Treno per Bergamo.
Una vita che non lo prendo.
Di fronte a me una scena triste, al limite dell'incivile.
Due punkabbestia insultano e spintonano un anziano controllore per il solo fatto di aver chiesto loro i biglietti.
Nessuno che interviene (e il vagone è abbastanza affollato), tutti zitti, sguardi bassi sul cellulare.
E sì che sono solo due, e sì che hanno torto marcio.
Ognuno semplicemente preferisce ignorare e continua a digitarsi i fatti propri.
Anche adesso che sto scrivendo al volo questo post prevale l'omertà.
È la vittoria della barbarie individualista sul senso di comunità.
Dove andremo a finire non so.
Adesso lo cerco su Google Maps.
Post più popolari
-
Di notte ho sempre avuto paura di due cose. Una è l'uomo nero. Chiamatelo come volete, ma sin da piccolo mi terrorizza l'idea di a...
-
Animali individuati nella nuova casa (stanziali o anche solo di passaggio) a quattro mesi del trasloco: - nido di calabroni; - api varie e...
-
“Zitti e buoni!” Scopro solo ora che il titolo della canzone con cui i Maneskin hanno vinto a Sanremo sarebbe ispirato alle parole con cui i...
-
Leggenda vuole che il primo impatto di un bambino con l'acqua, per prendere confidenza con l'elemento, debba essere diretto, forte, ...
-
La cosa più buffa che fa ultimamente è questa: cerca di raccogliere da terra la cosa su cui ha appena messo il piede e che quindi, inevitabi...
sabato 23 marzo 2019
venerdì 1 marzo 2019
K.o.ala
Da quando sono padre sempre meno esco a far bisboccia.
Una massimo due volte all'anno.
Se capita, rientro a casa brillo e in preda ai sensi di colpa.
Forse in preda ai sensi di colpa perché brillo.
Forse brillo perché in preda ai sensi di colpa.
Tempo sottratto a mio figlio, a giocare con lui, a vederlo crescere.
Fatto sta che, tornato a casa, mi accartoccio ancora vestito attorno alla sagoma dormiente di Federico e lo stringo a me.
Quanto basta per avvertirne il morbido contatto senza svegliarlo.
Un abbraccio riparatore per chiedergli perdono delle mie manchevolezze.
Io avvolgente, lui impassibile.
Quasi distaccato.
Mi risveglio il mattino dopo avvinghiato al grosso koala di peluche al centro della stanza. Fede si muove intorno col bastone dello swiffer a pungolarmi come si farebbe con la carcassa di un animale morto.
Irene sulla sfondo oscilla sconsolata la testa.
Io muovo solo le pupille come un camaleonte cercando di capire cosa sia successo.
Rinuncio per emicrania da domande senza risposta.
Richiudo gli occhi.
Non prima di essermi ripromesso nuovamente 'Mai più'.
Mi alzerò dal pavimento solo un paio di ore dopo.
Nessuno in casa.
Solo il koala di peluche a farmi compagnia.
Mi propone di bere l'ultima.
Nessuno mi capisce.
Una massimo due volte all'anno.
Se capita, rientro a casa brillo e in preda ai sensi di colpa.
Forse in preda ai sensi di colpa perché brillo.
Forse brillo perché in preda ai sensi di colpa.
Tempo sottratto a mio figlio, a giocare con lui, a vederlo crescere.
Fatto sta che, tornato a casa, mi accartoccio ancora vestito attorno alla sagoma dormiente di Federico e lo stringo a me.
Quanto basta per avvertirne il morbido contatto senza svegliarlo.
Un abbraccio riparatore per chiedergli perdono delle mie manchevolezze.
Io avvolgente, lui impassibile.
Quasi distaccato.
Mi risveglio il mattino dopo avvinghiato al grosso koala di peluche al centro della stanza. Fede si muove intorno col bastone dello swiffer a pungolarmi come si farebbe con la carcassa di un animale morto.
Irene sulla sfondo oscilla sconsolata la testa.
Io muovo solo le pupille come un camaleonte cercando di capire cosa sia successo.
Rinuncio per emicrania da domande senza risposta.
Richiudo gli occhi.
Non prima di essermi ripromesso nuovamente 'Mai più'.
Mi alzerò dal pavimento solo un paio di ore dopo.
Nessuno in casa.
Solo il koala di peluche a farmi compagnia.
Mi propone di bere l'ultima.
Nessuno mi capisce.
Iscriviti a:
Post (Atom)

