Ogni anno scolastico, puntuale, arriva il giorno in cui non vorrei andare a scuola.
Non è il giorno dei colloqui coi genitori né quello degli scrutini.
Indiscutibilmente due momenti di gravose responsabilità, ma non quanto quelle dell'attimo a cui faccio riferimento. Perché poi di attimo si tratta: pochi interminabili secondi.
È il giorno in cui arrivo a leggere un passo dell'Eneide in particolare, quello dell'amore tra il mitico Enea e la regina Didone.Non è il tragico amore in sé a mettere a disagio la mia sensibilità - figuriamoci - ma come è stato tradotto dal latino sulle pagine dell'antologia.
A dire il vero si tratta di un solo verso: "Egli si diede alla fuga mentre lei provava ancor più pene".
Ora, amico traduttore, passi preferire "pene" a "dolori", "sofferenze", "struggimenti" o "afflizioni".
L'avrai trovato più diretto, più efficace, che ne so.
Ma "fuga"... Con quella "u" traballante pronta a essere sostituita da una "i" inopportuna appena si declama ad alta voce la frase. Magari con un'enfasi da attore shakespiriano per sottolineare la drammaticità della scena.
Perché, ogni anno, in quei pochi frangenti in cui il pensiero precede la sillabazione della parola, è una lotta titanica tra ciò che dovresti leggere e l'associazione licenziosa che ti passa per la testa.
Ogni anno una lotta interiore tra il me stesso professionale e la mia parte birichina.
Ogni anno una vittoria al fotofinish dell'adulto posato sull'eterno adolescente.
Ogni anno la soddisfazione di aver infine pronunciato giusto e spento sul nascere le risatine dei ragazzi.
Ogni anno fino a ieri.
Abbasso la fuga!
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