Ho sempre avuto terrore del dentista e della sua strumentazione da aguzzino (a volte sogno un succhia-saliva gigante che scende all'improvviso dal cielo e mi aspira nonsodove).
Ogni seduta una battaglia con l'ansia perché non diventi panico vero e proprio.
Non sono mancati in passato svenimenti, conati e brevi pianti isterici.
Allora, quando l'ultima volta mi è stata proposta una nuova tipologia di intervento non invasiva al laser, ho detto sì subito senza neanche lasciar finire la frase.
Al posto di aghi, pinze e trapano un micro-raggio la cui delicatezza non abbisognava addirittura di anestesia.Non l'avessi mai fatto.
Per quanto avvertito, a un certo punto vedo salire virgole di fumo dalla bocca accompagnate dal tipico odore acre di peli di pelle di pollo abbrustolito.
Nella testa un rapido sovrapporsi di immagini: carne rossa pulsante viva ustionata, torturatori che fanno parlare le spie con tizzoni ardenti, cowboy che marchiamo il bestiame, spiedini ad annerirsi sul barbecue, monaci buddisti che si danno fuoco, marshmallow carbonizzati.
Quanto basta perché i miei neurotrasmettitori inviino l'ordine allo sfintere di areare.
Appena snaso la cosa e prima che se ne accorga il dentista, faccio segno col pollice che va tutto bene e può pure aumentare il calore del laser.
Nella mia logica l'odore della gengiva ancor più bruciata dovrebbe coprire l'odore dell'ano rilassato.
Calcolo sbagliato, circolo vizioso, clamoroso autogol: l'aumento dell'uno provoca proporzionalmente l'aumento dell'altro.
Come in un romanzo pulp o in un film di Tarantino: sangue e merda, sangue e merda, sangue e merda.
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