Ormai sento distintamente i loro pensieri mentre mi avvicino ostentando la più disinvolta delle disinvolture.
Musichetta di sottofondo e chiacchiere intorno non valgono a silenziare le loro paranoie: "Non venire da me. Ti prego, non venire da me. Non venire da me...".
Una specie di mantra scaccia-incubo che funzionerà per tutte loro tranne una.
E sì, perché una benedetta cassa dove appoggiare la spesa a un certo punto dovrò pur sceglierla.
Un ultimo barlume di speranza nello sguardo della cassiera quando cerca con lo sguardo Irene nel caso mi raggiungesse all'ultimo secondo dalla corsia del latticini.
Ma quando capisce che sono davvero solo è la fine.
Che poi sono anche bravo a disporre a incastro i prodotti sul nastro scorrevole; è il dopo che mi frega: non riesco a tenere il ritmo di chi mi serve, addirittura più lenta del solito pur di darmi il tempo di infilare tutto nei sacchetti.
Ma non ce la faccio: m'incasino, vado in pappa col cervello, mi sento improvvisamente ostaggio del criterio delle cose fragili sopra e di quelle pesanti sotto.
Guai a contravvenire, poi sono cavoli amari a casa.
Ogni nuovo prodotto che mi scivola incontro mi sembra più pesante di quello imbustato un attimo prima e allora via a disfare e rifare mentre due metri più in là la fila s'ingrossa e s'innervosisce.
Non vi dico la serenità collettiva quando l'estate scorsa mi sono presentato alla cassa col carrello pieno solo di una grossa anguria.
Io e la cassiera c'abbiamo anche scherzato sopra.
A casa l'anguria sembrava perfino più buona.
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Eh... l'esperienza delle donne.... ahhahahahahahah
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