Post più popolari

lunedì 24 agosto 2015

Della discrezionalità del concetto di spesa necessaria (o la zia infingarda)

Scena 1 (inizio mattinata)
Irene entra nel piccolo market del paesino di montagna tenendo per mano la nipotina di quattro anni che tanto ha insistito per fare la spesa con lei.
Io aspetto fuori con la Lilly al guinzaglio.
"Va beeene. Entri con la zia ma prendiamo solo le cose necessarie, quelle che servono. Capito?".
"Sì".
"Latte, detersivo, pane e qualche limone. Ok?".
"Sì".
"Niente caramelle, gelati o altre cose golosone che a quest'ora fanno solo bua al pancino. Intesi?".
"Sì".
"Quindi farai i capricci?".
"No".
Scena 2 (qualche minuto dopo)
La porta scorrevole del piccolo market si apre ed esce la nipotina a capo chino strascicando per terra una borsa della spesa per lei troppo pesante.
Arrivata all'altezza del mio ginocchio, molla la borsa e si avvinghia forte forte alla gamba.
Io comincio ad accarezzarle il capo e la Lilly mostra il proprio affetto leccandole le caviglie.
È evidente che qualcosa là dentro l'ha turbata.
Scena 3 (pochi istanti dopo)
La porta scorrevole del piccolo market si riapre ed esce Irene con un gigantesco sacchetto di patatine unte e sgranocchiose in mano (la confezione maxi tanto per intenderci).
Io e la Lilly ci guardiamo, ma prima di riuscire ad aprir bocca l'ingorda ci zittisce con le guanciotte piene e rimasugli di patatine a orlarle le labbra: "Non dite niente... crock crock... Per me... crock crock... era una spesa necessaria... crock crock".
L'abbraccio alla gamba si fa più stretto, le mie carezze più intense.
La Lilly comincia a leccare le mie di caviglie.

venerdì 21 agosto 2015

Sentite coglionanze

Irene deve aver deciso, senza dirmi niente prima, di impegnarsi di brutto e superarmi nel nostro personale campionato delle figure di melma.
Eravamo seduti sui gradoni del sagrato di una chiesetta di montagna abbastanza sperduta e dall'aria trascurata.
Sarà stato il contesto o non so cosa, ma mi sono fatto all'improvviso più mogio e pensieroso.
Al che Irene ad alta voce: "Oh, che aria da funerale!".
Nello stesso istante si è spalancato il portone della chiesa e un nugolo di persone vestite di nero ha cominciato a passarci accanto con passo lento e affranto.

martedì 18 agosto 2015

Creature dagli abissi

La prossima volta che escogitate un piano, assicuratevi che non ci sia nessuna sbreccatura nelle piastrelle.
Eppure il mio piano era perfetto.
Semplice ma perfetto.
Subire un attacco intestinale in piena discesa dal rifugio alpino (ecco, questo non era esattamente calcolato), ricordarsi di un albergo-locanda a metà percorso, stringere nel frattempo le chiappe fingendo interesse e partecipazione alle chiacchiere altrui, resistere dall'accelerare il passo in prossimità della suddetta locanda, dire con nonchalance "Voi proseguite pure che vi do un vantaggio sennò ciao", varcare la soglia con altrettanta nonchalance e buttare lì al gestore "Un grappino di quelli forti, grazie. Ah, il bagno?", dirigersi a passo via via più nervoso verso il luogo indicato, accertarsi di essere soli, entrare nella toilette, lodare Dio (o chi per esso) per aver inventato la turca, calarsi le braghe, assumere la posizione-uovo e toccare il cielo con un...
Scorgere la lenta emersione di uno scorpioncino dall'oscurità di una piastrella sbreccata del pavimento, indietreggiare alla cieca, perdere l'equilibrio, cercare con le mani un punto d'appoggio, immaginarsi già spacciati col sedere incastrato nella turca e l'orrida creatura in inesorabile avvicinamento, trovare un appiglio nella cordicella delle emergenze, aggrapparvisi con tutto il peso del proprio corpo, far scattare un suono acuto che neanche Flipper quando chiamava gli amici delfini, determinare il precipitoso intervento del gestore, degli ospiti dell'albergo, dei compagni di camminata richiamati dall'allarme echeggiato per tutta la valle, sentire il primo piombato nella toilette prorompere in un disgustato "Oh signùr che odùr...".
Provare imbarazzo (profondo imbarazzo), rassicurare i soccorritori al di là della porta balbettando qualcosa, scorgere lo scorpioncino indietreggiare a singhiozzo (quasi se la ghignasse) e inabissarsi da dove era venuto, uscire dopo mezzora di training autogeno davanti allo specchio: "Là fuori c'è gente intelligente che ascolterà e capirà, là fuori c'è gente...", sapere comunque che là fuori nessuno ti crederà ma sarai nei racconti orobici tramandati di generazione in generazione (notte stellata, tende battute dal vento, fuoco acceso, tutti intorno, la vecchia guida alpina a raccontare aneddoti) quello che 'l s'era cagat adoss.

giovedì 6 agosto 2015

Pizza connection

"Pronto, ciao ma'..."
"Pronto pizzeria?"
"...volevo chiederti un piacere"
"Sì, pisseria Sahara, a disposisione..."
"Dimmi pure. Di che piacere si tratta?"
"Vorrei ordinare..."
"Visto che Irene non c'è in questi giorni..."
"...una marinara, una pugliese e un kebab"
"Va bene, signore. Per che ora vuoi consegna?"
"Fammi indovinare..."
"Facciamo alle..."
"...mi stireresti un paio di magliette?"
"Otto e mezza"
"E va bene. Ma prima o poi dovrai imparare!"
"Ok capo. Otto e mesza puntuale".
Da un paio di giorni le linee telefoniche del mio condominio devono essersi fuse tra loro complice il calore.
In particolare l'amplesso di cavi pare essersi consumato tra il mio apparecchio e quello del kebabbaro al piano terra.
Ad ogni cornetta alzata è un sovrapporsi di chiacchiere private, ordinazioni di pizze, resoconti giornalieri, richieste di condimenti extra, confidenze intime, indicazioni stradali per l'addetto alle consegne, sfoghi personali, intraducibili imprecazioni in arabo quando la linea è particolarmente disturbata.
A parte il fastidio del bombardamento di trilli all'ora di cena, spero che la situazione si risolva prima che mia mamma sfrecci in motorino a consegnare kebab sulle strade della Bassa e soprattutto prima che Ahmed, sulla soglia del portone, mi chieda: "Ehi capo, ti devo stirare anche mutande?".

martedì 4 agosto 2015

Efelidi

L'altra mattina mi è passata l'infanzia davanti agli occhi.
Nel senso che in spiaggia, davanti a me, un bambino pel di carota piagnucolava e si contorceva scongiurando la mamma di fargli sparire dalla faccia le efelidi.
Non ha detto proprio "efelidi", ma ha sputato con rabbia tutti i sinonimi evidentemente usati dagli "amichetti" per prenderlo in giro: lenticchie, pamole, cacche di mosca, croste di polenta... lentiggini insomma.
E l'ho immaginato morire dentro mentre gli altri, credendosi spiritosi, retrocedevano da lui con le braccia a croce manco fosse un appestato; l'ho visto chiedere timidamente il primo appuntamento alla compagna di banco e sentirsi rispondere in modo gelido "Il giorno in cui ti cadranno quelle cose dalle guance"; l'ho riconosciuto nelle grinfie dei bulletti della scuola mentre questi lo tenevano fermo giocando a unirgli con il pennarello le macchie in faccia a comporre la parola "MOSTRO".
E mi sono rivisto fuggire dalle risate altrui e correre dalla mamma a chiedere come mai mi avesse fatto così; ho ricordato le notti passate a spalmarmi la crema Biancardi perché cadessero quelle cose dalle guance; ho rivissuto le scuse mattutine per non andare a scuola e incrociare i miei aguzzini.
Allora ho vinto la riservatezza, mi sono avvicinato al bambino e ho sussurrato: "Tranquillo, non credere a quello che ti dicono: siamo persone normali".
Sarà stato il logoro cappellino Cre '98 che avevo in testa, gli occhiali da sole montatura verde pisello allegato di chissà quale settimanale per adolescenti, la protuberanza psichedelica del naso rosso peperone in una faccia cosparsa di crema, la maglietta poco rassicurante di Arancia Meccanica, le infradito Hello Kitty prestatemi da Irene quella mattina... fatto sta che il ragazzino s'è messo a frignare più forte e la mamma a fulminarmi con uno sguardo del tipo "Grazie. No davvero, grazie".

sabato 1 agosto 2015

Stigmate

Io non mi abbronzo, mi scotto.
Non mi rosolo la pelle, me la ustiono.
Più modello porchetta di Ariccia che bronzo di Riace.
Se al mare mostrassi le chiappe chiare, passerei le ore successive all'ospedale.
Quando Dio ha distribuito la melanina, io ero evidentemente in bagno (prima ero stato al pub).
Ogni anno perdo la mia personale battaglia con il sole nonostante tutte le precauzioni del caso: strato mattutino di crema 50 protezione bambini prima di scendere in spiaggia, secondo strato di crema 50 protezione bambini una volta sceso in spiaggia, richiamini di crema 30 ogni oretta, spruzzatina spray di crema 15 su lobi delle orecchie, naso, estremità in genere, ombrellone, cappellino con visiera, maglietta rigorosamente bianca, bagno dopo il tramonto.
Ma il sole è paziente, infido, sa aspettare e cogliere in fallo l'umano che ha osato sfidarlo.
Se per Achille il punto debole era stato il tallone non immerso dalla madre nello Stige all'atto di renderlo immortale, per me è il palmo della mano destra che impugna le creme e che mi scordo infine di impomatare.
Lì il sole sa che deve colpire.
Attende solo che mi distragga: tipo momento abbiocco, mano destra rilassata e aperta, linea d'ombra che si sposta, palmo esposto alla mercé dei raggi.
Seguono in ordine d'intensità a disturbare la pennica (e rovinare la vacanza): momentaneo tepore, progressivo arrossamento, fastidioso sfrigolio, intenso bruciore, comparsa di bolle stile dorso di rospo, stigmate in cui le signore della spiaggia scorgono l'effigie di Padre Pio (i bambini la Peppa Pig). Accorrono, s'affollano, si danno di gomito, sussurrano, fanno ombra (ormai tardiva).

giovedì 30 luglio 2015

Stress on the beach

Ho sempre dormito in spiaggia pubblica.
Mai avuto problemi a schiacciare un pisolino mentre tutti intorno fanno rumore.
Almeno fino a oggi, quando ho visto con i miei occhi cosa succede nei paraggi di chi si assopisce.
Un vicino di salviettone, in piena pennichella digestiva, ha nell'ordine rischiato:
- che un ombrellone mal conficcato e sollevato dal vento gli si piantasse come un paletto di frassino nel cuore (e meno male che non era girato a pancia in giù);
- che un manipolo di ragazzini esagitati lo ricoprisse di sabbia per trasformarlo nella Cima Coppi della pista delle biglie;
- che il cane simpatico a tutti e mascotte ufficiale della spiaggia lo scambiasse per orinatoio pubblico;
- che il bagnino palestrato e abbronzato non gli issasse il pattino sulla faccia preso com’era dal fare il piacione agli occhi delle bagnanti;
- che i bocciofili della domenica lo centrassero in pieno dopo aver lanciato il boccino a una manciata di granelli dalla tempia ("Che faccio? Sposto?" "No, lascia. Al massimo fa da sponda");
- che un pallone Supertele modello "chi se ne frega delle leggi della fisica" gli rimbalzasse in faccia dopo essere stato scagliato alla viva il parroco dal solito simpaticone che gioca ancora a fare le asinate di quando era ragazzo (grazie a Dio non s'è svegliato e ho potuto recuperare la palla).

venerdì 24 luglio 2015

Le abitudini vecchie del signore

"Il re è nudo! Il re è nudo!".
È proprio vero che i piccoli scorgono ciò che i grandi hanno smesso di notare.
Solo che, invece della fanciullesca esclamazione della fiaba di Andersen, mezzora fa un bambino petulante sulla battigia m'ha così esposto al pubblico ludibrio: "Il signore sta pisciando! Il signore sta pisciando!". 
Il tutto mentre ero a mollo nel mare ad altezza pube.
Sono seguiti nell'ordine: io che ci metto un millisecondo di troppo a capire che ce l'ha con me, gli adulti dei paraggi che m'investono di sguardi severi (ipocriti!), io che oppongo un flebile "Non è vero! Non è vero!" smentito dall'espressione di beatitudine in volto.

martedì 21 luglio 2015

Belén dico

Mi è sempre stato difficile chiedere scusa.
Questione di carattere, cocciutaggine, orgoglio.
Tipo Fonzie in Happy Days.
Mi risulta ancor più difficile quando mi viene rinfacciata una colpa di cui non mi sono minimamente accorto: una sbadataggine, un'omissione, una gaffe involontaria.
Mi diventa impossibile se dal piano del reale si passa a quello dell'immaginario.
Intuisco di aver "combinato" qualcosa quando al mattino Irene si volta bruscamente nel letto per sfuggire al bacio del buongiorno. Per poi rigirarsi di scatto e rivolgermi un livoroso "Stronzo!".
Piantata sul sagrato il giorno delle nozze? Schiaffeggiata in mondovisione? Tradita tra le gambe di Belén?
Non so cosa possa aver sognato quella notte, ma il fatto che io non le chieda scusa al risveglio (ci mancherebbe!) non fa altro che peggiorare la situazione di quella che sarà una luuunga giornata.
Allora, ancora mezzo intontito dal sonno, con le cispe sugli occhi e uno "stronzo" che mi rimbomba in testa, mi trascino verso il bagno arrovellandomi su che gusto perverso ci provi (Belén dico).

domenica 19 luglio 2015

La signora in pogo

10 motivi per cui capisci che l'età avanza e sarebbe meglio restarsene a casa a guardare le repliche della "Signora in giallo" invece di bazzicare i concerti delle feste estive come facevi in gioventù:
- non transigi sull'orario di partenza e ti affidi ciecamente al navigatore rispetto a quando partivi in clamoroso ritardo (tipo "Beviamo l'ultima e andiamo che il concerto è già iniziato") non sapendo neanche bene dove cazzo dovevi andare;
- cerchi pazientemente parcheggio con tanto di segnalatori di posizione mentre una volta abbandonavi l'auto in posti impensabili al punto che a fine serata ti aspettava il vigile per farti i complimenti;
- mentre ti avvii a piedi alla ricerca dell’area-festa uno sbarbatello dello staff ti dà non interpellato una dritta: “Guardi che la balera Marechiaro è da un’altra parte”;
- se il concerto è in ritardo di 5 minuti cominci a fischiare manco ti stessero rubando la vita (smetti quando ti accorgi che a farlo siete solo tu e un sessantenne un po' più in là: riconoscete il richiamo, vi cercate con lo sguardo, vi fissate per un istante e comunicate telepaticamente: "La morte sta venendo a prenderci e questi dilapidano il tempo che ci rimane");
- nel caso la musica fosse appena appena alta, ti giri sperso tra la folla verso il fonico a urlare: “Scusaaaaaa… scusaaa… Qua, io… scusa, puoi abbassare un pochetto?”;
- al pezzo in cui si battono  le mani all’unisono molli per primo causa fiatone pre-infartico; 
- nell'attimo esatto in cui comincia il pogo ti chiudi a riccio sperando di non essere risucchiato mentre all'epoca non vedevi l'ora di fiondarti nella calca per poi esibire a mo' di medaglie lividi ed escoriazioni;
- i pezzi che un tempo sapevi a menadito ora sono nella tua voce un susseguirsi di “Nana nana nanana” (tutti, indistintamente);
- allorquando scorgi uno del pubblico scalare il palco scarti subito l’opzione “sballone in vena di stage diving” e cominci invece a sbraitare: “L’Isis! L’Isis! L’Isis è tra noi!”;
- a fine concerto speri non seguano gli immancabili bis perché ad ossessionarti in testa è un pensiero: tornare a casa in tempo per aiutare Jessica Fletcher a trovare l'assassino.

martedì 30 giugno 2015

Grand jetè

Se dovete prendere delle piastrelle, sceglietele chiare e non chiazzate come quelle della mia anticamera.
Le macchie scure sul pavimento, belle e caleidoscopiche alla luce del sole, potrebbero assumere i contorni delle peggiori creature partorite da una mente traumatizzata nella penombra delle 4 del mattino. 
Come ogni uomo declinante verso i 40, nel cuore delle tenebre mi alzo e vado in bagno. Soprattutto d’estate.
Opzione “interruttore luce” scartata per non svegliare la coinquilina (il precedente vi fa preferire alla reazione di lei le peggiori creature partorite da una mente traumatizzata).
È a quel punto che scatta il terrore: si tratta di nerastre sfumature marmoree o sono obbrobriosi bagarozzi quelli acquattati sulle mattonelle?
Che poi non è tanto schifìo dei bagarozzi in quanto tali.
Ciò che mi terrorizza è il crack del carapace sotto la nuda pianta del piede.
Il trauma risale a quella volta che in colonia mi fiondai per primo in doccia e atterrai su una distesa brulicante di scarafaggi friabili e croccanti.
Da allora, se il bisogno fisiologico lo impone, mi alzo, vado in bagno e mi muovo sulle fredde piastrelle come Roberto Bolle sulle assi della Scala.
Da ragazzo ha un non so che di stoico-scenografico, da adulto di impacciato-fantozzico.
In punta di piedi, pur di evitare l’indecifrabile sotto di me, saltello, volteggio e infine plano con un grand jetè sulla tazza del cesso.
Applauso di zampette, sciacquone, sipario.

mercoledì 24 giugno 2015

Gli eroi son tutti giovani e bulli

In una giornata che, al pari di quelle che l'hanno preceduta, si preannuncia scandita da momenti ripetitivi e compromessi indigesti, è importante porre subito in essere quel piccolo gesto sovversivo che faccia sentire ancora giovani e vivi. 
Un atto puerile sufficiente però a sentirsi non ancora omologati agli automatismi dell'età adulta.
Il mio piccolo gesto sovversivo ha per scenario ogni mattina una rotonda che dalle viuzze interne del paese immette nello stradone direzione Treviglio.
Di per sé, per come è stata progettata, la via che sfocia nella rotonda impedisce di svoltare a sinistra verso lo stradone. Anche se solo per pochi centimetri d'asfalto, la via impone di girare a destra per una cinquantina di metri, quindi di circumnavigare un minuscolo rondò e di tornare poi indietro per quella stessa cinquantina di metri che infine confluisce sulla carreggiata per Treviglio.
Praticamente 100 scomodi metri e una trentina di preziosi secondi in più rispetto a ciò che il ribellismo scalpitante suggerirebbe in barba al conformismo imposto dalle leggi.
Ed è allora che si risveglia l'anarco-insurrezionalista che c'è in me: una rapida occhiata allo specchietto retrovisore e a quelli laterali, il segnalatore della freccia beatamente ignorato perché "la rivoluzione non è un pranzo di gala" e accelerata-rombata-sgommata a sinistra stile Fast&Furious con ghigno da stronzetto "Non mi avrete mai".
Non basta il tempo del viaggio a smaltire una botta d'euforia che si diluirà ora dopo ora nella melassa della monotonia quotidiana.
Ieri, per poco, non andavo in overdose da adrenalina: arrivato a Treviglio, ho parcheggiato appena appena fuori le righe.
Yeaaaaaaaaaaaaaaaah!

lunedì 22 giugno 2015

Diciottesimo: non disturbare il sonno d'altri!

Tra le più temute notti dell'anno c'è il Diciottesimo.
Occhi sbarrati e ore piccole.
Ma non per chi festeggia coi coscritti il raggiungimento della maggiore età.
Occhi sbarrati e ore piccole per chi vive nel proprio appartamentino sopra la piazza.
Di solito programmato in giugno, l'evento si concretizza un tardo sabato pomeriggio quando frotte di sbarbatelli e pischelle seduti ai giardinetti attendono il pullman che li traghetterà per minimo dieci ore nei gironi del discoinferno.
Pittati in faccia dalla truccatrice di Twilight e agghindati come pavoni da combattimento, i nostri regalano già in termini di schiamazzi un anticipo di ciò che qualche ora più tardi sarà amplificato dal silenzio dell'alba.
Giusto l'illusione di un sonno indisturbato e puntuale, verso le 5 antimeridiane, si spalanca il portellone del pullman consegnando all'esterno l'eco degli ultimi cori biascicati: "Se facciamo l'incidente muore solo il conducente, se facciamo l'incidente...".
Quindi, a interrompere il coro e a zittire gli usignoli, un rutto ancestrale di quando la Terra era popolata solo dai dinosauri.
Deve essere il maschio alpha, quello che nella nottata di bagordi si è imposto sul branco a furia di suoni gutturali e scoregge.
Allora ti alzi, sposti appena le listarelle della persiana per vedere in faccia l'essere immondo e vedi... lei, l'insospettabile, quella nota in paese per babysitterare gli infanti e suonare la chitarra alla messa domenicale.
È lei a guidare la pattuglia di zombie ora barcollanti giù dal pullman in attesa di un nuovo ordine.
È lei a incrociare per un millisecondo i tuoi occhi e a respingerti in branda al suono esorcistico di "'zzo c'hai da guardare, matùsa?".
Poche ore dopo sarà ai piedi dell'altare a strimpellare "Noi veniamo sobri a te, Signor!".

giovedì 18 giugno 2015

La notte prima

L'ultimo giorno di scuola ho chiesto a un mio ex studente ora in Quinta come stesse andando la preparazione della Maturità.
"Sono teso come un filo dell'alta tensione".
"Immagino, è normale: tutte le materie, i commissari esterni... Ci mancava poi il caldo torrido di questi giorni che innervosisce ancora di più".
"No prof, niente di tutto questo".
"E cosa allora?".
"Sono teso per la notte prima degli esami".
"Ho compreso ciò a cui ti riferisci. È trascorso del tempo ma ne conservo memoria come fosse ieri: ansia, Oddio non mi ricordo niente, tachicardia, insonnia, camomille, lenzuola sudate, le bombe delle sei che non fanno male...".
"No prof, niente di tutto questo".
"Scusa?".
"Si vede che è da un po' che è fuori dal mondo della scuola... Dall'altra parte della cattedra intendo".
"Ti prego, spiegami".
"In questi anni si è creata una gigantesca aspettativa sulla notte prima degli esami. Saranno stati i film, le canzoni o non so cosa, fatto sta che è considerato da ultra-mega-sfigati non passare in modo originale la notte prima degli esami".
"Cioè?".
"Cioè non lo so, profe. Cioè fare qualcosa che renda quella notte mitica, unica, indimenticabile".
"E gli esami?".
"Chissenefrega degli esami, profe! Sono teso perché non so ancora cosa fare la notte prima degli esami. Credo che non dormirò la notte prima della notte prima degli esami".

domenica 14 giugno 2015

Lilly

"Guarda come trema di dispiacere perché i suoi padroni stanno per partire".
I miei suoceri non hanno ancora capito, a distanza di anni, che Lilly non trema perché ha intuito con infallibile fiuto canino che i padroni stanno per partire e già ne avverte l'inconsolabile mancanza.
Lilly trema perché sa che di lì a due ore, una volta decollati i padroni per l'annuale vacanza di una settimana, resterà sola con me per sette interminabili giorni. 
E quando dico sola, intendo davvero sola: neanche Irene, in viaggio con i suoi, a farle da complice in una mitologica alleanza al femminile contro il maschio burbero e anaffettivo.
Solo io e Lilly.
O meglio, solo io e quando mi ricordo di Lilly.
Le quotidiane crocchette quattro stelle Michelin della suocera sostituite dai rimasugli dell'insalata del kebab caduta per terra e impiastricciata quanto basta di yogurt bianco e salsa piccante.
La ciotola perennemente riempita d'acqua soppiantata dai rivoli stagnanti nei sottovasi delle fioriere.
Le affettuose coccole della sera rimpiazzate dalle ruvide carezze dei miei talloni mentre guardo la televisione in modalità scazzata e spaparanzata.
La paterna protezione del suocero da quei cagnacci in calore del parchetto pubblico supplita dal mio giretto svogliato (purché non caghi in casa) condito di ingroppamenti plurimi mentro io mi fermo a parlare distrattamente col primo che passa.
Poi, scaduta la settimana, i miei suoceri tornano, mi abbracciano, mi ringraziano e subito rivolgono parole d'affetto alla loro cagnolina che fulminea si divincola e corre loro incontro: "Guarda come trema di felicità perché i suoi padroni sono tornati".

domenica 7 giugno 2015

Dott. Stranamore

Da un paio di settimane, complice il bel tempo, si fermano ai muretti sotto casa un paio di ragazzi, presumo a orecchio sui sedici anni, a parlare dei fatti loro che a quel punto diventano anche fatti miei.
Questo perché i due arrivano in piazza immancabilmente verso mezzanotte, ora in cui io vado a nanna, e mi fanno compagnia con le loro chiacchiere almeno per mezz'oretta, tempo di crollare nel sonno più ovattato.
Potrei leggere e farmi i cazzi miei, ma da un lato il loro borbottio mi deconcentra, dall'altro non vedo perché leggere la vita romanzata quando puoi ascoltare la vita raccontata.
E allora, pur non avendoli mai visti, posso dire di sapere abbastanza di loro: i nomi naturalmente, le voci, gli intercalari e i modi di dire, ma anche gli aneddoti, le sparate, i discorsi sui massimi sistemi, le confidenze.
In particolare uno dei due racconta ogni sera, in modalità loop, della cotta che s'è preso per una "tipella" del paese e giù racconto particolareggiato di come è fatta, cosa è bella e quanto è in gamba.
Fatto sta che l'altro ieri, sceso dalla macchina, incrocio per strada una ragazza nei tratti e nei modi spiccicata alla descrizione sentita per tante sere.
Allora, senza filtro, passandole a fianco quasi senza guardarla, le dico: "Guarda che piaci a Tizio".
Ieri sera, ai muretti in piazza, non ho sentito più i due amici, ma Tizio in compagnia della ragazza a cui avevo rivolto quasi per gioco la parola.
Dopo un'iniziale logorrea di entrambi, quasi a voler vincere la timidezza con le parole, è seguito un improvviso e prolungato silenzio.
Allora ho preso il libro dal comodino e ho ricominciato a leggere.

sabato 30 maggio 2015

Contrappasso postale

Credo esista un Dio delle Poste.
E credo anche sia parecchio vendicativo.
Me lo immagino su una nuvola in sella a un Piaggio alato con addosso la sindone catarifrangente e in testa il casco aureolato.
Credo passi le giornate, davanti al casellario di nuvole e ambrosia, a decidere i destini della corrispondenza mondiale.
E credo si sia dimenticato di me: da cinque mesi aspetto una lettera importante che stenta a materializzarsi nel vano della mia cassetta. Vi ci ritrovo di tutto fuorché quella lettera.
E allora mi viene in mente di quando ero un Suo adepto, di quando portavo in giro la posta per le strade della Bassa Bergamasca e, soprattutto, di quando facevo lo stronzo con l'attesa altrui.
Anziani soli che, al solo sentire il motorino in lontananza, si affacciavano speranzosi sull'uscio di casa nella vana illusione che quel giorno ci fosse qualcosa indirizzato a loro. Andava bene tutto: depliant pubblicitari, manifestini elettorali, tasse, multe; qualsiasi cosa interrompesse la monotonia del loro vivere quotidiano.
E forse per la stessa ragione, interrompere la monotonia del mio vivere quotidiano (ah, vuota gioventù...), m'inventavo gli scherzi più cinici del pianeta: mi dirigevo in loro direzione con un sorriso cordiale e poi sterzavo all'ultimo, mi fermavo davanti alla loro cassetta, mi sgranchivo e ripartivo, consegnavo una busta qualsiasi per poi dire: "Ah, scusi... Non è per lei".
Sono passati più di dieci anni da allora e credo che l'ultima visita che abbiano ricevuto sia stata quella della grande mietitrice.
Me li immagino ora sommersi di corrispondenza a fianco del Dio delle Poste sussurarGli nell'orecchio: "No, fermo. Facciamolo aspettare ancora un po'".
Credo esista un Dio delle Poste e che sia parecchio vendicativo.
Credo sia giusto così.

domenica 24 maggio 2015

Garage e unicorni

Deve essere una roba tipo quando Eva beccava Adamo con le mani in mano e gli ordinava di andare subito a dar da mangiare all'unicorno.
Fa niente se fino a un attimo prima s'era tirato matto a evitare che Caino e Abele si azzuffassero o a scacciare a bastonate il serpente dall'albero della Vita.
Figurarsi poi farle presente che l'unicorno era forse l'unica specie che Dio non aveva creato.
L'ordine era perentorio e non ammetteva repliche.
Una naturale propensione all'imperio femminile nei confronti del maschio che ha attraversato i secoli ed è giunta a noi praticamente immutata.
La mia da un po' di tempo s'è fissata sul "Devi sistemare il garage".
"Amoreee, finalmente sono a casa! Mi faccio una doccia e..." "...scendi a sistemare il garage?".
"Oh, e con questo ho finito! Finalmente posso..." "...scendere a sistemare il garage?".
"E ora una bella dormita. Uhm, però non prima di..." "...essere sceso a sistemare il garage?".
Fa niente se fino a un attimo prima m'ero tirato matto a passare il folletto o a correggere compiti.
Puntualmente, ogni due-tre settimane, scocca l'ora del diktat.
Che poi da sistemare non c'è niente: due mensole in croce con dei barattoli di latta sopra, una vecchia bici sgonfia in lenta ma inesorabile ossidazione, i vuoti che attendono l'imbottigliamento stagionale, una ruota di scorta appesa sulla parete in fondo.
Un presepe di gomma, ferro, legno e vetro che non ha bisogno di alcun repulisti.
È quasi bello così com'è: arte povera, natura morta, il sonno degli elementi.
Ma l'ordine è perentorio e non ammette repliche.
Puntualmente allora, ogni due-tre settimane, io scendo, vado al bar, mi faccio una birretta e dopo mezzora risalgo (non prima di essermi sporcato le mani quanto basta per lasciar supporre uno sbattimento immane).
L'ultima volta, però, deve aver capito qualcosa.
"Fatto?". "Fatto!". "Bene, adesso vai a dar da mangiare all'unicorno".

venerdì 15 maggio 2015

Carpe diem

E poi un giorno smetti di vederli come nomi su un registro e li scopri adolescenti fragili.
Paure e insicurezze negate, nascoste, camuffate, comunque trattenute a stento anche dal più sborone di loro: "Sembro una mongolfiera", "Sono un'acciughina", "Guarda che braccia lunghe mi ritrovo", "Guarda che gambe corte che ho", "Perché Dio mi ha fatto gli occhi da rana?"... Sembra di sentirli autoflagellarsi in testa mentre all'esterno fingono sicumera. A volte basta un nonnulla per farli crollare emotivamente e non sai mai bene come comportarti di fronte a emergenze del genere.
Allora decidi di prevenire e quel giorno racconti di quando avevi la loro stessa età e di come il tuo naso passò nel volgere di una nottata dai tratti delicati dell'infanzia a quelli pachidermici dell'adolescenza. E racconti le giornate trascorse nel bagno di casa ad angolare lo specchio nell'illusione che la prospettiva degli altri fosse diversa dalla tua, che solo a te appariva quella proboscide impiantata in faccia da un dio malevolo e dispettoso. E racconti le notti passate in pose da contorsionista perché il pollice non si staccasse un attimo dalla punta del naso sollevata all'insù nella vana speranza di risvegliarti al mattino con un profilo francese.
E infine racconti della lenta e faticosa accettazione di te, dei tuoi difetti e di quanto tutto ciò ti abbia a lungo andare arricchito e reso più forte. Quindi ti zittisci e proietti loro uno sguardo solidale, di chi ci è già passato, di chi non è alieno alle loro sofferenze.
Silenzio... Commozione? Empatia? Abbattimento delle porte spazio-temporali e azzeramento di ruoli ed età?
No, solo la quiete che precede la tempesta di sfottò: "prof. Nasone", "Occhio che ci bacchetta col naso!", "Prof, può guardare altrove ché mi fa ombra?", "Elephant prof".
Da qualche giorno ho ricominciato a dormire con la punta del naso all'insù.

giovedì 7 maggio 2015

Col clacson!

È uno di quei rari momenti in cui decidi di concedere del credito al resto dell'umanità.
Lo fai al mattino, quando tutto sta per ricominciare.
Un nuovo inizio, un inizio diverso.
Rinunci magnanimamente al tuo sacrosanto diritto di precedenza, pigi sul freno a mo' di inchino ottocentesco e lasci che un emerito sconosciuto riesca finalmente a bucare il traffico e a immettersi nell'incrocio che altrimenti l'avrebbe visto per minuti interminabili in interminabile attesa.
Lo fai così, scegli uno qualsiasi dell'anonima comunità che ti circonda, forse memore della massima biblica "Fai agli altri quello che vorresti venisse fatto a te" (o qualcosa del genere).
Accetti anche che quelli dietro di te - li scruti nello specchietto - ti inveiscano contro per quella concessione imprevista e gratuita.
Loro hanno fretta, loro non hanno tempo da perdere, loro non sono capaci di un simile gesto.
Tu sì, quel giorno sì: un'inaspettata voglia di fare pace col mondo e svestire per una volta i panni della rancorosa vittima di invisibili complotti altrui.
Una chance per gli altri e per te stesso.
Ma poi quello passa e non accenna neanche con la mano a un seppur timido ringraziamento.
E allora è l'inferno: passi il rimanente tragitto a sgranare un rosario di parolacce, trascorri la giornata sul lavoro a rivalerti su poveri innocenti e non vedi l'ora di riprendere la macchina a sera per accelerare all'ultimo istante appena uno, uno qualsiasi, crede ingenuamente di aver letto nel tuo sorriso la possibilità di immettersi nell'incrocio. Col clacson!

sabato 2 maggio 2015

Trucchi del mestiere

All'improvviso, quando meno te lo aspetti, nel bel mezzo di una spiegazione infervorata, quando credi di averli ipnotizzati come il pifferaio di Hamelin, arriva la domanda a cui non sai rispondere (c'è sempre una domanda a cui non sai rispondere).
La prima volta ti sei messo a nudo, hai deciso di ammettere sin da subito le tue debolezze di uomo vestito da professore, li hai guardati negli occhi da adulto fatto ad adulti in potenza e l'hai buttata sul filosofico: "Cos'è la verità, ragazzi? Io, adesso, potrei anche rispondervi. Ma cos'è la verità...?".
Reazione prima ancora di finire la frase: "Ok prof... Non lo sa".
Da allora, per preservare un barlume di credibilità, gioco alternativamente le seguenti carte:
- finto risentito: "Se fossi stato attento, adesso lo sapresti";
- vecchio scorbutico: "Mi hai preso per un jukebox?";
- oggetto d'antiquariato sul viale del tramonto: "Visto che passate le giornate intere a zigoviaggiare su internet, cercatevela da voi la risposta in quel pozzo di nozioni approssimate che è il web. Tanto noi non serviamo più a nulla, tanto noi...";
- maestro jedi: "Io non sono qua per sciogliere i tuoi dubbi. Io sono qua per insegnarti a sciogliere i tuoi dubbi";
- offeso isterico: "Questa è una provocazione bell'e buona! Bene, dividete i banchi e prendete un foglio. Ora!";
- premuroso mentore: "Mostrami di aver imparato a sfogliare il libro, vai all'indice e sii un bravo ricercatore scovando da te ciò che t'attanaglia";
- disinvolto arrampicatore di vetri: "Quello che mi chiedi è un dettaglio, l'importante è che tu abbia capito il quadro d'insieme" (al che devi sempre sperare di non trovarti di fronte quello capace di replicare: "Ma il quadro d'insieme è dato dalla somma dei dettagli!");
- esperto temporeggiatore in attesa del suono della campanella: "Tu mi chiedi in che giorno i giapponesi hanno attaccato Pearl Harbor. Vedi, se anzitutto i dinosauri non si fossero estinti...";
- monaco tibetano: "La risposta è dentro di te".

giovedì 30 aprile 2015

Necessaire

Necessaire da viaggio per gita fuori-porta di una notte con gli amici prima di conoscere lei: logoro zainetto Invicta della capienza di 18 litri 14 dei quali a perdere perché 4 bastavano e avanzavano a contenere due calzini di ricambio (spesso spaiati), una mutanda réversible (che scritto in francese fa meno fessone), canottiera già spadellata facente le veci anche di pigiama notturno, beauty essenziale (tanto tra soci ci si passava le cose), un pacchetto di crackers per la fame fuori orario, un libro, walkman sony e inseparabili audiocassette, due preservativi due ché non si sapeva mai (e infatti non si sapeva mai: sono ancora lì, come trilobiti fossili a imperitura memoria delle occasioni perdute). Tutto il resto nelle 4 tasche dei jeans (perfettamente reperibile nel seguente ordine da tergo a davanti): documenti, portafoglio, fazzoletto, portaocchiali con doppiofondo di caramelle alla liquirizia salva-pressione post-sbornia.
Necessaire da viaggio per gita fuori-porta di una notte con lei dopo aver conosciuto lei: logoro zainetto Invicta (unica sua magnanima concessione in ricordo dei tempi andati) della capienza di 18 litri appena appena sufficienti a contenere il beauty di lei (un concentrato di prodotti per l'igiene e l'imbellettamento che neanche la Fiera della Cosmesi di Vichy). Tutto il resto (vestiti, libri, aggeggi elettronici, varie ed eventuali) nel megatrolley da tre settimane caraibiche (così ce l'avevano venduto) con annessa lamentela per lo spazio sottrattole nello stretto vano laterale. Quanto basta per ospitare le mie cose: due calzini di ricambio (spesso spaiati), una mutanda...

domenica 26 aprile 2015

E io ne so il motivo

Tra gli innumerevoli disagi derivanti dall'abitare nella zona dove si volge il mercato settimanale (ricordarsi di spostare la macchina la sera prima, essere svegliati da furgoncini che sterzano in 28 manovre e ambulanti che berciano in 16 idiomi, parcheggiare a slalom al rientro tra cassette di frutta rancida e carcasse di angurie, inalare per il resto della giornata miasmi di pesce e tanfate di fritto), c'è un indubbio vantaggio che surclassa gli inconvenienti di cui sopra.
Mezzora di dormiveglia tra l'allestimento delle bancarelle e il momento della vera e propria levata durante il quale mi ronzano nelle orecchie le chiacchiere tra venditori in attesa dei primi avventori.
E' in quella mezzora di confidenze tra gente del mestiere che carpisco segreti sull'andamento dei prezzi che gli altri clienti non sanno: i nuovi limiti di legge per la pesca a strascico delle sardine, la penuria di mele della Val di Non a causa dell'invasione della mosca andalusa, le a dir poco rocambolesche fluttuazioni di mercato dei tanga di pizzo indossati dalla starlette di turno e poi ripudiati.
Un tesoro di informazioni che, quando mezz'ora dopo mi dirigo a piedi alla macchina passando tra le due ali di merci esposte, mi fa sostenere le avide occhiate dei commercianti adulatori come dire loro: "Io so. Sappiate che io so".
Loro intuiscono e non ci provano nemmeno.
Solo il pesce spada regge lo sguardo: fisso, vitreo, fiero (e io ne so il motivo).

sabato 18 aprile 2015

Teneri agguati

Può strapparvi al sonno nel cuore della notte, sovrapporsi alle battute decisive del film che volevate guardare da tanto, farvi sbandare al volante mentre siete concentrati nella guida, oltrepassare la porta in vetro della doccia e raggiungervi fin sotto lo sbruffino.
Per quanto cerchiate di esorcizzarla, già prevedete che tornerà vigliaccamente a interrompere un vostro momento di relax: non prima, non dopo, ma durante.
Durante il gol decisivo del derby, durante la lettura del giornale, durante un calice sorseggiato in silenzio, durante la pennichella pomeridiana, durante una qualsiasi parentesi di puro e sano cazzeggio dal logorio settimanale.
Puntuale a interrompere l'idillio giunge estemporanea la richiesta dell'abbraccino da parte di lei (non di un normale abbraccio bensì di un semplice "abbraccino", quasi a voler svilire con un diminutivo quella che invece è una vera e propria ingiunzione di affetto).
Voi non avete simili bisogni, loro sì.
Voi siete maschi, voi sapete che la relazione è fatta anche di un placido far niente, voi non necessitate di conferme emotive.
Al massimo, mentre siete spaparanzati sul divano, vi scappa: "Amore?".
"Sìììììììì?".
"Mi daresti...".
"Sìììììììì?".
"Mi daresti la birra fresca che c'è in frigo?".

venerdì 10 aprile 2015

Shampoo'n roll

Ormai è diventato un gioco tra me e Irene.
Finita la doccia e asciugati i capelli, lei prova a indovinare quale tipo di musica abbia fatto da sottofondo al mio appuntamento con l'igiene (e c'azzecca sempre!).
Tutto nasce dal fatto che, se è proverbiale "cantare sotto la doccia", per me lo è anche agitare le mani sulle note della stazione-radio scelta a caso con un giro-roulette della manopola un attimo prima di finire sotto lo sbruffino. Mani che un attimo dopo si lasciano possedere dal pezzo in onda e shampano a ritmo la zazzera determinandone forma e voluminosità.
Capita così che, terminate le operazioni di rito (sfregamento compulsivo del cuoio capelluto, insalviettamento tipo Wanda Osiris, ingellamento stile Grease e asciugamento by phone), non faccio in tempo a raggiungere Irene in cucina che subito lei: "Rock!" (ciuffo tirabaci alla Elvis), "Jazz!" (capelli arruffati da jam session), "Blues!" (acconciatura malinconica), "Radio Maria!" (caschetto da cresimando) e così via fino al bulbo tamarrato passando per il cotonato alla Nilla Pizzi.
Il problema è quando tra prima e seconda passata cambia il pezzo e soprattutto il genere: i capelli restano in un limbo indefinito che mette alla prova le capacità divinatorie di Irene.
Ma l'altra sera mi ha stupito: "Mazurka-Punk!".

(Ci siamo immaginati Raul Casadei frontman strafatto dei Sex Pistols, ci abbiamo riso sopra, abbiamo smesso all'improvviso, ci siamo eccitati parecchio).

mercoledì 8 aprile 2015

L'appostamento

L'appostamento è tutto.
Anche senza aver letto "L'arte della guerra" di Sun Tzu, un buon professore da gita sa che la giusta posizione nel corridoio è quella che bloccherà sul nascere ogni tentativo di evasione notturna da parte degli studenti.
Deve essere una posizione strategica che tenga d'occhio senza però essere tenuto d'occhio (imparagonabile la soddisfazione del ghigno spento sulla faccia dell'adolescente furtivo nel momento in cui, aperto silenziosamente l'uscio e messo un piede fuori dalla porta, vi scorge all'improvviso nell'angolo più impensabile del passaggio).
Ecco perché la prima mezzora del primo giorno in hotel, mentre gli altri sono impegnati a sistemarsi comodamente in stanza, il buon professore da gita studierà con passo felpato ogni singolo dettaglio (lunghezza e ramificazione del corridoio, distribuzione delle camere, illuminazione e punti di buio, grate di aerazione, collocazione degli estintori eventualmente spruzzati per coprire fughe disperate, etc.) di quello che col calare della notte diventerà lo scenario di un'estenuante partita a scacchi.
Un buon professore da gita, inoltre, con gli anni si è dotato di un corredo composto almeno da tre pigiami (tutti messi rigorosamente nel borsone) in tinta mimetica con le altrettante tipologie di arredamento interno degli alberghi: quello a esagoni rossi e gialli stile moquette di Shining, quello a losanghe ocra slavato en pendant con la carta da parati retrò, quello di flanella verde lucertola che rende simbiotici con la tappezzeria.
Unici nemici il passare delle ore e la soverchiante stanchezza allorché l'udito si ovatta e la vista si appanna, non abbastanza però da stroncare l'ultimo sgattaiolamento, quello delle 6.35, quando un povero turista giapponese abbassa il capo e non osa replicare al vostro assonnato ma ancora imperioso: "E tu dove pensi di andare?".

giovedì 2 aprile 2015

Specie gitanti

La fauna adolescenziale di ogni viaggio in pullman in occasione delle gite è pressoché invariabile.
Essa, a prescindere dalla meta e dalla durata della traversata, si compone infatti delle seguenti specie: 
- i vomitini della prima fila: tanto briosi al momento di congedarsi dai genitori quanto improvvisamente pallidi-catatonici dopo aver posato il piede sul bus (si ripiglieranno una volta giunti a destinazione e cominceranno a rompere quanto e più degli altri, a meno di insinuare loro: "Lo sapete che prima o poi risaliremo sul pullman, vero?");
- gli scocciatori delle file immediatamente successive alla prima: "Profe, quel castello che si vede laggiù cos'è? Qua dove siamo? Come si chiama questa montagna? Quel corso d'acqua ha un nome?" (si zittiscono solo quando in risposta ricevono un severo "Allora vuol dire che non hai studiato!"; temo però abbiano cominciato a mangiare la foglia);
- i cani sciolti delle file centrali: sguardo perso fuori dal finestrino, felpa dei Nirvana, cappuccio abbassato a coprire per metà gli occhi, auricolari inamovibili e tanta voglia di mandare affanculo tutto e tutti;
- gli incontinenti dei sedili vicini al portellone posteriore: i primi a lanciarsi al bagno dell'autogrill appena si fa sosta, quindi a fiondarsi al bar per tracannare una gazzosa in 7 secondi netti e infine ad avere nuovamente bisogno del bagno cento metri dopo essere ripartiti;
- i pomicioni della seconda metà del pullman: riconoscibili all'esterno dai vetri appannati e all'interno dalle nuche cui assocerete una faccia solo al ritorno quando implacabili papà (di lei) oseranno dividere con un rude strattone ciò che la gita aveva indissolubilmente unito;
- gli amiconi del tavolino: corsa ad accaparrassi i posti, briscole, goliardia e sfrenati progetti notturni destinati a infrangersi contro l'inamovibilità del prof in pigiama fuori dalla porta della camera;
- i casinari dell'ultima fila: calzini penzolanti ai piedi e scarpe decollate chissà dove, tendine tirate, musica (!?!) a palla, 'figa' e 'cazzo' ogni due per tre, briciole di Pringles frantumate sui tappetini e orsetti gommosi Haribo sparsi ovunque (loro non lo sanno, ma è ciò che li rende perennemente rintracciabili e sgamabili).

sabato 21 marzo 2015

Il tempo dei gitanti

Fresco di gita, a seguire alcuni motivi per cui non rinuncerei mai all'esperienza del viaggio d'istruzione nonostante le gravose responsabilità connesse alla gestione di una mandria scalpitante di adolescenti fuori-casa per un paio di giorni.
A partire dalla traversata in pullman:
- comandare a inizio viaggio un segno della croce collettivo ed essere richiamati dal pitignino della classe perché "in quel modo, prof, invoca il demonio: la mano giusta è quella destra!";
- ritirare i documenti, passare la prima mezzora a ridere delle foto di quando sapevano ancora di omogeneizzato e minacciarli con un sorriso, che si fa all'improvviso serio, di sputtanarli a vita;
- aver deciso da giorni la composizione delle camere, fingere ponziopilatescamente che tutto dipenda dall'hotel e scrollare le spalle ad ogni supplica del tipo "Voglio stare con" e "Non mi metta insieme a";
- scatenare il panico tra i ragazzi con un brusco e laconico: "So solo che, per esigenze di spazio, uno di voi dovrà dormire col prof";
- inforcare il microfono e fare un discorso paternalistico sulla pericolosità di 'droga, sesso e hardcore (magari ascoltassero rock 'n roll...)': niente fughe notturne in discoteca, niente corse precipitose al pronto soccorso, niente sgradevoli convocazioni in commissariato, niente inviti a battesimi di lì a nove mesi.


lunedì 16 marzo 2015

Mancamenti

Ogni giorno perdo 3 minuti di vita.
Nel senso che per 3 minuti ogni giorno svengo.
È la fase della toilette mattutina che sta tra il bidè e il cotton-fioc.
La ragione del mancamento non risiede né nel piacere autoindotto del primo né nel ravanamento invasivo del secondo.
Ma sta tutta nell'operazione di mezzo: io, lo specchio, la barba e il rasoio in mano.
Che poi si tratta di sparuti pelucchi sulle guance, quelli che stanno male, e non della peluria vera e propria che incornicia l'ovale.
Ma c'è un punto del viso, pochi centimetri di superficie epidermica sotto l'angolo sinistro della bocca, che al minimo contatto con la lama cede di schianto come l'argine di una diga.
Fulmineo affiora un fiotto di sangue: vivo, denso, rosso tempera.
Neanche tanto, quanto basta per provocare nell'ordine: calo di pressione, indietreggiamento vacillante, accasciamento fantozziano nella vasca da bagno.
Resuscito stile defribillatore solo quando dall'oltrevetro smerigliato un'ombra spazientita mi sollecita amorevolmente: "Allora, non ti sei ancora ripreso? Dai che devo mettere le lenti".

venerdì 13 marzo 2015

Buona giornata di merda

Come molti, c'ho un orologio biologico che mi fa scattare in piedi al mattino senza bisogno di suonerie a portata di orecchio o flash sberluccicanti ad altezza occhio.
A differenza di molti, la cosa biologica che mi dà la sveglia non è dentro di me ma è dentro il vicino che abita limitrofo a me.
Nel silenzio del dormiveglia condominiale, mentre l'androne della scale tace e le bestemmie dei dirimpettai albanesi hanno ancora la forma bofonchiata di un innocuo russare, alle 6.25 giunge puntuale come un orologio svizzero la scoreggia con cui il deretano del mio vicino saluta il mondo nell'incavo del sanitario prima di infilarsi la grisaglia da impiegato bancario.
Privilegiato più di altri dall'adiacenza della mia camera da letto con la sua toilette, da tempo aspetto solo quella tromba sfinterica ad annunciare l'inizio di un giorno nuovo.
Nessun tasto della sveglia da spegnere a tentoni nella penombra del risveglio e nessun fastidioso trillo contro cui imprecare a sogno interrotto.
Solo una flebile flatulenza che sembra sussurrarmi: "Pssst... Sveglia dormiglione, dai che un'altra giornata di merda sta per cominciare!".