: introdurre un fattore di tensione per il resto della serata che vi inimicherà per sempre il padrone di casa e gli altri ospiti ormai diffidenti l'un dell'altro. Unico serafico l'autore della sgommata: "Che fanno ora? Passano al setaccio le chiappe?");
- sbottonare, evacuare e qualcuno al pubblico ludibrio additare ("Allora, io ho cagato ma prima di me..." e puntare il dito contro il bambino timido che non aveva parlato per tutta la serata e che probabilmente non parlerà mai più in vita sua);
- tornare dal bagno senza aver evacuato, fingersi beatamente scaricato, ingaggiare in realtà una silenziata battaglia col proprio sfintere e salvare così la faccia (ma non le mutande).
C'ha già pensato e c'ha tenuto a farlo sapere con una vistosa sgommata sulla parete interna della tazza. Di quelle fossilizzate che anche lo scovolino a un certo punto sbotta: "Bòna, rinuncio!".
Residuo organico che, se avesse la parola, si comporterebbe da stronzo (appunto) e direbbe: "Adesso giustificami tu agli altri".
Legittima risposta: "E che c'entro io?".
Prevedibile reazione degli altri: "Ma sei stato l'ultimo ad andare in bagno!".
Pericolosa premessa a supporto della prevedibile reazione: al momento del bisogno avevate simpaticamente sottolineato ad alta voce che v'apprestavate a DEFECARE (il termine altisonante associato alla cacca strappa sempre un sorriso collettivo e vi ricorda quanto siete simpatici).
Le alternative a quel punto sono:
- sbottonare ed evacuare senza poi dover nulla giustificare (rischio: accettare che per il resto della serata - probabilmente delle serate - voi sarete quello che "autografa" le maioliche);
- sbottonare, evacuare, ma una volta di là subito precisare: "Allora, io ho cagato ma prima di me..." (rischio: introdurre un fattore di tensione per il resto della serata che vi inimicherà per sempre il padrone di casa e gli altri ospiti ormai diffidenti l'un dell'altro. Unico serafico l'autore della sgommata: "Che fanno ora? Passano al setaccio le chiappe?");
- sbottonare, evacuare e qualcuno al pubblico ludibrio additare ("Allora, io ho cagato ma prima di me..." e puntare il dito contro il bambino timido che non aveva parlato per tutta la serata e che probabilmente non parlerà mai più in vita sua);
- tornare dal bagno senza aver evacuato, fingersi beatamente scaricato, ingaggiare in realtà una silenziata battaglia col proprio sfintere e salvare così la faccia (ma non le mutande).
sabato 19 dicembre 2015
Alla casetta dell'acqua
Un passante che mi scorgesse da dietro in quei frangenti potrebbe rimanere basito.
Io che di spalle muovo convulsamente le mani tipo deejay in bamba matta. Tipo insegnante di chimica che saetta tra fiale e alambicchi per cucinare amfe. Tipo operaio alienato che saltella da destra a sinistra e da sinistra a destra alla catena di montaggio. In realtà non sto più nella pelle quando alla casetta dell'acqua non c'è nessuno ed entrambi gli erogatori sono tutti per me. In una postazione inserisco la tessera e nell'altra le monetine. E poi godo come un riccio a infilare bottiglie (1 - 1,5 - 2 litri) e a scegliere getti (lisci veloci o lenti gasati). Improvviso le soluzioni a seconda dell'ispirazione del momento. Tengo d'occhio le due fonti e non mi concedo tregua. Infilo, tiro via, infilo, tiro via, infilo, infilo, tiro via. Dum da dum da dum dum da. Una sinfonia di schizzi che è pura adrenalina. Fino a quando arriva l'immancabile vecchietta con una bottiglietta da 0,5 (raggrinzita e ingiallita, la bottiglietta dico) a sgranchirsi la voce e reclamare il turno. Allora mi scema il sentimento. Libero una postazione e finisco il rabbocco nell'autismo più totale. Gesto cavalleresco da parte mia, sorriso di circostanza da parte sua. Silenzio assoluto a parte l'acqua che scende. Fine nello stesso istante dei rispettivi getti. In tempo per sentirmi sibilare "rompipalle" e lei bofonchiare "drogato".
Io che di spalle muovo convulsamente le mani tipo deejay in bamba matta. Tipo insegnante di chimica che saetta tra fiale e alambicchi per cucinare amfe. Tipo operaio alienato che saltella da destra a sinistra e da sinistra a destra alla catena di montaggio. In realtà non sto più nella pelle quando alla casetta dell'acqua non c'è nessuno ed entrambi gli erogatori sono tutti per me. In una postazione inserisco la tessera e nell'altra le monetine. E poi godo come un riccio a infilare bottiglie (1 - 1,5 - 2 litri) e a scegliere getti (lisci veloci o lenti gasati). Improvviso le soluzioni a seconda dell'ispirazione del momento. Tengo d'occhio le due fonti e non mi concedo tregua. Infilo, tiro via, infilo, tiro via, infilo, infilo, tiro via. Dum da dum da dum dum da. Una sinfonia di schizzi che è pura adrenalina. Fino a quando arriva l'immancabile vecchietta con una bottiglietta da 0,5 (raggrinzita e ingiallita, la bottiglietta dico) a sgranchirsi la voce e reclamare il turno. Allora mi scema il sentimento. Libero una postazione e finisco il rabbocco nell'autismo più totale. Gesto cavalleresco da parte mia, sorriso di circostanza da parte sua. Silenzio assoluto a parte l'acqua che scende. Fine nello stesso istante dei rispettivi getti. In tempo per sentirmi sibilare "rompipalle" e lei bofonchiare "drogato".
lunedì 14 dicembre 2015
Tatanka
Il mio vicino albanese è adorabile: educato, gran lavoratore, sempre allegro, generoso.
Ha una sola pecca: conosce tre parole tre della lingua nostrana nonostante i non pochi anni di residenza in Italia.È stato infatti tra i primi ad arrivare una ventina d'anni fa (all'epoca avrà avuto quarant'anni), ma da allora zero progressi nell'arricchimento del bagaglio lessicale.
Le tre parole tre sono:
-"Bellaaa gionnata!" urlato al mondo quando ci incrociamo sul pianerottolo la mattina prima di andare al lavoro (la variante "Gionnata di medda!" fa capolino solo in caso di pioggia o nebbia);
-"Grazzzie" infilato in ogni conversazione non implicante per forza forme di cortesia: "Allora, come sta?" (n.b. gli do del lei) - "Grazzie" - "Tutto bene a casa?" - "Grazzie" - "Sua moglie?" - "Grazzie"; oppure: "Scusi il disturbo a quest'ora. Non ha per caso del sale da prestarmi?" - lui scatta in cucina a prendere il sale (perché per capire capisce benissimo), poi torna alla porta e, prima che io riesca ad aprir bocca, mi congeda con un "Grazzie";
-"E adessso bbuona bottiglia di vinooo!" pronunciato con la beatitudine di chi già se la pregusta a qualsivoglia ora pomeridiana una volta terminata la giornata in cantiere.
Possono essere anche le 16, ma l'incontro sulle scale inizia immancabilmente col suo "E adesso buona bottiglia di vinooo!".
Al che gli faccio presente che forse è un po' prestino per bere un goccio.
Lui mi sorride a 32 denti (facciamo 22 visto che gliene mancano una decina qua e là), accenna con lo sguardo a un ripensamento e infine s’irradia: " Grazzie!".
Ha una sola pecca: conosce tre parole tre della lingua nostrana nonostante i non pochi anni di residenza in Italia.È stato infatti tra i primi ad arrivare una ventina d'anni fa (all'epoca avrà avuto quarant'anni), ma da allora zero progressi nell'arricchimento del bagaglio lessicale.
Le tre parole tre sono:
-"Bellaaa gionnata!" urlato al mondo quando ci incrociamo sul pianerottolo la mattina prima di andare al lavoro (la variante "Gionnata di medda!" fa capolino solo in caso di pioggia o nebbia);
-"Grazzzie" infilato in ogni conversazione non implicante per forza forme di cortesia: "Allora, come sta?" (n.b. gli do del lei) - "Grazzie" - "Tutto bene a casa?" - "Grazzie" - "Sua moglie?" - "Grazzie"; oppure: "Scusi il disturbo a quest'ora. Non ha per caso del sale da prestarmi?" - lui scatta in cucina a prendere il sale (perché per capire capisce benissimo), poi torna alla porta e, prima che io riesca ad aprir bocca, mi congeda con un "Grazzie";
-"E adessso bbuona bottiglia di vinooo!" pronunciato con la beatitudine di chi già se la pregusta a qualsivoglia ora pomeridiana una volta terminata la giornata in cantiere.
Possono essere anche le 16, ma l'incontro sulle scale inizia immancabilmente col suo "E adesso buona bottiglia di vinooo!".
Al che gli faccio presente che forse è un po' prestino per bere un goccio.
Lui mi sorride a 32 denti (facciamo 22 visto che gliene mancano una decina qua e là), accenna con lo sguardo a un ripensamento e infine s’irradia: " Grazzie!".
venerdì 11 dicembre 2015
Metti di tornare una sera al consultorio
Ripresa del corso per futuri genitori dopo pausa forzata causa psicologa sbarellata.
Nuova psicologa che a questo punto se ne dovrebbe stare nell'angolino schiacciata e invece no.
Dopo collage da riviste, disegni sul pancione e ombre cinesi alla parete (questa ve l'ho risparmiata), l'altra sera è toccato alla messinscena (o "drammatizzazione" come l'ha chiamata lei).
Compito: rappresentare quanto appreso nel corso dei precedenti incontri.
Organizzazione: maschi da una parte e femmine dall'altra.
Prove generali (15 minuti):
- donne: sagra del pettegolezzo, grasse risate e due minuti due per abbozzare uno straccio di copione.
- uomini: 15 minuti (facciamo 14: primo minuto passato a sbuffare, imprecare e maledire) di brainstorming per tirare insieme qualcosa di decente e dimostrare di essere stati attenti.
Rappresentazione vera e propria:
- donne: tre quarti d'ora di puro avvizzimento testicolare in cui le quasi mamme hanno ricostruito nei minimi dettagli tutte le tappe del parto dalla prima contrazione al primo vagito (a metà siamo usciti per l'aperitivo e non se ne sono neanche accorte).
- uomini: messinscena (4 minuti e 35) stravolta rispetto al canovaccio originario (nessuno si ricordava più niente, complici gli aperitivi), improvvisazione totale (compresa la scena del concepimento), poche idee e confuse (che Marco-ossitocina e Manuel-adrenalina a un certo punto cominciassero a insultarsi non era contemplato. N.b. Avevano cominciato al bancone attorno alla questione filosofica Rossi/Marquez).
Nostro però l'epilogo più bello (questo sì previsto sin dall'inizio): i due papà che avevano interpretato fino a quel momento i futuri genitori diventano all'improvviso Maria e Giuseppe, il bambolotto di circostanza viene spacciato per il Bambin Gesù, Marco e Manuel si trasformano nel bue e nell'asinello (e continuano a guardarsi in cagnesco), io mi infilo una specie di festone in testa (fregato uscendo dal bar) e faccio la stella cometa, il più brillo entra in scena nei panni del pastore ubriaco e lo interpreta da dio (deve limitarsi a seguirmi senza inciampare, fermarsi davanti alla Sacra Famiglia, girarsi verso il pubblico e biascicare Buon Natale). Silenzio. Pubblico apparentemente freddo. Poi le ragazze scoppiano a ridere.
La nuova psicologa ci fa i complimenti perché abbiamo aiutato le nostre compagne a produrre serotonina e quindi a rilassarsi (noi: "Sì, ecco, brava, esatto, proprio quello!").
Ce la pulleggiamo, ci diamo amichevoli pacche sulle spalle (tranne Marco e Manuel) e non vediamo l'ora passi una settimana per l'incontro successivo (anche perché i Negroni sono davvero buoni, lì, a Caravaggio, tra il consultorio e il santuario).
Nuova psicologa che a questo punto se ne dovrebbe stare nell'angolino schiacciata e invece no.
Dopo collage da riviste, disegni sul pancione e ombre cinesi alla parete (questa ve l'ho risparmiata), l'altra sera è toccato alla messinscena (o "drammatizzazione" come l'ha chiamata lei).
Compito: rappresentare quanto appreso nel corso dei precedenti incontri.
Organizzazione: maschi da una parte e femmine dall'altra.
Prove generali (15 minuti):
- donne: sagra del pettegolezzo, grasse risate e due minuti due per abbozzare uno straccio di copione.
- uomini: 15 minuti (facciamo 14: primo minuto passato a sbuffare, imprecare e maledire) di brainstorming per tirare insieme qualcosa di decente e dimostrare di essere stati attenti.
Rappresentazione vera e propria:
- donne: tre quarti d'ora di puro avvizzimento testicolare in cui le quasi mamme hanno ricostruito nei minimi dettagli tutte le tappe del parto dalla prima contrazione al primo vagito (a metà siamo usciti per l'aperitivo e non se ne sono neanche accorte).
- uomini: messinscena (4 minuti e 35) stravolta rispetto al canovaccio originario (nessuno si ricordava più niente, complici gli aperitivi), improvvisazione totale (compresa la scena del concepimento), poche idee e confuse (che Marco-ossitocina e Manuel-adrenalina a un certo punto cominciassero a insultarsi non era contemplato. N.b. Avevano cominciato al bancone attorno alla questione filosofica Rossi/Marquez).
Nostro però l'epilogo più bello (questo sì previsto sin dall'inizio): i due papà che avevano interpretato fino a quel momento i futuri genitori diventano all'improvviso Maria e Giuseppe, il bambolotto di circostanza viene spacciato per il Bambin Gesù, Marco e Manuel si trasformano nel bue e nell'asinello (e continuano a guardarsi in cagnesco), io mi infilo una specie di festone in testa (fregato uscendo dal bar) e faccio la stella cometa, il più brillo entra in scena nei panni del pastore ubriaco e lo interpreta da dio (deve limitarsi a seguirmi senza inciampare, fermarsi davanti alla Sacra Famiglia, girarsi verso il pubblico e biascicare Buon Natale). Silenzio. Pubblico apparentemente freddo. Poi le ragazze scoppiano a ridere.
La nuova psicologa ci fa i complimenti perché abbiamo aiutato le nostre compagne a produrre serotonina e quindi a rilassarsi (noi: "Sì, ecco, brava, esatto, proprio quello!").
Ce la pulleggiamo, ci diamo amichevoli pacche sulle spalle (tranne Marco e Manuel) e non vediamo l'ora passi una settimana per l'incontro successivo (anche perché i Negroni sono davvero buoni, lì, a Caravaggio, tra il consultorio e il santuario).
martedì 8 dicembre 2015
Metti invece una sera non al consultorio
Vista la sospensione del corso pre-parto (la psicologa sta andando dalla psicologa), ieri sera ne abbiamo approfittato per una capatina all'ospedale che dovrebbe far da sfondo alle nostre doglie (e sottolineo nostre).
Un incontro propedeutico allo scopo di rasserenare i futuri genitori facendo conoscere loro spazi e tempi di fine-gravidanza.
"Ben venga, - bofonchiavo alla guida in direzione Bergamo - non sia mai che riesca a vincere la mia storica avversione verso i luoghi di cura".
("Hai detto qualcosa?"
"No amore, stavo ripetendo come un mantra: utero dilatato senza paura!").
In passato mi è capitato più volte di svenire al solo sentir parlare di aghi, corsie e padelle.
È successo che parenti convalescenti dovessero alzarsi dal letto con le poche energie in corpo per cedermi il posto prima che la bassa pressione mi trascinasse a terra.
Anni fa, nelle vesti di postino stagionale, consegnai una raccomandata all'ospedale di Treviglio nelle mani della portinaia, la quale pensò bene di firmare la ricevuta con una simpatica penna a forma di siringa e io...
"Prego, prego" - una voce calda e gentile mi strappa da pericolosi déjà vu e mi riporta ai momenti del sopralluogo - accomodatevi": aula di ricevimento ovattata e accogliente, equipe schierata e sorridente, presentazione delle diapositive efficace ed esauriente.
Zero sudori freddi, nessuno sbiancamento, paura esorciz...
Sul maxi-schermo parte all'improvviso una compilation mixata (featuring Dario Argento) di urla materne, gambe divelte e creature imbrattate di placenta che mi provoca nell'ordine: senso di vertigine, ricerca disperata di una liquirizia in tasca (la caramellina di scorta, quella che tengo sempre in fondo al porta-occhiali), forze che vengono meno, porta-occhiali mellifluo e irraggiungibile, io che guardo supplichevole Irene, lei che mi fulmina e sibila "Non qua, non ora!", io che vedo sempre più annebbiato, lei che scuote la testa, io che mi ripiglio nell'aula vuota a incontro ormai finito e cerco subito di capire quanto tempo è passato.
Meno di quanto sperassi: Irene è immobile al mio fianco col muso lungo e la pancia ancora gonfia.
Mi sa che mi tocca la sala-parto.
Un incontro propedeutico allo scopo di rasserenare i futuri genitori facendo conoscere loro spazi e tempi di fine-gravidanza.
"Ben venga, - bofonchiavo alla guida in direzione Bergamo - non sia mai che riesca a vincere la mia storica avversione verso i luoghi di cura".
("Hai detto qualcosa?"
"No amore, stavo ripetendo come un mantra: utero dilatato senza paura!").
In passato mi è capitato più volte di svenire al solo sentir parlare di aghi, corsie e padelle.
È successo che parenti convalescenti dovessero alzarsi dal letto con le poche energie in corpo per cedermi il posto prima che la bassa pressione mi trascinasse a terra.
Anni fa, nelle vesti di postino stagionale, consegnai una raccomandata all'ospedale di Treviglio nelle mani della portinaia, la quale pensò bene di firmare la ricevuta con una simpatica penna a forma di siringa e io...
"Prego, prego" - una voce calda e gentile mi strappa da pericolosi déjà vu e mi riporta ai momenti del sopralluogo - accomodatevi": aula di ricevimento ovattata e accogliente, equipe schierata e sorridente, presentazione delle diapositive efficace ed esauriente.
Zero sudori freddi, nessuno sbiancamento, paura esorciz...
Sul maxi-schermo parte all'improvviso una compilation mixata (featuring Dario Argento) di urla materne, gambe divelte e creature imbrattate di placenta che mi provoca nell'ordine: senso di vertigine, ricerca disperata di una liquirizia in tasca (la caramellina di scorta, quella che tengo sempre in fondo al porta-occhiali), forze che vengono meno, porta-occhiali mellifluo e irraggiungibile, io che guardo supplichevole Irene, lei che mi fulmina e sibila "Non qua, non ora!", io che vedo sempre più annebbiato, lei che scuote la testa, io che mi ripiglio nell'aula vuota a incontro ormai finito e cerco subito di capire quanto tempo è passato.
Meno di quanto sperassi: Irene è immobile al mio fianco col muso lungo e la pancia ancora gonfia.
Mi sa che mi tocca la sala-parto.
sabato 5 dicembre 2015
Metti una terza sera al consultorio
Al terzo incontro al consultorio entro rassegnato con la speranza che almeno psicologa e gestanti se la raccontino per due ore e lascino in pace noialtri inseminatori.
Avevo già in mente un numero con la pallina da tennis che ci pensavo da una settimana e che avrebbe strappato un "oooh" di approvazione agli altri maschi presenti.
Naturalmente niente di tutto ciò: varcata la soglia strabuzzo gli occhi su padri genuflessi a imbrattare il pancione materno con pennarelli, tempere e tinture varie.
Scopo dell'attività: disegna tuo figlio.
Pasticci cromatici, linee sghembe, contorni indefiniti, autentici obbrobri artistici.
Le mamme in piedi che se la ridacchiano e i compagni a terra che se la bestemmiano.
Costretti a lavori di fantasia che l'ultima volta era stato alle elementari quando avevano portato a casa un "appena appena suff." che era stato motivo di strigliata a casa da cui un fiume di lacrime e lo sberlone del papà e la corsa in camera e a letto senza cena. Un trauma insomma.Per fortuna il puntuale ritardo con cui io e Irene ci presentiamo a lezione mi esenta dall'incombenza.
Dall'incombenza di scarabocchiare ma non da quella di commentare i capolavori altrui.
La psicologa (credo mi abbia preso di mira) mi accoglie col solito sorriso alla It: "Visto che arrivi ora, dacci un parere ponderato sulle opere dei tuoi amici!".
Il dilemma divampa spontaneo: cazzaro e solidale coi maschi o serioso e ruffiano con le femmine?
Capace che Irene mi abboni gli incontri successivi!
Grondo sudore, non so che fare, secchezza delle fauci, l'attesa cresce, schiudo le labbra...
Dio benedica la permeabilità della pelle umana!
La psicologa si accorge all'improvviso di aver rifilato colori invasivi per la cute in grado di raggiungere il feto.
Fuggi fuggi al pronto soccorso e seduta sciolta anticipatamente.
P.s. dell'ultima ora: mamme e bambini tutto bene, psicologa meno, corso sospeso, padri-artisti delusi ché alla fine al mio giudizio ci tenevano, io di più ché c'ho ancora quel numero con la pallina in testa.
Avevo già in mente un numero con la pallina da tennis che ci pensavo da una settimana e che avrebbe strappato un "oooh" di approvazione agli altri maschi presenti.
Naturalmente niente di tutto ciò: varcata la soglia strabuzzo gli occhi su padri genuflessi a imbrattare il pancione materno con pennarelli, tempere e tinture varie.
Scopo dell'attività: disegna tuo figlio.
Pasticci cromatici, linee sghembe, contorni indefiniti, autentici obbrobri artistici.
Le mamme in piedi che se la ridacchiano e i compagni a terra che se la bestemmiano.
Costretti a lavori di fantasia che l'ultima volta era stato alle elementari quando avevano portato a casa un "appena appena suff." che era stato motivo di strigliata a casa da cui un fiume di lacrime e lo sberlone del papà e la corsa in camera e a letto senza cena. Un trauma insomma.Per fortuna il puntuale ritardo con cui io e Irene ci presentiamo a lezione mi esenta dall'incombenza.
Dall'incombenza di scarabocchiare ma non da quella di commentare i capolavori altrui.
La psicologa (credo mi abbia preso di mira) mi accoglie col solito sorriso alla It: "Visto che arrivi ora, dacci un parere ponderato sulle opere dei tuoi amici!".
Il dilemma divampa spontaneo: cazzaro e solidale coi maschi o serioso e ruffiano con le femmine?
Capace che Irene mi abboni gli incontri successivi!
Grondo sudore, non so che fare, secchezza delle fauci, l'attesa cresce, schiudo le labbra...
Dio benedica la permeabilità della pelle umana!
La psicologa si accorge all'improvviso di aver rifilato colori invasivi per la cute in grado di raggiungere il feto.
Fuggi fuggi al pronto soccorso e seduta sciolta anticipatamente.
P.s. dell'ultima ora: mamme e bambini tutto bene, psicologa meno, corso sospeso, padri-artisti delusi ché alla fine al mio giudizio ci tenevano, io di più ché c'ho ancora quel numero con la pallina in testa.
mercoledì 2 dicembre 2015
Metti un'altra sera al consultorio
Caravaggio, consultorio per coppie in odore di genitorialità, secondo incontro.
Il maschio ha guidato per tutto il viaggio ripetendo: "Non capisco perché hai insistito tanto a voler tornare. Vedrai che stasera non ci sarà nessuno! La scorsa volta si è parlato di tutto fuorché del parto. C'han fatto tagliare figure dalle riviste patinate e assemblare un collage sul tema "In attesa di". Per poi "venderlo" agli altri come il battitore d'asta di Tele Elefante (quello asmatico e rantolante che non crede per primo ai quadri-fuffa che cerca di rifilare).
Il maschio ha parcheggiato, sbattuto la portiera e camminato a testa bassa fino al portone d'ingresso ribadendo: "Non capisco perché hai insistito tanto...".
Il maschio s'è voltato, è tornato alla macchina e ha aiutato la compagna col pancione a scendere scandendo: "...a voler tornare. Vedrai che stasera...".
Il maschio si è riavviato verso l'entrata, s'è girato poco prima di varcare la soglia e ha girato la maniglia sillabando: "...non ci sarà NES-SU-NO!".
Poi lo shock: le luci artificiali della stanza, il tepore dei corpi costretti in pochi metri quadri, il sorriso clownesco alla It della psicologa, il sovrapporsi concitato delle voci femminili, il silenzio assordante delle comparse maschili.
Lì sullo sfondo, imbalsamati spalle al muro, molli come pouf sgualciti, personaggi silenti di uno spettacolo scritto da altre.
Per tutta la durata dell'incontro alzano ogni tanto lo sguardo, si fissano negli occhi e comunicano telepaticamente: "Almeno tu potevi rimanere a casa! A quel punto anch'io... C'ė mancato il coordinamento, c'è mancato...".
Poi tornano a giocare con la pallina da tennis, una per ciascuno, che avevano cominciato a maneggiare già la volta prima.
Pensavano servisse per una qualche forma di massaggio propedeutico al parto, tipo quelle cose ayurvediche orientaleggianti viste in chissà quale film.
Solo ora capiscono le reali intenzioni della psicologa: le aveva distribuite perché loro, i maschietti, ci giocassero un po' durante le sedute.
Facendole scivolare, schiacciandole al suolo col palmo della mano, roteandole in cerchi concentrici, fissandone con sorriso ebete la superficie spelacchiata, seguendone i rimbalzi (piccoli, millimetrici, impercettibili... quanto basta per non provocare l'occhiataccia fulminea della partner).
Il maschio ha guidato per tutto il viaggio ripetendo: "Non capisco perché hai insistito tanto a voler tornare. Vedrai che stasera non ci sarà nessuno! La scorsa volta si è parlato di tutto fuorché del parto. C'han fatto tagliare figure dalle riviste patinate e assemblare un collage sul tema "In attesa di". Per poi "venderlo" agli altri come il battitore d'asta di Tele Elefante (quello asmatico e rantolante che non crede per primo ai quadri-fuffa che cerca di rifilare).
Il maschio ha parcheggiato, sbattuto la portiera e camminato a testa bassa fino al portone d'ingresso ribadendo: "Non capisco perché hai insistito tanto...".
Il maschio s'è voltato, è tornato alla macchina e ha aiutato la compagna col pancione a scendere scandendo: "...a voler tornare. Vedrai che stasera...".
Il maschio si è riavviato verso l'entrata, s'è girato poco prima di varcare la soglia e ha girato la maniglia sillabando: "...non ci sarà NES-SU-NO!".
Poi lo shock: le luci artificiali della stanza, il tepore dei corpi costretti in pochi metri quadri, il sorriso clownesco alla It della psicologa, il sovrapporsi concitato delle voci femminili, il silenzio assordante delle comparse maschili.
Lì sullo sfondo, imbalsamati spalle al muro, molli come pouf sgualciti, personaggi silenti di uno spettacolo scritto da altre.
Per tutta la durata dell'incontro alzano ogni tanto lo sguardo, si fissano negli occhi e comunicano telepaticamente: "Almeno tu potevi rimanere a casa! A quel punto anch'io... C'ė mancato il coordinamento, c'è mancato...".
Poi tornano a giocare con la pallina da tennis, una per ciascuno, che avevano cominciato a maneggiare già la volta prima.
Pensavano servisse per una qualche forma di massaggio propedeutico al parto, tipo quelle cose ayurvediche orientaleggianti viste in chissà quale film.
Solo ora capiscono le reali intenzioni della psicologa: le aveva distribuite perché loro, i maschietti, ci giocassero un po' durante le sedute.
Facendole scivolare, schiacciandole al suolo col palmo della mano, roteandole in cerchi concentrici, fissandone con sorriso ebete la superficie spelacchiata, seguendone i rimbalzi (piccoli, millimetrici, impercettibili... quanto basta per non provocare l'occhiataccia fulminea della partner).
domenica 29 novembre 2015
Metti una sera al consultorio
L'altra sera abbiamo partecipato presso il consultorio di Caravaggio al primo incontro per coppie che stanno per avere un figlio.Impressioni in ordine cronologico:
- le gravide, anche se non si conoscono, si salutano euforiche come amiche da una vita (una volta diventate mamme torneranno a detestarsi come solo le donne sanno fare);
- i gravati, anche se non si conoscono, si guardano sconsolati come vittime da una vita (una volta diventati papà continueranno a solidarizzare come solo gli uomini sanno fare);
- a dire il vero, inizialmente, il maschio già seduto accoglie con un ghigno strafottente il maschio appena arrivato (per la serie: "T'han fregato anche a te, eh?");
- solo in un secondo momento la smorfia si spegne e subentra l'occhiata vacua di chi realizza: "Cazzo rido che sono qua pure io?";
- l'occhiata vacua esplode come una bolla quando il maschio avverte l'eco del giro di presentazione (funzionale al ripiglio la gomitata stizzita della compagna): sa che tra poco tocca a lui ma non sa minimamente cosa dire (paranoia inutile: sarà lei a monopolizzare l'intervento, limitandosi a nominare il compagno, il ruolo da lui avuto nella fase riproduttiva e quello di quella sera in quanto autista);
- obbligati a parlare dalla psicologa di gruppo, i maschi sfoggiano il repertorio che tanto li rassicura: battuta a sfondo sessuale con grassa risata degli altri, compassionevole ciondolio all'unisono dei capi femminili, sorriso paralitico della psicologa dal sottinteso neanche troppo velato: "Scimmioni antropomorfi che non siete altro, non vi evolverete mai...";
- il "Come? Sono già passate due ore!" innalzato al cielo dal coro femminile è controbilanciato dal "Quanto cazzo sono durate queste due ore?" cacciato all'inferno dalla compagine maschile (squallida la scusa usata dagli uomini nel corso di tutta la serata - "Sto tenendo d'occhio le contrazioni" - per giustificare l'orologio guardato ogni due per tre);
- il saluto finale in cerchio tutt'in piedi mano nella mano uniamo-i-nostri-respiri-siamo-una-cosa-sola strappa una lacrima agli occhi femminili e... strappa una lacrima anche a quelli maschili.
- le gravide, anche se non si conoscono, si salutano euforiche come amiche da una vita (una volta diventate mamme torneranno a detestarsi come solo le donne sanno fare);
- i gravati, anche se non si conoscono, si guardano sconsolati come vittime da una vita (una volta diventati papà continueranno a solidarizzare come solo gli uomini sanno fare);
- a dire il vero, inizialmente, il maschio già seduto accoglie con un ghigno strafottente il maschio appena arrivato (per la serie: "T'han fregato anche a te, eh?");
- solo in un secondo momento la smorfia si spegne e subentra l'occhiata vacua di chi realizza: "Cazzo rido che sono qua pure io?";
- l'occhiata vacua esplode come una bolla quando il maschio avverte l'eco del giro di presentazione (funzionale al ripiglio la gomitata stizzita della compagna): sa che tra poco tocca a lui ma non sa minimamente cosa dire (paranoia inutile: sarà lei a monopolizzare l'intervento, limitandosi a nominare il compagno, il ruolo da lui avuto nella fase riproduttiva e quello di quella sera in quanto autista);
- obbligati a parlare dalla psicologa di gruppo, i maschi sfoggiano il repertorio che tanto li rassicura: battuta a sfondo sessuale con grassa risata degli altri, compassionevole ciondolio all'unisono dei capi femminili, sorriso paralitico della psicologa dal sottinteso neanche troppo velato: "Scimmioni antropomorfi che non siete altro, non vi evolverete mai...";
- il "Come? Sono già passate due ore!" innalzato al cielo dal coro femminile è controbilanciato dal "Quanto cazzo sono durate queste due ore?" cacciato all'inferno dalla compagine maschile (squallida la scusa usata dagli uomini nel corso di tutta la serata - "Sto tenendo d'occhio le contrazioni" - per giustificare l'orologio guardato ogni due per tre);
- il saluto finale in cerchio tutt'in piedi mano nella mano uniamo-i-nostri-respiri-siamo-una-cosa-sola strappa una lacrima agli occhi femminili e... strappa una lacrima anche a quelli maschili.
lunedì 23 novembre 2015
Voyeurismo on the road
Quando sono in macchina e vedo nella vettura davanti una coppia che si agita parecchio, spengo la radio e mi diverto a interpretarne gesti e parole.
Ingrasso più di Robert De Niro nel ruolo di Al Capone, ammattisco più di Johnny Depp nei panni di Jack Sparrow, fingo nonchalance come Leo Di Caprio per l'ennesimo Oscar non ricevuto.
Mi immedesimo alla grande insomma.
Tutto quello sbracciarsi, riportare le mani sul volante, tacere all'improvviso e riprendere a litigare stimola la mia fantasia meglio di 100 puntate del Trono di Spade.
È come essere al drive in, solo che il telo gigante è il cruscotto, la macchina è in movimento e tu sei il doppiatore della pellicola anziché spettatore passivo.
Meglio di un 3D, una specie di realtà aumentata in cui ti ritrovi a varcare lo schermo ed essere uno dei personaggi, anzi tutti i personaggi.
Infatti, come un medium invasato dagli spiriti, mi calo nelle diverse parti e alterno, cambiando la voce, le battute di lui alle risposte di lei.
Dentro ci metto un po' di biografia personale e un po' di cose lette sui libri o viste alla tele.
A volte mi prende così bene che cambio percorso, seguo la macchina esagitata e prolungo il tragitto di qualche centinaio di metri rispetto a dove devo andare.
Altre volte mi invento una storia talmente realistica da autosuggestionarmi e temere per la conclusione. Sono le volte in cui accelero, metto la freccia e supero senza guardare perché non voglio sapere come va a finire.
Altre volte ancora contribuisco alla pace della coppia nel momento in cui, tramite specchietto retrovisore, si accorgono entrambi della mia pantomima, si interrompono, si guardano complici e si girano all'unisono con l'inconfondibile mano a conchetta e annesso labiale: "Cazzi tuoi, nooo?".
Loro scoppiano a ridere, io ci rimango un po' male (non era il finale previsto).
Ingrasso più di Robert De Niro nel ruolo di Al Capone, ammattisco più di Johnny Depp nei panni di Jack Sparrow, fingo nonchalance come Leo Di Caprio per l'ennesimo Oscar non ricevuto.
Mi immedesimo alla grande insomma.
Tutto quello sbracciarsi, riportare le mani sul volante, tacere all'improvviso e riprendere a litigare stimola la mia fantasia meglio di 100 puntate del Trono di Spade.
È come essere al drive in, solo che il telo gigante è il cruscotto, la macchina è in movimento e tu sei il doppiatore della pellicola anziché spettatore passivo.
Meglio di un 3D, una specie di realtà aumentata in cui ti ritrovi a varcare lo schermo ed essere uno dei personaggi, anzi tutti i personaggi.
Infatti, come un medium invasato dagli spiriti, mi calo nelle diverse parti e alterno, cambiando la voce, le battute di lui alle risposte di lei.
Dentro ci metto un po' di biografia personale e un po' di cose lette sui libri o viste alla tele.
A volte mi prende così bene che cambio percorso, seguo la macchina esagitata e prolungo il tragitto di qualche centinaio di metri rispetto a dove devo andare.
Altre volte mi invento una storia talmente realistica da autosuggestionarmi e temere per la conclusione. Sono le volte in cui accelero, metto la freccia e supero senza guardare perché non voglio sapere come va a finire.
Altre volte ancora contribuisco alla pace della coppia nel momento in cui, tramite specchietto retrovisore, si accorgono entrambi della mia pantomima, si interrompono, si guardano complici e si girano all'unisono con l'inconfondibile mano a conchetta e annesso labiale: "Cazzi tuoi, nooo?".
Loro scoppiano a ridere, io ci rimango un po' male (non era il finale previsto).
venerdì 20 novembre 2015
Vade in retro!
Da quando abbiamo preso la Golf, la mia vecchia C3 s'è riempita di bozzi e ammaccature.
Non è somatizzazione da primogenita trascurata (non credo le macchine ne soffrano) né bullismo dell'ultima arrivata nei confronti dell'anziana di garage (non credo le macchine lo pratichino).La C3 s'è riempita di bozzi e ammaccature perché la Golf ha in dotazione il segnalatore acustico di ostacoli e distanze.
Che significa parcheggi e retro alla cazzo di cane che tanto il bip sfruculia-timpani avvisa in tempo quanto manca e quando fermarsi.
Ottimo, fico, hip hip urrà per la tecnologia!
Peccato che la stessa nonchalance sborona con cui ora posteggio la Golf scatti in automatico anche quando manovro la C3 che segnalatore non ha.
Come se tutte le vetture del mondo, anche le più datate, dovessero ormai avere di default lo scandaglio anticozzamenti.
Come quando un'invenzione è talmente scontata e logica che pensi sia sempre esistita (sul serio c'è stata una fase nella storia dell'umanità in cui si andava al fosso a pulire i panni?), che non potevano non averci pensato prima (la lavastoviglie è nata col fuoco e la ruota, vero?), che l'umanità era ben trista cosa senza quella diavoleria (quindi mi stai dicendo che una volta si poteva telefonare solo da casa e cabine? Cabi-cosa scusa?).
L'inconfondibile schianto del botto mi ricorda che non è così.
Lo ricorda a me e ai vicini di casa che lasciano la macchina sotto casa come faccio io.
Hanno imparato sulla loro carrozzeria a temere le mie partenze e i miei arrivi.
Per fortuna tengo un segnalatore acustico vivente nella persona del mio vicino albanese: conosce a memoria i miei orari e s'appoggia a tenermi d'occhio sulla ringhiera del balcone (stile bancone del bar; sarà per questo che ha sempre in mano un bicchierozzo di jagermeister, anche a colazione).
Appena sono a rischio impatto comincia a bestemmiare sempre più velocemente fino al porcone finale, un ultrasuono rivolto a Dio, che mi fa capire di essere al limite.
Lì io mi fermo, lui rientra.
Ci rivedremo a sera.
Non è somatizzazione da primogenita trascurata (non credo le macchine ne soffrano) né bullismo dell'ultima arrivata nei confronti dell'anziana di garage (non credo le macchine lo pratichino).La C3 s'è riempita di bozzi e ammaccature perché la Golf ha in dotazione il segnalatore acustico di ostacoli e distanze.
Che significa parcheggi e retro alla cazzo di cane che tanto il bip sfruculia-timpani avvisa in tempo quanto manca e quando fermarsi.
Ottimo, fico, hip hip urrà per la tecnologia!
Peccato che la stessa nonchalance sborona con cui ora posteggio la Golf scatti in automatico anche quando manovro la C3 che segnalatore non ha.
Come se tutte le vetture del mondo, anche le più datate, dovessero ormai avere di default lo scandaglio anticozzamenti.
Come quando un'invenzione è talmente scontata e logica che pensi sia sempre esistita (sul serio c'è stata una fase nella storia dell'umanità in cui si andava al fosso a pulire i panni?), che non potevano non averci pensato prima (la lavastoviglie è nata col fuoco e la ruota, vero?), che l'umanità era ben trista cosa senza quella diavoleria (quindi mi stai dicendo che una volta si poteva telefonare solo da casa e cabine? Cabi-cosa scusa?).
L'inconfondibile schianto del botto mi ricorda che non è così.
Lo ricorda a me e ai vicini di casa che lasciano la macchina sotto casa come faccio io.
Hanno imparato sulla loro carrozzeria a temere le mie partenze e i miei arrivi.
Per fortuna tengo un segnalatore acustico vivente nella persona del mio vicino albanese: conosce a memoria i miei orari e s'appoggia a tenermi d'occhio sulla ringhiera del balcone (stile bancone del bar; sarà per questo che ha sempre in mano un bicchierozzo di jagermeister, anche a colazione).
Appena sono a rischio impatto comincia a bestemmiare sempre più velocemente fino al porcone finale, un ultrasuono rivolto a Dio, che mi fa capire di essere al limite.
Lì io mi fermo, lui rientra.
Ci rivedremo a sera.
domenica 15 novembre 2015
Maialeutica
Visita di famiglia a un defunto.
Un nugolo di persone in silenzio, qualcuno che rompe il ghiaccio, ricordi sussurrati, commozione.
Anche le nipotine, immerse fino a dieci minuti prima nei giochi di casa, sembrano capire per la prima volta che c'è un momento nella vita in cui il gioco si interrompe. Definitivamente.
A un certo punto la più piccola mi affianca mentre sono in raccoglimento davanti al feretro.
La guardo e penso a quanto possa essere confusa in mezzo a tanti musi lunghi.
Chissà quali domande insolubili le ronzano per la testa.
Mi prende la mano, fissa la bara (o almeno quello che riesce a vedere in punta di piedi) e con gli occhi rossi sul punto di evacuare mi chiede "Pecché siamo qui? Quando tutto finisce?".
"Belle domande. Soprattutto la seconda. Sai, non siamo noi a deciderlo".
"Voglio sapere quando tutto finisce!".
"Sei troppo piccola per capire".
"Dimmelo!".
"Allora, da dove comincio... C'è chi dice che ce ne andiamo quando il Signore lo decide e chi dice che ce ne andiamo quando il nostro corpo smette biologicamente di funzionare. Pensa che nell'antichità credevano...".
"Zio, bastaaaa… Voglio solo sapere quando tutto finisce che comincia Peppa Pig!".
Un nugolo di persone in silenzio, qualcuno che rompe il ghiaccio, ricordi sussurrati, commozione.
Anche le nipotine, immerse fino a dieci minuti prima nei giochi di casa, sembrano capire per la prima volta che c'è un momento nella vita in cui il gioco si interrompe. Definitivamente.
A un certo punto la più piccola mi affianca mentre sono in raccoglimento davanti al feretro.
La guardo e penso a quanto possa essere confusa in mezzo a tanti musi lunghi.
Chissà quali domande insolubili le ronzano per la testa.
Mi prende la mano, fissa la bara (o almeno quello che riesce a vedere in punta di piedi) e con gli occhi rossi sul punto di evacuare mi chiede "Pecché siamo qui? Quando tutto finisce?".
"Belle domande. Soprattutto la seconda. Sai, non siamo noi a deciderlo".
"Voglio sapere quando tutto finisce!".
"Sei troppo piccola per capire".
"Dimmelo!".
"Allora, da dove comincio... C'è chi dice che ce ne andiamo quando il Signore lo decide e chi dice che ce ne andiamo quando il nostro corpo smette biologicamente di funzionare. Pensa che nell'antichità credevano...".
"Zio, bastaaaa… Voglio solo sapere quando tutto finisce che comincia Peppa Pig!".
mercoledì 11 novembre 2015
B'ava o non b'ava?
La scorsa notte, posseduto dal muco, ho cercato di afferrare i kleenex che si trovavano sul comodino di fianco a Irene.
Per non svegliarla, ho inarcato braccio e avambraccio in modo da non sfiorarle la testa e raggiungere l'agognato fazzoletto di carta.
Parevo Nureyev al momento topico della morte del cigno.
Lei però, con l'istinto romantico che solo le donne conservano anche nel sonno, m'ha afferrato l'arto con uno scatto e, sempre senza aprire gli occhi, l'ha avvinghiato a sé come nel più tenero degli abbracci.
Una borseggiatrice delle effusioni, una Pippo Inzaghi dell'area di amore, una velociraptor delle coccole.Lungi da me tentare di sfuggirle (avete presente la reazione di un velociraptor risentito?).
Un intero albeggiare avviluppati come un muschio al proprio lichene.
Ancora stamattina, nel momento in cui l'ho congedata in punta di piedi socchiudendo la porta, portava stampato in volto il sorriso di chi per tutta una nottata s'è sentita amata e protetta.
Peccato non esserci quando si volterà a respirare il tepore del dov'ero, aprirà lentamente gli occhi e scorgerà una viscida scia di lumaca sul cuscino.
Per non svegliarla, ho inarcato braccio e avambraccio in modo da non sfiorarle la testa e raggiungere l'agognato fazzoletto di carta.
Parevo Nureyev al momento topico della morte del cigno.
Lei però, con l'istinto romantico che solo le donne conservano anche nel sonno, m'ha afferrato l'arto con uno scatto e, sempre senza aprire gli occhi, l'ha avvinghiato a sé come nel più tenero degli abbracci.
Una borseggiatrice delle effusioni, una Pippo Inzaghi dell'area di amore, una velociraptor delle coccole.Lungi da me tentare di sfuggirle (avete presente la reazione di un velociraptor risentito?).
Un intero albeggiare avviluppati come un muschio al proprio lichene.
Ancora stamattina, nel momento in cui l'ho congedata in punta di piedi socchiudendo la porta, portava stampato in volto il sorriso di chi per tutta una nottata s'è sentita amata e protetta.
Peccato non esserci quando si volterà a respirare il tepore del dov'ero, aprirà lentamente gli occhi e scorgerà una viscida scia di lumaca sul cuscino.
venerdì 6 novembre 2015
Comunque tacco 12!
A volte alzo lo sguardo all'improvviso dalla cattedra o mi giro di scatto dalla lavagna per coglierli in flagrante.
E becco sempre due o tre maschi intenti a fissarmi con la linguetta penzoloni all'angolo della bocca e le dita congestionate a schiacciare i pulsanti di un joystick virtuale che non hanno ma che tanto vorrebbero stringere tra le mani in quel momento.Allora li fisso a mia volta, aspetto che si ripiglino e dico loro: "Per quanto vi impegniate, son più duro a morire degli zombie dei vostri videogame. E io sono ancora poca cosa rispetto ai mostri che vi attendono là fuori". Quindi con un cenno del capo indico la strada oltre la finestra di classe.
(Più difficile con le ragazzine che si immaginano di cambiarti i vestiti, di scegliere gli accessori e che, se richiamate, ti rispondono "Ancora un attimo prof: ballerine o tacco 12?").
E becco sempre due o tre maschi intenti a fissarmi con la linguetta penzoloni all'angolo della bocca e le dita congestionate a schiacciare i pulsanti di un joystick virtuale che non hanno ma che tanto vorrebbero stringere tra le mani in quel momento.Allora li fisso a mia volta, aspetto che si ripiglino e dico loro: "Per quanto vi impegniate, son più duro a morire degli zombie dei vostri videogame. E io sono ancora poca cosa rispetto ai mostri che vi attendono là fuori". Quindi con un cenno del capo indico la strada oltre la finestra di classe.
(Più difficile con le ragazzine che si immaginano di cambiarti i vestiti, di scegliere gli accessori e che, se richiamate, ti rispondono "Ancora un attimo prof: ballerine o tacco 12?").
lunedì 2 novembre 2015
In viaggio con zanzà
In queste mattinate di tragitto in macchina verso il lavoro spunta puntuale dopo la rotonda del Rivoltella una zanzara tigre che mi ronza nell'abitacolo per tutto il tempo del viaggio.
Non mi assalta da fuori, viene da dentro.
Non se ne esce subito appena accendo la macchina, ma aspetta sempre un paio di giri del motore per materializzarsi da un posto indefinito sotto il cruscotto.
Quasi si svegliasse con calma, stiracchiasse le alette e si dedicasse quindi alla sua innata propensione a rompere i coglioni.
I primi giorni ho tentato non so quante volte di centrarla, ma - sarà stato l'occhio attento alla strada sarà stata la scaltrezza dell'ospite - non l'ho mai beccata.
Sono passato allora alla modalità "convivenza forzata".
Tempestiva, ogni pomeriggio, al rientro dal lavoro ritrovo la zanzara in macchina pronta a farmi le feste come un cane al padrone.
Insomma, giorno dopo giorno mi ci sono affezionato: spengo la radio perché non si sovrapponga al ronzio, scarto il primo posto libero e parcheggio più in là per stare ancora un po' in compagnia, mi preoccupo se tarda a comparire.
Poi, una sera su internet, la conferma di quanto temevo: la mia amica ha le ore contate visto che il primo freddo autunnale ne segnerà il destino.
La sola idea mi ha levato il sonno.
Allora ieri mattina ho compiuto un estremo atto di amore.
Braccio teso sul volante ore 3, ho attirato la sua attenzione sul lembo di pelle scoperta per concederle ciò che non le avevo ancora concesso: planare, adagiarsi, infilare e succhiare.
In un attimo l'altra mano ha mollato le ore 10 e... SBAM!
Fine tormentata (per me) di una lenta agonia (per lei).
Ho guardato d'istinto nello specchietto per scorgere una lacrima furtiva e a stento mi sono riconosciuto: un ghigno surreale, il ghigno di chi finalmente l'ha beccata, la stronza!
Non mi assalta da fuori, viene da dentro.
Non se ne esce subito appena accendo la macchina, ma aspetta sempre un paio di giri del motore per materializzarsi da un posto indefinito sotto il cruscotto.
Quasi si svegliasse con calma, stiracchiasse le alette e si dedicasse quindi alla sua innata propensione a rompere i coglioni.
I primi giorni ho tentato non so quante volte di centrarla, ma - sarà stato l'occhio attento alla strada sarà stata la scaltrezza dell'ospite - non l'ho mai beccata.
Sono passato allora alla modalità "convivenza forzata".
Tempestiva, ogni pomeriggio, al rientro dal lavoro ritrovo la zanzara in macchina pronta a farmi le feste come un cane al padrone.
Insomma, giorno dopo giorno mi ci sono affezionato: spengo la radio perché non si sovrapponga al ronzio, scarto il primo posto libero e parcheggio più in là per stare ancora un po' in compagnia, mi preoccupo se tarda a comparire.
Poi, una sera su internet, la conferma di quanto temevo: la mia amica ha le ore contate visto che il primo freddo autunnale ne segnerà il destino.
La sola idea mi ha levato il sonno.
Allora ieri mattina ho compiuto un estremo atto di amore.
Braccio teso sul volante ore 3, ho attirato la sua attenzione sul lembo di pelle scoperta per concederle ciò che non le avevo ancora concesso: planare, adagiarsi, infilare e succhiare.
In un attimo l'altra mano ha mollato le ore 10 e... SBAM!
Fine tormentata (per me) di una lenta agonia (per lei).
Ho guardato d'istinto nello specchietto per scorgere una lacrima furtiva e a stento mi sono riconosciuto: un ghigno surreale, il ghigno di chi finalmente l'ha beccata, la stronza!
sabato 31 ottobre 2015
Fisime
Se il naso è una fisima lontana nel tempo come l'adolescenza, le dentatura è abbastanza recente.
Mesi fa, mentre rispondevo a Irene davanti allo specchio, ho realizzato all'improvviso che la linea inferiore dei denti è screziata mentre quella superiore è interrotta nel mezzo da una bella fessura che neanche le porte scorrevoli dell'Ikea.
Da quel giorno sono meno sicuro di me nelle conversazioni ravvicinate e tendo perciò a parlare a bocca semichiusa per nascondere le imperfezioni della cavità orale.
Da quando però mi sono accorto che il confronto ne risentiva (l'interlocutore di turno, che poco o nulla capiva dei miei mugugni, mi mollava a metà chiacchierata accampando scuse), son ricorso a un trucco vecchio come il mondo ma sempre efficace: un esercizio di pura immaginazione grazie al quale mi convinco di avere una dentatura perfetta, con tanto di smeraldo sberluciccante stile popstar esibizionista incastonato nell'incisivo destro in alto.
Giusto per infondersi un po' di coraggio in situazioni vissute altrimenti con disagio.
L'autoipnosi ha raggiunto livelli tali da indurmi a credere che anche gli altri comincino a guardarmi diversamente. Proprio ieri m'è parso di sentire commenti sottovoce del tipo "Certo che è proprio verde brillante" e "È così grande che copre quasi tutto il dente".
Più tardi a casa, al momento della toilette serale, la delusione: nessuna pietra preziosa ma una vistosa foglia di prezzemolo fossilizzata chissà da quante ore.
Mesi fa, mentre rispondevo a Irene davanti allo specchio, ho realizzato all'improvviso che la linea inferiore dei denti è screziata mentre quella superiore è interrotta nel mezzo da una bella fessura che neanche le porte scorrevoli dell'Ikea.
Da quel giorno sono meno sicuro di me nelle conversazioni ravvicinate e tendo perciò a parlare a bocca semichiusa per nascondere le imperfezioni della cavità orale.
Da quando però mi sono accorto che il confronto ne risentiva (l'interlocutore di turno, che poco o nulla capiva dei miei mugugni, mi mollava a metà chiacchierata accampando scuse), son ricorso a un trucco vecchio come il mondo ma sempre efficace: un esercizio di pura immaginazione grazie al quale mi convinco di avere una dentatura perfetta, con tanto di smeraldo sberluciccante stile popstar esibizionista incastonato nell'incisivo destro in alto.
Giusto per infondersi un po' di coraggio in situazioni vissute altrimenti con disagio.
L'autoipnosi ha raggiunto livelli tali da indurmi a credere che anche gli altri comincino a guardarmi diversamente. Proprio ieri m'è parso di sentire commenti sottovoce del tipo "Certo che è proprio verde brillante" e "È così grande che copre quasi tutto il dente".
Più tardi a casa, al momento della toilette serale, la delusione: nessuna pietra preziosa ma una vistosa foglia di prezzemolo fossilizzata chissà da quante ore.
martedì 27 ottobre 2015
Brutti pensieri
Ieri in piscina ho assistito a una scena forte che ha attirato l'attenzione di molti: una donna sulla quarantina ha alzato la voce nei confronti del compagno che si rifiutava di uscire dalla vasca nonostante le insistenze di lei.
"Sarà dieci minuti che ti chiamo! Ti ricordi o no che abbiamo un impegno? E tu lì: fermo, inebetito, neanche una parola" e vai di cazziatone a non finire.
Le donne intorno a far cenno di no con la testa, noi maschietti a solidarizzare muti in ragione di quella volta che ci eravamo trovati nella stessa imbarazzante situazione.
A me era capitato una quindicina d'anni fa: mare della Romagna, bagnino che invita i bagnanti a riva perché sta arrivando il traghetto e un'improvvisa erezione che mi blocca in acqua a pochi passi dal bagnasciuga.
Non che avessi visto o fantasticato chissà cosa; il corpo si era messo in moto da sé (forse un sussulto di adolescenza, boh) e aveva prodotto un evidente rigonfiamento del costume impossibile a nascondersi fuori dal pelo dell'acqua.
Da cui la mia decisione di disobbedire agli appelli e restarmene a mollo per tutto il tempo necessario a evitare il pubblico ludibrio.
Ma più insabbiavo i piedi nel fondale, più il bagnino urlava e più la gente si girava. Il tutto con il traghetto carico di turisti in avvicinamento.
La cosa, anziché provocare l'afflosciamento dei boxer, mi induceva in uno stato di agitazione-eccitazione che finiva coll'alimentare l'effetto pesce palla del mio bacino.
Si trattava di una situazione indipendente dalla mia volontà che solo un atto estremo di concentrazione avrebbe potuto risolvere.
Scartata l'ipotesi dell'autoerotismo lenitivo (efficace sì ma passibile di penale), ho cominciato a pensare a cose brutte che facessero da vasocostrittori.
Son passati un po' di anni ma ricordo in ordine sparso di aver immaginato: la più racchia del paese, l'uscita a vanvera di Zenga a Italia '90, una camera ardente con tutti in lacrime intorno al morto, le interiora di un gatto sulla carreggiata, un esame di merda all'università, Gasparri nominato ministro e altre sciagure del genere.
Funzionò; non rammento con quale pensiero specifico, ma funzionò.Allora ieri mi sono permesso di passare a bordo piscina e suggerire al malcapitato di concentrarsi su qualcosa di brutto che il resto si sarebbe risolto da sé.
Ha socchiuso gli occhi per qualche secondo, si è mosso verso la scaletta e l'ha salita con passo sicuro. Troppo sicuro...
Mentre le donne intorno hanno cominciato a far cenno di sì con la testa, io mi son messo ho a urlargli: "Più brutto! Ancora più brutto!".
"Sarà dieci minuti che ti chiamo! Ti ricordi o no che abbiamo un impegno? E tu lì: fermo, inebetito, neanche una parola" e vai di cazziatone a non finire.
Le donne intorno a far cenno di no con la testa, noi maschietti a solidarizzare muti in ragione di quella volta che ci eravamo trovati nella stessa imbarazzante situazione.
A me era capitato una quindicina d'anni fa: mare della Romagna, bagnino che invita i bagnanti a riva perché sta arrivando il traghetto e un'improvvisa erezione che mi blocca in acqua a pochi passi dal bagnasciuga.
Non che avessi visto o fantasticato chissà cosa; il corpo si era messo in moto da sé (forse un sussulto di adolescenza, boh) e aveva prodotto un evidente rigonfiamento del costume impossibile a nascondersi fuori dal pelo dell'acqua.
Da cui la mia decisione di disobbedire agli appelli e restarmene a mollo per tutto il tempo necessario a evitare il pubblico ludibrio.
Ma più insabbiavo i piedi nel fondale, più il bagnino urlava e più la gente si girava. Il tutto con il traghetto carico di turisti in avvicinamento.
La cosa, anziché provocare l'afflosciamento dei boxer, mi induceva in uno stato di agitazione-eccitazione che finiva coll'alimentare l'effetto pesce palla del mio bacino.
Si trattava di una situazione indipendente dalla mia volontà che solo un atto estremo di concentrazione avrebbe potuto risolvere.
Scartata l'ipotesi dell'autoerotismo lenitivo (efficace sì ma passibile di penale), ho cominciato a pensare a cose brutte che facessero da vasocostrittori.
Son passati un po' di anni ma ricordo in ordine sparso di aver immaginato: la più racchia del paese, l'uscita a vanvera di Zenga a Italia '90, una camera ardente con tutti in lacrime intorno al morto, le interiora di un gatto sulla carreggiata, un esame di merda all'università, Gasparri nominato ministro e altre sciagure del genere.
Funzionò; non rammento con quale pensiero specifico, ma funzionò.Allora ieri mi sono permesso di passare a bordo piscina e suggerire al malcapitato di concentrarsi su qualcosa di brutto che il resto si sarebbe risolto da sé.
Ha socchiuso gli occhi per qualche secondo, si è mosso verso la scaletta e l'ha salita con passo sicuro. Troppo sicuro...
Mentre le donne intorno hanno cominciato a far cenno di sì con la testa, io mi son messo ho a urlargli: "Più brutto! Ancora più brutto!".
giovedì 22 ottobre 2015
Repetita iuvant?
L'altro giorno in biblioteca ho notato che il mio avviso delle ripetizioni, appeso appena un mese fa, stava riscuotendo un enorme successo.
Nel senso che le striscioline col mio numero di telefono erano praticamente tutte strappate.
Poi però mi son ricordato che da un mese a questa parte non mi ha contattato nessuno, ma proprio nessuno.
Ho fatto due più due: a far sparire le linguette di carta erano stati quelli che nel frattempo avevano appiccicato allo stesso muro i PROPRI avvisi delle ripetizioni.
Un caso emblematico di concorrenza sleale e di circonvenzione d'utente.
Allora mi son fatto giustizia da me: tornato in biblioteca, ho asportato a mia volta le striscioline rivali.
Una volta a casa il dubbio ha preso il sopravvento: forse ė gente che ha bisogno, forse non c'entra niente con il boicottaggio che ho subito, forse non ho subito nessun boicottaggio e mi sono inventato tutto.
Allora ho cominciato a chiamare i numeri strappati e, in preda ai sensi di colpa, a concordare delle ripetizioni sullo scibile umano: matematica, scienze, italiano, inglese, ornato, perfino religione.
Mio figlio non è ancora nato e già lo attende un sacco di ripetizioni.
Nel senso che le striscioline col mio numero di telefono erano praticamente tutte strappate.
Poi però mi son ricordato che da un mese a questa parte non mi ha contattato nessuno, ma proprio nessuno.
Ho fatto due più due: a far sparire le linguette di carta erano stati quelli che nel frattempo avevano appiccicato allo stesso muro i PROPRI avvisi delle ripetizioni.
Un caso emblematico di concorrenza sleale e di circonvenzione d'utente.
Allora mi son fatto giustizia da me: tornato in biblioteca, ho asportato a mia volta le striscioline rivali.
Una volta a casa il dubbio ha preso il sopravvento: forse ė gente che ha bisogno, forse non c'entra niente con il boicottaggio che ho subito, forse non ho subito nessun boicottaggio e mi sono inventato tutto.
Allora ho cominciato a chiamare i numeri strappati e, in preda ai sensi di colpa, a concordare delle ripetizioni sullo scibile umano: matematica, scienze, italiano, inglese, ornato, perfino religione.
Mio figlio non è ancora nato e già lo attende un sacco di ripetizioni.
sabato 17 ottobre 2015
Arriva il mio!
Grazie a Dio Irene dorme come un ghiro affetto da narcolessia.
Sono i momenti in cui non mi cazzia (cioè, non ci giurerei non lo faccia nei sogni).
Soprattutto adesso che è incinta e l'ormone facile le svalvola l'umore.
Chiaro, io ci metto del mio per meritarmi i gavettoni d'insulti.
Tuttavia credo esageri.
Ad esempio non ritengo di avere responsabilità nel fatto che l'adorato basilico la nausei o che i lacci delle scarpe diventino ogni giorno più irraggiungibili.
Eppure la colpa è puntualmente mia.
Come se facessi comunella con le piante aromatiche o mi divertissi a gonfiarle il grembo di nascosto.
"È normale. Stai tranquillo. Dopo le passerà...".
Normale un cazzo.
Questa ci prende gusto e anche dopo mi metterà il rimbrotto di default.
Allora in queste notti, fresco di reprimenda e certo di non interrompere il sonno profondo, le tamburello sul pancione in alfabeto morse: RINFORZI. PRESTO. ATTENDO RINFORZI!
Sono i momenti in cui non mi cazzia (cioè, non ci giurerei non lo faccia nei sogni).
Soprattutto adesso che è incinta e l'ormone facile le svalvola l'umore.
Chiaro, io ci metto del mio per meritarmi i gavettoni d'insulti.
Tuttavia credo esageri.
Ad esempio non ritengo di avere responsabilità nel fatto che l'adorato basilico la nausei o che i lacci delle scarpe diventino ogni giorno più irraggiungibili.
Eppure la colpa è puntualmente mia.
Come se facessi comunella con le piante aromatiche o mi divertissi a gonfiarle il grembo di nascosto.
"È normale. Stai tranquillo. Dopo le passerà...".
Normale un cazzo.
Questa ci prende gusto e anche dopo mi metterà il rimbrotto di default.
Allora in queste notti, fresco di reprimenda e certo di non interrompere il sonno profondo, le tamburello sul pancione in alfabeto morse: RINFORZI. PRESTO. ATTENDO RINFORZI!
sabato 10 ottobre 2015
Beghe con braghe
Da un po' di tempo rimando di minuto in minuto il momento mattutino del risveglio.
Non è letargia o pigrizia, è paura dell'appuntamento con le braghe.Una goffaggine iniziale, di cui io per primo ridevo, è diventata nel tempo un'ossessione ansiogena.
Sbrigate toilette e colazione, torno in camera e m'appropinquo finto sereno alla sedia su cui sono piegati i pantaloni. Li ho preparati amorevolmente la sera quasi a rendermeli amici. Invano.
Da qualche mese mi viene infatti difficile centrare a colpo sicuro il buco corrispondente alla gamba che vorrei tanto infilare.
Afferro i calzoni, allargo ben bene l'apertura, mi concentro, prendo la mira e... manco, barcollo, scivolo, m'appoggio, oscillo, deflagro.
Le chiappe al vento e Irene che sotto le lenzuola se la ghigna di gusto.
A questo punto della mia precaria esistenza ho davanti le seguenti alternative:
frequentare un corso accelerato al Circo Togni sul tema: "Equilibristi nella vita di tutti i giorni. Perché la quotidianità è un funambolismo senza rete";
presentarmi al lavoro in pigiama (sperando che le pantofole col faccione di Animal dei Muppets non distraggano troppo gli studenti);
andare a nanna con i jeans addosso (con tanto di risvoltino, ben inteso);
tatuarmi le gambe per intero in simil flanella col rischio che brinino d'inverno e grondino d'estate;
infilarmi al mattino qualcosa che mi crei meno impedimento tipo kilt scozzese (ma non risolverei il problema delle chiappe al vento).
Non è letargia o pigrizia, è paura dell'appuntamento con le braghe.Una goffaggine iniziale, di cui io per primo ridevo, è diventata nel tempo un'ossessione ansiogena.
Sbrigate toilette e colazione, torno in camera e m'appropinquo finto sereno alla sedia su cui sono piegati i pantaloni. Li ho preparati amorevolmente la sera quasi a rendermeli amici. Invano.
Da qualche mese mi viene infatti difficile centrare a colpo sicuro il buco corrispondente alla gamba che vorrei tanto infilare.
Afferro i calzoni, allargo ben bene l'apertura, mi concentro, prendo la mira e... manco, barcollo, scivolo, m'appoggio, oscillo, deflagro.
Le chiappe al vento e Irene che sotto le lenzuola se la ghigna di gusto.
A questo punto della mia precaria esistenza ho davanti le seguenti alternative:
frequentare un corso accelerato al Circo Togni sul tema: "Equilibristi nella vita di tutti i giorni. Perché la quotidianità è un funambolismo senza rete";
presentarmi al lavoro in pigiama (sperando che le pantofole col faccione di Animal dei Muppets non distraggano troppo gli studenti);
andare a nanna con i jeans addosso (con tanto di risvoltino, ben inteso);
tatuarmi le gambe per intero in simil flanella col rischio che brinino d'inverno e grondino d'estate;
infilarmi al mattino qualcosa che mi crei meno impedimento tipo kilt scozzese (ma non risolverei il problema delle chiappe al vento).
martedì 6 ottobre 2015
Ritrovamenti
A ogni fine estate, quando i primi ragazzi rientrano a scuola per il recupero dei debiti, mi rendo conto che quella che per noi - noi 'matusa' intendo - è una semplice stagione di afa e sudore, per loro è molto di più: un accaldato tourbillion di incontri, esperienze e crescita.
Me ne rendo conto perché a volte stento a riconoscerli rispetto a quando li avevo congedati un paio di mesi prima al momento della consegna delle pagelle.
Oltre che un cambiamento fisico, repentino e imprevedibile come sa essere a quell’età, si tratta di un mutamento della personalità che li fa più vissuti e, in un certo senso, 'adulti'.
Allora è sempre un'emozione, dopo mezzora di domande e chiacchiere, scoprire di aver scambiato completamente persona.
Io li ritrovo più grandi, loro più rincoglionito.
Me ne rendo conto perché a volte stento a riconoscerli rispetto a quando li avevo congedati un paio di mesi prima al momento della consegna delle pagelle.
Oltre che un cambiamento fisico, repentino e imprevedibile come sa essere a quell’età, si tratta di un mutamento della personalità che li fa più vissuti e, in un certo senso, 'adulti'.
Allora è sempre un'emozione, dopo mezzora di domande e chiacchiere, scoprire di aver scambiato completamente persona.
Io li ritrovo più grandi, loro più rincoglionito.
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