Sin dal primo giorno di paternità una cosa che mi piace fare è origliare da dietro la porta le filastrocche che Irene canta a Federico mentre lo prepara per la nanna.
Non ho mai fatto caso alle parole; è l'idea in sé che mi rasserena, come se l'umanità intera, cattivi compresi, condividesse un momento di ancestrale armonia.
Molto Mulino Bianco lo so (non la fase Banderas-gallina parlante, quella precedente della famigliola felice), ma è il mio lato mieloso che prende il sopravvento.
Ciò fino a ieri sera, cioè fino a quando ho fatto caso al testo della filastrocca, che fa pressappoco così:
"Là sulla montagna pum pum pum
lavorano i sette nani pum pum pum
Là sulla montagna ronf ronf ronf
dormono i nanetti ronf ronf ronf
Là sulla montagna drin drin drin
si svegliano i nanetti drin drin drin..." e così via.
Nulla di male.
Ma quando la creatura non si addormenta e al genitore tocca improvvisare, puoi sentire strofe del tipo:
"Là sulla montagna bum bum bum
si sfondano i nanetti bum bum bum".
Da dietro la porta ho immaginato Federico da grande sdraiato sul lettino dello psicologo scavare nel proprio subconscio e raccontare di un vago ricordo d'infanzia: Eolo che inchiappetava Pisolo (che manco si svegliava), Mammolo che guardava eccitato, Brontolo che tontognava "Quando tocca a me? Quando tocca a me?", Cucciolo che ammutoliva (appunto), tutta l'allegra compagnia impegnata insomma in un'orgia fiabesca al ritmo di "Andiam, andiam, andiam a sodomizzar".
Sono entrato di getto nella stanza, ho strappato Federico dalle braccia di Irene e c'ho pensato io a ninnarlo, raccontandogli della gallina parlante e del mugnaio macho e virile.
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