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domenica 7 giugno 2015

Dott. Stranamore

Da un paio di settimane, complice il bel tempo, si fermano ai muretti sotto casa un paio di ragazzi, presumo a orecchio sui sedici anni, a parlare dei fatti loro che a quel punto diventano anche fatti miei.
Questo perché i due arrivano in piazza immancabilmente verso mezzanotte, ora in cui io vado a nanna, e mi fanno compagnia con le loro chiacchiere almeno per mezz'oretta, tempo di crollare nel sonno più ovattato.
Potrei leggere e farmi i cazzi miei, ma da un lato il loro borbottio mi deconcentra, dall'altro non vedo perché leggere la vita romanzata quando puoi ascoltare la vita raccontata.
E allora, pur non avendoli mai visti, posso dire di sapere abbastanza di loro: i nomi naturalmente, le voci, gli intercalari e i modi di dire, ma anche gli aneddoti, le sparate, i discorsi sui massimi sistemi, le confidenze.
In particolare uno dei due racconta ogni sera, in modalità loop, della cotta che s'è preso per una "tipella" del paese e giù racconto particolareggiato di come è fatta, cosa è bella e quanto è in gamba.
Fatto sta che l'altro ieri, sceso dalla macchina, incrocio per strada una ragazza nei tratti e nei modi spiccicata alla descrizione sentita per tante sere.
Allora, senza filtro, passandole a fianco quasi senza guardarla, le dico: "Guarda che piaci a Tizio".
Ieri sera, ai muretti in piazza, non ho sentito più i due amici, ma Tizio in compagnia della ragazza a cui avevo rivolto quasi per gioco la parola.
Dopo un'iniziale logorrea di entrambi, quasi a voler vincere la timidezza con le parole, è seguito un improvviso e prolungato silenzio.
Allora ho preso il libro dal comodino e ho ricominciato a leggere.

sabato 30 maggio 2015

Contrappasso postale

Credo esista un Dio delle Poste.
E credo anche sia parecchio vendicativo.
Me lo immagino su una nuvola in sella a un Piaggio alato con addosso la sindone catarifrangente e in testa il casco aureolato.
Credo passi le giornate, davanti al casellario di nuvole e ambrosia, a decidere i destini della corrispondenza mondiale.
E credo si sia dimenticato di me: da cinque mesi aspetto una lettera importante che stenta a materializzarsi nel vano della mia cassetta. Vi ci ritrovo di tutto fuorché quella lettera.
E allora mi viene in mente di quando ero un Suo adepto, di quando portavo in giro la posta per le strade della Bassa Bergamasca e, soprattutto, di quando facevo lo stronzo con l'attesa altrui.
Anziani soli che, al solo sentire il motorino in lontananza, si affacciavano speranzosi sull'uscio di casa nella vana illusione che quel giorno ci fosse qualcosa indirizzato a loro. Andava bene tutto: depliant pubblicitari, manifestini elettorali, tasse, multe; qualsiasi cosa interrompesse la monotonia del loro vivere quotidiano.
E forse per la stessa ragione, interrompere la monotonia del mio vivere quotidiano (ah, vuota gioventù...), m'inventavo gli scherzi più cinici del pianeta: mi dirigevo in loro direzione con un sorriso cordiale e poi sterzavo all'ultimo, mi fermavo davanti alla loro cassetta, mi sgranchivo e ripartivo, consegnavo una busta qualsiasi per poi dire: "Ah, scusi... Non è per lei".
Sono passati più di dieci anni da allora e credo che l'ultima visita che abbiano ricevuto sia stata quella della grande mietitrice.
Me li immagino ora sommersi di corrispondenza a fianco del Dio delle Poste sussurarGli nell'orecchio: "No, fermo. Facciamolo aspettare ancora un po'".
Credo esista un Dio delle Poste e che sia parecchio vendicativo.
Credo sia giusto così.

domenica 24 maggio 2015

Garage e unicorni

Deve essere una roba tipo quando Eva beccava Adamo con le mani in mano e gli ordinava di andare subito a dar da mangiare all'unicorno.
Fa niente se fino a un attimo prima s'era tirato matto a evitare che Caino e Abele si azzuffassero o a scacciare a bastonate il serpente dall'albero della Vita.
Figurarsi poi farle presente che l'unicorno era forse l'unica specie che Dio non aveva creato.
L'ordine era perentorio e non ammetteva repliche.
Una naturale propensione all'imperio femminile nei confronti del maschio che ha attraversato i secoli ed è giunta a noi praticamente immutata.
La mia da un po' di tempo s'è fissata sul "Devi sistemare il garage".
"Amoreee, finalmente sono a casa! Mi faccio una doccia e..." "...scendi a sistemare il garage?".
"Oh, e con questo ho finito! Finalmente posso..." "...scendere a sistemare il garage?".
"E ora una bella dormita. Uhm, però non prima di..." "...essere sceso a sistemare il garage?".
Fa niente se fino a un attimo prima m'ero tirato matto a passare il folletto o a correggere compiti.
Puntualmente, ogni due-tre settimane, scocca l'ora del diktat.
Che poi da sistemare non c'è niente: due mensole in croce con dei barattoli di latta sopra, una vecchia bici sgonfia in lenta ma inesorabile ossidazione, i vuoti che attendono l'imbottigliamento stagionale, una ruota di scorta appesa sulla parete in fondo.
Un presepe di gomma, ferro, legno e vetro che non ha bisogno di alcun repulisti.
È quasi bello così com'è: arte povera, natura morta, il sonno degli elementi.
Ma l'ordine è perentorio e non ammette repliche.
Puntualmente allora, ogni due-tre settimane, io scendo, vado al bar, mi faccio una birretta e dopo mezzora risalgo (non prima di essermi sporcato le mani quanto basta per lasciar supporre uno sbattimento immane).
L'ultima volta, però, deve aver capito qualcosa.
"Fatto?". "Fatto!". "Bene, adesso vai a dar da mangiare all'unicorno".

venerdì 15 maggio 2015

Carpe diem

E poi un giorno smetti di vederli come nomi su un registro e li scopri adolescenti fragili.
Paure e insicurezze negate, nascoste, camuffate, comunque trattenute a stento anche dal più sborone di loro: "Sembro una mongolfiera", "Sono un'acciughina", "Guarda che braccia lunghe mi ritrovo", "Guarda che gambe corte che ho", "Perché Dio mi ha fatto gli occhi da rana?"... Sembra di sentirli autoflagellarsi in testa mentre all'esterno fingono sicumera. A volte basta un nonnulla per farli crollare emotivamente e non sai mai bene come comportarti di fronte a emergenze del genere.
Allora decidi di prevenire e quel giorno racconti di quando avevi la loro stessa età e di come il tuo naso passò nel volgere di una nottata dai tratti delicati dell'infanzia a quelli pachidermici dell'adolescenza. E racconti le giornate trascorse nel bagno di casa ad angolare lo specchio nell'illusione che la prospettiva degli altri fosse diversa dalla tua, che solo a te appariva quella proboscide impiantata in faccia da un dio malevolo e dispettoso. E racconti le notti passate in pose da contorsionista perché il pollice non si staccasse un attimo dalla punta del naso sollevata all'insù nella vana speranza di risvegliarti al mattino con un profilo francese.
E infine racconti della lenta e faticosa accettazione di te, dei tuoi difetti e di quanto tutto ciò ti abbia a lungo andare arricchito e reso più forte. Quindi ti zittisci e proietti loro uno sguardo solidale, di chi ci è già passato, di chi non è alieno alle loro sofferenze.
Silenzio... Commozione? Empatia? Abbattimento delle porte spazio-temporali e azzeramento di ruoli ed età?
No, solo la quiete che precede la tempesta di sfottò: "prof. Nasone", "Occhio che ci bacchetta col naso!", "Prof, può guardare altrove ché mi fa ombra?", "Elephant prof".
Da qualche giorno ho ricominciato a dormire con la punta del naso all'insù.

giovedì 7 maggio 2015

Col clacson!

È uno di quei rari momenti in cui decidi di concedere del credito al resto dell'umanità.
Lo fai al mattino, quando tutto sta per ricominciare.
Un nuovo inizio, un inizio diverso.
Rinunci magnanimamente al tuo sacrosanto diritto di precedenza, pigi sul freno a mo' di inchino ottocentesco e lasci che un emerito sconosciuto riesca finalmente a bucare il traffico e a immettersi nell'incrocio che altrimenti l'avrebbe visto per minuti interminabili in interminabile attesa.
Lo fai così, scegli uno qualsiasi dell'anonima comunità che ti circonda, forse memore della massima biblica "Fai agli altri quello che vorresti venisse fatto a te" (o qualcosa del genere).
Accetti anche che quelli dietro di te - li scruti nello specchietto - ti inveiscano contro per quella concessione imprevista e gratuita.
Loro hanno fretta, loro non hanno tempo da perdere, loro non sono capaci di un simile gesto.
Tu sì, quel giorno sì: un'inaspettata voglia di fare pace col mondo e svestire per una volta i panni della rancorosa vittima di invisibili complotti altrui.
Una chance per gli altri e per te stesso.
Ma poi quello passa e non accenna neanche con la mano a un seppur timido ringraziamento.
E allora è l'inferno: passi il rimanente tragitto a sgranare un rosario di parolacce, trascorri la giornata sul lavoro a rivalerti su poveri innocenti e non vedi l'ora di riprendere la macchina a sera per accelerare all'ultimo istante appena uno, uno qualsiasi, crede ingenuamente di aver letto nel tuo sorriso la possibilità di immettersi nell'incrocio. Col clacson!

sabato 2 maggio 2015

Trucchi del mestiere

All'improvviso, quando meno te lo aspetti, nel bel mezzo di una spiegazione infervorata, quando credi di averli ipnotizzati come il pifferaio di Hamelin, arriva la domanda a cui non sai rispondere (c'è sempre una domanda a cui non sai rispondere).
La prima volta ti sei messo a nudo, hai deciso di ammettere sin da subito le tue debolezze di uomo vestito da professore, li hai guardati negli occhi da adulto fatto ad adulti in potenza e l'hai buttata sul filosofico: "Cos'è la verità, ragazzi? Io, adesso, potrei anche rispondervi. Ma cos'è la verità...?".
Reazione prima ancora di finire la frase: "Ok prof... Non lo sa".
Da allora, per preservare un barlume di credibilità, gioco alternativamente le seguenti carte:
- finto risentito: "Se fossi stato attento, adesso lo sapresti";
- vecchio scorbutico: "Mi hai preso per un jukebox?";
- oggetto d'antiquariato sul viale del tramonto: "Visto che passate le giornate intere a zigoviaggiare su internet, cercatevela da voi la risposta in quel pozzo di nozioni approssimate che è il web. Tanto noi non serviamo più a nulla, tanto noi...";
- maestro jedi: "Io non sono qua per sciogliere i tuoi dubbi. Io sono qua per insegnarti a sciogliere i tuoi dubbi";
- offeso isterico: "Questa è una provocazione bell'e buona! Bene, dividete i banchi e prendete un foglio. Ora!";
- premuroso mentore: "Mostrami di aver imparato a sfogliare il libro, vai all'indice e sii un bravo ricercatore scovando da te ciò che t'attanaglia";
- disinvolto arrampicatore di vetri: "Quello che mi chiedi è un dettaglio, l'importante è che tu abbia capito il quadro d'insieme" (al che devi sempre sperare di non trovarti di fronte quello capace di replicare: "Ma il quadro d'insieme è dato dalla somma dei dettagli!");
- esperto temporeggiatore in attesa del suono della campanella: "Tu mi chiedi in che giorno i giapponesi hanno attaccato Pearl Harbor. Vedi, se anzitutto i dinosauri non si fossero estinti...";
- monaco tibetano: "La risposta è dentro di te".

giovedì 30 aprile 2015

Necessaire

Necessaire da viaggio per gita fuori-porta di una notte con gli amici prima di conoscere lei: logoro zainetto Invicta della capienza di 18 litri 14 dei quali a perdere perché 4 bastavano e avanzavano a contenere due calzini di ricambio (spesso spaiati), una mutanda réversible (che scritto in francese fa meno fessone), canottiera già spadellata facente le veci anche di pigiama notturno, beauty essenziale (tanto tra soci ci si passava le cose), un pacchetto di crackers per la fame fuori orario, un libro, walkman sony e inseparabili audiocassette, due preservativi due ché non si sapeva mai (e infatti non si sapeva mai: sono ancora lì, come trilobiti fossili a imperitura memoria delle occasioni perdute). Tutto il resto nelle 4 tasche dei jeans (perfettamente reperibile nel seguente ordine da tergo a davanti): documenti, portafoglio, fazzoletto, portaocchiali con doppiofondo di caramelle alla liquirizia salva-pressione post-sbornia.
Necessaire da viaggio per gita fuori-porta di una notte con lei dopo aver conosciuto lei: logoro zainetto Invicta (unica sua magnanima concessione in ricordo dei tempi andati) della capienza di 18 litri appena appena sufficienti a contenere il beauty di lei (un concentrato di prodotti per l'igiene e l'imbellettamento che neanche la Fiera della Cosmesi di Vichy). Tutto il resto (vestiti, libri, aggeggi elettronici, varie ed eventuali) nel megatrolley da tre settimane caraibiche (così ce l'avevano venduto) con annessa lamentela per lo spazio sottrattole nello stretto vano laterale. Quanto basta per ospitare le mie cose: due calzini di ricambio (spesso spaiati), una mutanda...

domenica 26 aprile 2015

E io ne so il motivo

Tra gli innumerevoli disagi derivanti dall'abitare nella zona dove si volge il mercato settimanale (ricordarsi di spostare la macchina la sera prima, essere svegliati da furgoncini che sterzano in 28 manovre e ambulanti che berciano in 16 idiomi, parcheggiare a slalom al rientro tra cassette di frutta rancida e carcasse di angurie, inalare per il resto della giornata miasmi di pesce e tanfate di fritto), c'è un indubbio vantaggio che surclassa gli inconvenienti di cui sopra.
Mezzora di dormiveglia tra l'allestimento delle bancarelle e il momento della vera e propria levata durante il quale mi ronzano nelle orecchie le chiacchiere tra venditori in attesa dei primi avventori.
E' in quella mezzora di confidenze tra gente del mestiere che carpisco segreti sull'andamento dei prezzi che gli altri clienti non sanno: i nuovi limiti di legge per la pesca a strascico delle sardine, la penuria di mele della Val di Non a causa dell'invasione della mosca andalusa, le a dir poco rocambolesche fluttuazioni di mercato dei tanga di pizzo indossati dalla starlette di turno e poi ripudiati.
Un tesoro di informazioni che, quando mezz'ora dopo mi dirigo a piedi alla macchina passando tra le due ali di merci esposte, mi fa sostenere le avide occhiate dei commercianti adulatori come dire loro: "Io so. Sappiate che io so".
Loro intuiscono e non ci provano nemmeno.
Solo il pesce spada regge lo sguardo: fisso, vitreo, fiero (e io ne so il motivo).

sabato 18 aprile 2015

Teneri agguati

Può strapparvi al sonno nel cuore della notte, sovrapporsi alle battute decisive del film che volevate guardare da tanto, farvi sbandare al volante mentre siete concentrati nella guida, oltrepassare la porta in vetro della doccia e raggiungervi fin sotto lo sbruffino.
Per quanto cerchiate di esorcizzarla, già prevedete che tornerà vigliaccamente a interrompere un vostro momento di relax: non prima, non dopo, ma durante.
Durante il gol decisivo del derby, durante la lettura del giornale, durante un calice sorseggiato in silenzio, durante la pennichella pomeridiana, durante una qualsiasi parentesi di puro e sano cazzeggio dal logorio settimanale.
Puntuale a interrompere l'idillio giunge estemporanea la richiesta dell'abbraccino da parte di lei (non di un normale abbraccio bensì di un semplice "abbraccino", quasi a voler svilire con un diminutivo quella che invece è una vera e propria ingiunzione di affetto).
Voi non avete simili bisogni, loro sì.
Voi siete maschi, voi sapete che la relazione è fatta anche di un placido far niente, voi non necessitate di conferme emotive.
Al massimo, mentre siete spaparanzati sul divano, vi scappa: "Amore?".
"Sìììììììì?".
"Mi daresti...".
"Sìììììììì?".
"Mi daresti la birra fresca che c'è in frigo?".

venerdì 10 aprile 2015

Shampoo'n roll

Ormai è diventato un gioco tra me e Irene.
Finita la doccia e asciugati i capelli, lei prova a indovinare quale tipo di musica abbia fatto da sottofondo al mio appuntamento con l'igiene (e c'azzecca sempre!).
Tutto nasce dal fatto che, se è proverbiale "cantare sotto la doccia", per me lo è anche agitare le mani sulle note della stazione-radio scelta a caso con un giro-roulette della manopola un attimo prima di finire sotto lo sbruffino. Mani che un attimo dopo si lasciano possedere dal pezzo in onda e shampano a ritmo la zazzera determinandone forma e voluminosità.
Capita così che, terminate le operazioni di rito (sfregamento compulsivo del cuoio capelluto, insalviettamento tipo Wanda Osiris, ingellamento stile Grease e asciugamento by phone), non faccio in tempo a raggiungere Irene in cucina che subito lei: "Rock!" (ciuffo tirabaci alla Elvis), "Jazz!" (capelli arruffati da jam session), "Blues!" (acconciatura malinconica), "Radio Maria!" (caschetto da cresimando) e così via fino al bulbo tamarrato passando per il cotonato alla Nilla Pizzi.
Il problema è quando tra prima e seconda passata cambia il pezzo e soprattutto il genere: i capelli restano in un limbo indefinito che mette alla prova le capacità divinatorie di Irene.
Ma l'altra sera mi ha stupito: "Mazurka-Punk!".

(Ci siamo immaginati Raul Casadei frontman strafatto dei Sex Pistols, ci abbiamo riso sopra, abbiamo smesso all'improvviso, ci siamo eccitati parecchio).

mercoledì 8 aprile 2015

L'appostamento

L'appostamento è tutto.
Anche senza aver letto "L'arte della guerra" di Sun Tzu, un buon professore da gita sa che la giusta posizione nel corridoio è quella che bloccherà sul nascere ogni tentativo di evasione notturna da parte degli studenti.
Deve essere una posizione strategica che tenga d'occhio senza però essere tenuto d'occhio (imparagonabile la soddisfazione del ghigno spento sulla faccia dell'adolescente furtivo nel momento in cui, aperto silenziosamente l'uscio e messo un piede fuori dalla porta, vi scorge all'improvviso nell'angolo più impensabile del passaggio).
Ecco perché la prima mezzora del primo giorno in hotel, mentre gli altri sono impegnati a sistemarsi comodamente in stanza, il buon professore da gita studierà con passo felpato ogni singolo dettaglio (lunghezza e ramificazione del corridoio, distribuzione delle camere, illuminazione e punti di buio, grate di aerazione, collocazione degli estintori eventualmente spruzzati per coprire fughe disperate, etc.) di quello che col calare della notte diventerà lo scenario di un'estenuante partita a scacchi.
Un buon professore da gita, inoltre, con gli anni si è dotato di un corredo composto almeno da tre pigiami (tutti messi rigorosamente nel borsone) in tinta mimetica con le altrettante tipologie di arredamento interno degli alberghi: quello a esagoni rossi e gialli stile moquette di Shining, quello a losanghe ocra slavato en pendant con la carta da parati retrò, quello di flanella verde lucertola che rende simbiotici con la tappezzeria.
Unici nemici il passare delle ore e la soverchiante stanchezza allorché l'udito si ovatta e la vista si appanna, non abbastanza però da stroncare l'ultimo sgattaiolamento, quello delle 6.35, quando un povero turista giapponese abbassa il capo e non osa replicare al vostro assonnato ma ancora imperioso: "E tu dove pensi di andare?".

giovedì 2 aprile 2015

Specie gitanti

La fauna adolescenziale di ogni viaggio in pullman in occasione delle gite è pressoché invariabile.
Essa, a prescindere dalla meta e dalla durata della traversata, si compone infatti delle seguenti specie: 
- i vomitini della prima fila: tanto briosi al momento di congedarsi dai genitori quanto improvvisamente pallidi-catatonici dopo aver posato il piede sul bus (si ripiglieranno una volta giunti a destinazione e cominceranno a rompere quanto e più degli altri, a meno di insinuare loro: "Lo sapete che prima o poi risaliremo sul pullman, vero?");
- gli scocciatori delle file immediatamente successive alla prima: "Profe, quel castello che si vede laggiù cos'è? Qua dove siamo? Come si chiama questa montagna? Quel corso d'acqua ha un nome?" (si zittiscono solo quando in risposta ricevono un severo "Allora vuol dire che non hai studiato!"; temo però abbiano cominciato a mangiare la foglia);
- i cani sciolti delle file centrali: sguardo perso fuori dal finestrino, felpa dei Nirvana, cappuccio abbassato a coprire per metà gli occhi, auricolari inamovibili e tanta voglia di mandare affanculo tutto e tutti;
- gli incontinenti dei sedili vicini al portellone posteriore: i primi a lanciarsi al bagno dell'autogrill appena si fa sosta, quindi a fiondarsi al bar per tracannare una gazzosa in 7 secondi netti e infine ad avere nuovamente bisogno del bagno cento metri dopo essere ripartiti;
- i pomicioni della seconda metà del pullman: riconoscibili all'esterno dai vetri appannati e all'interno dalle nuche cui assocerete una faccia solo al ritorno quando implacabili papà (di lei) oseranno dividere con un rude strattone ciò che la gita aveva indissolubilmente unito;
- gli amiconi del tavolino: corsa ad accaparrassi i posti, briscole, goliardia e sfrenati progetti notturni destinati a infrangersi contro l'inamovibilità del prof in pigiama fuori dalla porta della camera;
- i casinari dell'ultima fila: calzini penzolanti ai piedi e scarpe decollate chissà dove, tendine tirate, musica (!?!) a palla, 'figa' e 'cazzo' ogni due per tre, briciole di Pringles frantumate sui tappetini e orsetti gommosi Haribo sparsi ovunque (loro non lo sanno, ma è ciò che li rende perennemente rintracciabili e sgamabili).

sabato 21 marzo 2015

Il tempo dei gitanti

Fresco di gita, a seguire alcuni motivi per cui non rinuncerei mai all'esperienza del viaggio d'istruzione nonostante le gravose responsabilità connesse alla gestione di una mandria scalpitante di adolescenti fuori-casa per un paio di giorni.
A partire dalla traversata in pullman:
- comandare a inizio viaggio un segno della croce collettivo ed essere richiamati dal pitignino della classe perché "in quel modo, prof, invoca il demonio: la mano giusta è quella destra!";
- ritirare i documenti, passare la prima mezzora a ridere delle foto di quando sapevano ancora di omogeneizzato e minacciarli con un sorriso, che si fa all'improvviso serio, di sputtanarli a vita;
- aver deciso da giorni la composizione delle camere, fingere ponziopilatescamente che tutto dipenda dall'hotel e scrollare le spalle ad ogni supplica del tipo "Voglio stare con" e "Non mi metta insieme a";
- scatenare il panico tra i ragazzi con un brusco e laconico: "So solo che, per esigenze di spazio, uno di voi dovrà dormire col prof";
- inforcare il microfono e fare un discorso paternalistico sulla pericolosità di 'droga, sesso e hardcore (magari ascoltassero rock 'n roll...)': niente fughe notturne in discoteca, niente corse precipitose al pronto soccorso, niente sgradevoli convocazioni in commissariato, niente inviti a battesimi di lì a nove mesi.


lunedì 16 marzo 2015

Mancamenti

Ogni giorno perdo 3 minuti di vita.
Nel senso che per 3 minuti ogni giorno svengo.
È la fase della toilette mattutina che sta tra il bidè e il cotton-fioc.
La ragione del mancamento non risiede né nel piacere autoindotto del primo né nel ravanamento invasivo del secondo.
Ma sta tutta nell'operazione di mezzo: io, lo specchio, la barba e il rasoio in mano.
Che poi si tratta di sparuti pelucchi sulle guance, quelli che stanno male, e non della peluria vera e propria che incornicia l'ovale.
Ma c'è un punto del viso, pochi centimetri di superficie epidermica sotto l'angolo sinistro della bocca, che al minimo contatto con la lama cede di schianto come l'argine di una diga.
Fulmineo affiora un fiotto di sangue: vivo, denso, rosso tempera.
Neanche tanto, quanto basta per provocare nell'ordine: calo di pressione, indietreggiamento vacillante, accasciamento fantozziano nella vasca da bagno.
Resuscito stile defribillatore solo quando dall'oltrevetro smerigliato un'ombra spazientita mi sollecita amorevolmente: "Allora, non ti sei ancora ripreso? Dai che devo mettere le lenti".

venerdì 13 marzo 2015

Buona giornata di merda

Come molti, c'ho un orologio biologico che mi fa scattare in piedi al mattino senza bisogno di suonerie a portata di orecchio o flash sberluccicanti ad altezza occhio.
A differenza di molti, la cosa biologica che mi dà la sveglia non è dentro di me ma è dentro il vicino che abita limitrofo a me.
Nel silenzio del dormiveglia condominiale, mentre l'androne della scale tace e le bestemmie dei dirimpettai albanesi hanno ancora la forma bofonchiata di un innocuo russare, alle 6.25 giunge puntuale come un orologio svizzero la scoreggia con cui il deretano del mio vicino saluta il mondo nell'incavo del sanitario prima di infilarsi la grisaglia da impiegato bancario.
Privilegiato più di altri dall'adiacenza della mia camera da letto con la sua toilette, da tempo aspetto solo quella tromba sfinterica ad annunciare l'inizio di un giorno nuovo.
Nessun tasto della sveglia da spegnere a tentoni nella penombra del risveglio e nessun fastidioso trillo contro cui imprecare a sogno interrotto.
Solo una flebile flatulenza che sembra sussurrarmi: "Pssst... Sveglia dormiglione, dai che un'altra giornata di merda sta per cominciare!".

sabato 7 marzo 2015

Un sorriso all'improvviso

Quale modo migliore di finire la giornata a scuola incrociando il sorriso di uno sconosciuto.
Sarà il buonumore per il lavoro finito, sarà quella gentilezza imprevista, fatto sta che pensi: "Che bello il mondo!".
Quindi contraccambi volentieri ma capisci ben presto che la dentatura esibita nasconde altro: un invito a fermarsi e a scambiare due chiacchiere.
L'hai già visto. In passato c'hai anche parlato. Ma certo, è il genitore di un alunno! Sì, ma quale alunno?
Troppe classi, troppi nomi, troppa voglia di essere già altrove.
Cerchi di guadagnare l'uscita ma, puntuale, ti raggiunge la domanda: "Allora?".
L'orgoglio professionale (in classe hai fatto una testa quadra sull'importanza della memoria) ti impedisce di esordire con un imbarazzante: "Scusi, lei sarebbe...?".
Cominci a schiudere le labbra sperando in un nanosecondo di associare quella faccia da genitore alla corrispondente faccia da studente.
Chiami in soccorso Mendel e l'ereditarietà dei caratteri genetici.
Un ultimo sforzo fisionomico... Niente, tempo scaduto.
E allora vai di repertorio: "Diciamo che va meglio".
Sguardo impenetrabile.
"Va meglio ma può ancora migliorare...".
Un viso fatto perplessità.
"Va meglio, può ancora migliorare e la volontà mi pare che non manchi".
Centro! Imperturbabilità scalfita: "Speriamo... quantomeno che impari a improvvisare da lei".
Colpito e affondato.

venerdì 27 febbraio 2015

Come la neve

Mattinata di correzioni.
Esercizietto sulle figure retoriche: similitudini, metafore e compagnia bella.
Spunto: la neve come termine di paragone.
Scopo: potenziare il lessico, arricchire la comunicazione, stimolare la fantasia. 
Uno si aspetta gli evergreen transgenerazionali: "... soffice come la neve", "...bianco come la neve", tutt'al più un "...ovattato come la neve".
E invece ti ritrovi: "La vita è come un pupazzo di neve. Tanta fatica per farlo e un po' di pioggia per scioglierlo".
Commento a margine: "L'importante è non rimanere con la carota in mano".

domenica 22 febbraio 2015

Bastardo dentro!

Robe da professore: imbambolarsi come un bambino a fissare la neve fuori dalla finestra di classe, addirittura sorridere inavvertitamente, accorgersi all'improvviso che LORO se ne sono accorti e annunciare subito una verifica a sorpresa perché ne va della tua reputazione di insegnante stronzo e insensibile.

venerdì 20 febbraio 2015

Esse sanno

Le donne hanno un ordine che l'uomo non sa.
Soprattutto in casa.
Puoi sforzarti di ragionare come loro quanto vuoi, puoi impegnarti come uno scolaretto che non vuole deludere la maestra, ma i piatti sul lavello saranno sempre disposti "in modo assurdo", i panni stesi "alla cazzo di cane", le scarpe sistemate "ad minchiam".
Che poi voi le guardate mentre mettono mano al vostro supposto disordine e vi chiedete: "Che cazzo di differenza ci sarà, boh?".
Ma per loro una differenza c'è, eccome, e allora vi concentrate sulla milionesima dimostrazione pratica che si conclude sempre con uno stentoreo "Adesso ho capito!".
Capito una cippalippa: la volta dopo sbagliamo ancora convinti invece di aver fatto bene, di aver seguito alla lettera le istruzioni, di aver ottemperato agli ordini, ma bocciati infine da uno sconsolato scrollar di capo.
C'è sempre qualcosa che non va; anche solo un cucchiaino fuori posto che rovina il tutto.
Allora ieri gliel'ho fatta: ho sistemato le stoviglie basandomi sulla foto scattata di nascosto col cellu il giorno prima.
Avrei così dimostrato, una volta subita l'ennesima umiliazione, che non erano le cose a non essere in ordine. Avrei dimostrato che era lei ad aver un fottuto pregiudizio femminile sulla mia maschile inettitudine ad occuparmi delle faccende domestiche.
È entrata, ha guardato il lavello e ha detto: "Perfetto! Bravo! Così si fa!".
Le donne hanno un ordine che l'uomo non sa.

martedì 17 febbraio 2015

Di paliNsesto

Mi ritengo una persona abbastanza tollerante.
Quello che mi infastidisce (e ce ne sono di cose che mi infastidiscono) ho imparato a sopportarlo con gli anni e a considerarlo comunque una parte del tutto, di cui anch'io sono solo un infinitesimale spicchio.
Ma inseguirei con l'ascia i responsabili dei palinsesti televisivi notturni quando indicano un orario e mandano immancabilmente in onda il film tre quarti d'oro dopo.
Hai voglia a stare largo coi margini della registrazione, loro lo sanno e fanno in modo che il film finisca anche solo una battuta dopo l'attimo preciso in cui il videoregistratore ha smesso di funzionare.
Si tratta solitamente della battuta decisiva, quella che svela dettagli, dà un senso alla trama e vi manda a letto rimuginosi ma pacificati su quanto appena visto.
E invece no: fotogrammi persi nei meandri della notte, voi che v'innervosite perché è come leggere un romanzo e trovare l'ultima pagina strappata, il sonno rovinato dai mille finali alternativi che vi girano per la testa.
Ad esempio da ieri sera mi tormento su cosa stesse per dire Rocco Siffredi.

venerdì 13 febbraio 2015

Il prossimo, grazie

Ormai sento distintamente i loro pensieri mentre mi avvicino ostentando la più disinvolta delle disinvolture.
Musichetta di sottofondo e chiacchiere intorno non valgono a silenziare le loro paranoie: "Non venire da me. Ti prego, non venire da me. Non venire da me...". 
Una specie di mantra scaccia-incubo che funzionerà per tutte loro tranne una. 
E sì, perché una benedetta cassa dove appoggiare la spesa a un certo punto dovrò pur sceglierla.
Un ultimo barlume di speranza nello sguardo della cassiera quando cerca con lo sguardo Irene nel caso mi raggiungesse all'ultimo secondo dalla corsia del latticini.
Ma quando capisce che sono davvero solo è la fine.
Che poi sono anche bravo a disporre a incastro i prodotti sul nastro scorrevole; è il dopo che mi frega: non riesco a tenere il ritmo di chi mi serve, addirittura più lenta del solito pur di darmi il tempo di infilare tutto nei sacchetti.
Ma non ce la faccio: m'incasino, vado in pappa col cervello, mi sento improvvisamente ostaggio del criterio delle cose fragili sopra e di quelle pesanti sotto.
Guai a contravvenire, poi sono cavoli amari a casa.
Ogni nuovo prodotto che mi scivola incontro mi sembra più pesante di quello imbustato un attimo prima e allora via a disfare e rifare mentre due metri più in là la fila s'ingrossa e s'innervosisce.
Non vi dico la serenità collettiva quando l'estate scorsa mi sono presentato alla cassa col carrello pieno solo di una grossa anguria.
Io e la cassiera c'abbiamo anche scherzato sopra.
A casa l'anguria sembrava perfino più buona.

sabato 7 febbraio 2015

No smoking

Non male la proposta del Ministero della Salute di levare la sigaretta dalle mani degli attori perché dall'alto del grande schermo non facciano da cattivo esempio. Potremmo addirittura far sì che la legge abbia valore retroattivo: anziché un'aspirata di sigaro un bel morso a un ipercalorico cheeseburger ogni volta che Hannibal Smith è soddisfatto del piano ben riuscito, invece di una sigaretta col bocchino un frustino sadomaso per quell'isterica di Crudelia Demon, al posto dell'inconfondibile Chesterfield uno sfizioso togo al cioccolato per Humphrey Bogart, in sostituzione del vizioso narghilè un sano vaporizzatore per i bronchi intasati del povero brucaliffo.

sabato 31 gennaio 2015

Contestazione amichevole

Il problema di quando vieni tamponato dalla casalinga sessantenne appena tornata dal fare la spesa non è tanto il danno in sé quanto la constatazione amichevole.
Al di là dell'ammaccatura alla carrozzeria o del colpo di frusta alla schiena, a innervosire in un crescendo vesuviano è la disarmante non-collaborazione della responsabile dell'incidente.
Potete anche aver innescato il più gandhiano dei training autogeni, ma se la tamponatrice vi accoglie con un candido "Ce l'ha lei il foglio della constatazione ché il mio l'ho già usato ieri?", allora i nervi cominciano a dare segni di iperattività.
Seguono nell'ordine: "Compili tutto lei che io non ci vedo", "Il tagliando di cosa?", "Aspetti che chiamo mio marito che è lui che si occupa di queste cose", "A proposito, mi presta il telefonino che chiamo mio marito?", "Posso fare B invece di A?".
Ciliegina sulla torta dopo esser riuscito a raccogliere tutti i dati (tuoi e SUOI) perché con le assicurazioni non si sa mai: "Manca tanto? Mi si stanno scongelando i surgelati".

sabato 17 gennaio 2015

Parenti impertinenti

Accompagnato anche l'ultimo parente alla porta (lo zio sbronzo persosi nello sgabuzzino), ecco in sintesi alcune domande che in questi giorni di banchetti forzati avrei evitato volentieri:
- "Allora, quando ti sposi?" (compresa la variante della prozia bigotta: "Attento che, se continui a convivere nel peccato, Gesù non ti guarda più!");
- "Ehi giovane, cosa aspetti a mettere al mondo un piccolo Davide?" (risposta trattenuta a stento: "Aspetto che faccia un po' di posto tu sulla Terra!");
- "Uèlla prof, pacchia per tre settimane eh?" (Sì, certo; quanto basta perché i temi si correggano da soli);
- "Ah, ma non bisognava vestirsi eleganti?" (se in casa mia c'ho voglia di stare in tuta afflosciata e felpa spadellata, posso! OCCHEI?);
- "Uhm, anche quest'anno Prosecco invece dello Champagne... Sempre al risparmio, vero?" (Uhm, anche quest'anno una domanda inopportuna invece di una intelligente... Sempre coglione, vero?);
- "Pronti a giocare alla strip-tombola?" (no, la strip-tombola, no!);
- "Qualcuno ha visto lo zio sbronzo?";
- "Ma se ti faccio una domanda del cavolo non è che poi la pubblichi su feisbùk?".

lunedì 5 gennaio 2015

Il muco parlante

Avvolto dalle tenebre.
Arriva improvviso.
O meglio puntuale (perché alle feste ci tiene), ma non sai mai bene quando. Il momento della giornata sì, la notte, ma la data precisa no, quella no.
Anzi, per poco arrivate a credere che quest'anno non si farà vedere e vi lascerà godere il Santo Natale. E invece non si smentisce mai.
Annunciato solo da un'ultima espirazione che in un attimo si fa arrancata fino a spegnersi.
Addio placido riposo, arrivederci sogni melliflui, benvenuto dormiveglia agitato.
È il naso tappato.
Non valgono i suffumigi della nonna a esorcizzarlo, tantomeno unguenti miracolosi né inalatori magici.
Dal momento dell'occlusione comincia una settimana di notti convulse ed esami di coscienza appollaiati a bordo narice a riempire il tempo che vi separa dalla sveglia ufficiale.
Voi, il naso otturato e il soffitto in cui specchiare i bilanci esistenziali sempre rimandati e le critiche accuratamente ignorate.
Se fosse una fiaba di Collodi, sarebbe il muco parlante che costringe ai conti con se stessi.
A me è successo stanotte, a voi succederà a breve.
Buone Feste.

giovedì 1 gennaio 2015

Il più buono

Fai, fai... Alzati eccezionalmente quei 5 minuti prima perché ti sei ricordata all'improvviso dei biscotti ormai alla fine e vuoi le macine rimanenti tutte per te.
Accoglimi pure con un sorriso beffardo mentre ti raggiungo tardivamente al desco.
Rallenta volutamente il pucìo dell'ultima pasta frolla così da farmi pesare la fatalità del momento.
Tu non sai una cosa, cara la mia lestofante.
Tu non conosci la Legge dei Fonzie per cui il più buono si annida tutto sul fondo.
Allo stesso modo per i biscotti: quei rimasugli apparentemente insulsi sono in realtà intrisi del sapore che per giorni li ha sovrastati relegandoli in basso nella confezione.
Un'esplosione di gusto e di piacere che mi leggi sulla faccia e che scambi per puerile messinscena pur di non dartela vinta.
Fai, fai... Continua ad alzarti prima convinta di fregarmi e ti perderai i piaceri della vita.

domenica 28 dicembre 2014

Campagna per la sensibilizzazione contro l'abbandono degli ombrelli

Ogni anno, con l'approssimarsi dell'estate, arriva l'immancabile campagna contro l'abbandono dei cani.
Sacrosanta, più che legittima.
Ogni anno, con l'approssimarsi dell'autunno, scatta l'indifferenza generale a proposito di un'altra piaga della nostra società: l'abbandono degli ombrelli.
Se 60 milioni di Italiani ne avessero uno, il settore manifatturiero in questione sarebbe il più fiorente e trainante dell'economia nazionale.
A circolarne, probabilmente, non saranno più di un migliaio; forse qualche centinaia.
Pochi stanno in casa; la maggior parte attendono un nuovo padrone fuori dai bar, incastrati fra i sedili del vagone della metro, negli androni dei palazzi in cui si è stati ospiti per una sera.
Passano di mano in mano non per tacito accordo da loggia massonica ma per la superficialità e la sbadataggine con cui trattiamo un oggetto che ci è utile fintanto che piove.
Poi, al diradarsi delle nubi, l'indifferenza ("Ma stamattina ero uscito con...?", "Eppure mi sembrava di aver preso...", "Ho come la sensazione di..."). 
Un giorno, ormai adulti, fuori da un negozio, nell'attimo esatto in cui afferrerete il primo ombrello a disposizione per evitare di infradiciarvi fino alla macchina, vi ritroverete in mano l'ombrellino con Minny e Topolino che da bambini vi copriva la testa mentre, mano nella mano del vostro papà, saltellavate nelle pozzanghere verso scuola. Poi, un pomeriggio, usciti di corsa dopo l'ultima campanella, la dimenticanza e la sparizione. E a casa giù lacrime.
Anche vent'anni dopo, a passo affrettato verso la macchina, avvertirete la sensazione di una lacrima sul viso.
In realtà sarà quella dell'ombrello, felice ed emozionato come il cane Argo al ritorno di Ulisse.
Il prossimo autunno non scordate in giro l'ombrello; altrimenti, i veri bastardi, sarete voi!

domenica 21 dicembre 2014

A volte permangono

Hai vinto tu.
Credevo te ne fossi andata, al punto che avevo smesso di cercarti.
E invece, una notte del 21 novembre 2014, torni da me; a non poche settimane dal nostro ultimo incontro.
E lo fai al solito modo: svolazzandomi di punto in bianco sopra la testa quasi a voler sbeffeggiare ad alta voce me e Madre Natura che da tempo ti vorrebbe morta (e io con Lei).
E allora cambio strategia: "Alleati di ciò che non puoi distruggere". E così farò.
Lascerò scoperto ogni notte un sussurro di carne, lì dove finisce il pigiama e comincia la chiappa sinistra. Ti nutrirò, ti vizierò, ti coccolerò.
E tu mi ronzerai attorno al mio rientro a casa, andrai a prendermi il giornale, mi riporterai indietro le cellule morte che ti lancerò come fa un cane con l'osso.
Sarai la mia personale zanzara domestica.
Hai vinto tu.

sabato 13 dicembre 2014

All'improvviso una conosciuta

Avete presente quando uscite dalla doccia coi capelli gocciolanti e gli occhi socchiusi causa effetto-schiuma e allungate le mani a tentoni per afferrare il salviettone che è lì da qualche parte (e siete sicuri che c'è; una delle poche certezze della vita) e, una volta trovato, cominciate a sfregarvi la testa con voluttà come vi faceva la mamma quando eravate bambini che all'inizio vi opponevate ma poi tutt'e due scoppiavate a ridere insieme e allora adesso sfregate con frenesia nell'oscurità e in apnea quasi a voler ricreare il candore di quei momenti e solo a un certo punto riaprite gli occhi e tornate alla brusca realtà ma è stato bello lo stesso per un attimo fingersi l'innocente creatura di allora visto che è da mo' che avete perso quella spensieratezza? Avete presente?
Ecco, accertatevi prima che non ci sia una cimice sopra.

domenica 7 dicembre 2014

Per chi suona la campana

Un giorno ti inviterò a far serata insieme e ti porterò nei posti dove c'è del buon vino.
Anche se in linea d'aria siamo distanti non più di una cinquantina di metri, sarà la prima occasione per fare un sunto delle nostre vite fino ad allora l'uno all'altro sconosciute.
E andremo avanti a conoscerci aspettando l'alba di un giorno nuovo.
Quindi ti riporterò a casa e, poco dopo averti salutato sull'uscio col sorriso reciproco di un'amicizia in divenire, risalirò sulla macchina per fare altrettanto.
Ma in realtà non andrò a letto ma me ne starò seduto lì, in attesa che la luce della tua stanza si spenga e tu ti sia addormentato sfinito dalla lunga serata.
Solo allora scenderò dall'auto e comincerò a suonare ripetutamente il campanello al ritmo melenso di Fra' Martino.
E quando tu risponderai ancora assonnato e parecchio infastidito, io ti augurerò: "Buona domenica del cazzo, caro il mio campanaro!".